A proposito di distacco, editoriale di Eloisa Guarracino

Daniele Pezzoli, Aquila

A proposito di distacco, editoriale di Eloisa Guarracino.

   

   

A proposito di distacco, mi piacerebbe ripartire dall’editoriale di Giulia Niccolai, comparso il 4 aprile su «Versante Ripido», circa i “salti” e le primavere. Riprendo perciò da lì, una sua citazione già presente in Esoterico Biliardo: “Per Sogyal Rinpoche l’umorismo è: trovare spazio dove spazio non c’è. Qui non si può che essere umoristi”. E’ così, dunque. Fidiamoci senza troppe storie, senza sottilizzare di questo e diamolo per un attimo per certo, a patto, per chi ci terrà, di approfondirne bene le ragioni e confutarle a seconda dei risultati.
Concepiamo così il distacco come un “prodotto”, culturale, o sarebbe più spontaneo dire, un esercizio molto metodico della mente, praticato con refrattarietà ai sentimenti e al tempo stesso una flessibile disposizione all’apertura, all’espansione. Un esercizio somigliante, molto più che alla poesia, a una regola di grammatica, messa da parte a un certo punto tout court a favore del non-più-scrivere.
Concepiamolo perciò come un recidere, da un oggetto qualunque, qualsiasi implicazione soggettiva a favore di un’espansione, un abbraccio, una totale comprensione della realtà.
Concepiamolo così, con la stessa arrendevole disposizione con cui affrontiamo una vacanza, come quell’appuntamento mentale, cui si approda senza aver stabilito un termine, mollando ormeggi e ogni forma di giudizio, pronti invece ad abbracciarsi a tutto.
E così, per dare una semplice ricetta, come tanto va di moda: prendete, per esempio, una cipolla e disfatene delicatamente, uno a uno, tutti gli strati.
Membrana dopo membrana, scomposto così l’oggetto, distaccato da tutti i componenti, lo troveremo vuoto. In altre parole, non lo troveremo. Eppure è di quella stessa assenza, ultima, sostanziale, di cui si compone e si concreta.
Poniamo ora un altro esempio, che ce lo renda visivo, finalmente, ce lo figuri questo concetto, con tutto il dovuto distacco! L’esempio del pittore russo Kazimir Malevič, dei suoi quadrati, delle sue tesi sul Suprematismo. L’artista proclama la necessità (la supremazia, appunto) di una sensibilità pura dell’arte. L’oggetto è privo di significato: la figura viene interdetta, superata. E’ invece grazie al Suprematismo: all’annullamento del soggetto che si dà l’arte, fino alla radicale sparizione della figura e del colore, fino al loro distacco dalla tela (vedasi “Quadrato bianco su fondo bianco”).
Non detto, non spiegato, non descritto.
“Non più occhio, né orecchio, né lingua, né corpo, né mente” recita il Sutra del Cuore, testo fondamentale del Buddismo.
E’ un distacco che in realtà arriva a comprendere come tutto è, in maniera vuota (al pari della cipolla), compenetrato e interdipendente, privo di esistenza intrinseca e autonoma, e perciò privo di spazi e di distanze. In altre parole di distacco.
Non spiegato e non descritto, sgombro di connotazione, poiché tutt’uno con la realtà: acqua nell’acqua.
Un distacco dunque che si realizza (paradossalmente) nella misura in cui si escludono un soggetto e un oggetto come separati, e li si considera invece come indivisibili e vuoti e reciprocamente esistenti. In altre parole, ancora, senza distacco!
“Trovare spazio dove lo spazio non c’è. Qui non si può che essere umoristi!”. Davvero!

                                 

Daniele Pezzoli, Aquila
Daniele Pezzoli, Aquila

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