A siti dî morti – La sete dei morti, poesie di Rino Cavasino (Sicilia)

Sospesi Foto-05-FLAT

A siti dî morti – La sete dei morti, poesie di Rino Cavasino (Sicilia).

    

    

rino-2-dsc_0022Rino Cavasino è nato nel ’72 a Trapani. Ha pubblicato le raccolte, in versi italiani e siciliani, Il tempestario (Giraldi Editore, 2013, premio “Navile” per l’inedito; premio “Elena Violani Landi” per l’opera prima, a cura del Centro di poesia contemporanea dell’Università di Bologna) e Amurusanza (Coazinzola Press, 2016, premio “Salvo Basso”). Collabora con l’Istituto nazionale di ricerche “Demopolis”. Vive a Firenze.

       

            

   

           

A siti dî morti – La sete dei morti

    

The dead surround the living. The living are the core of the dead.
I morti circondano i vivi. I vivi sono il nòcciolo dei morti.

John Berger, Twelve Theses on the Economy of the Dead

           

Dans l’attente du retour dans le circuit cosmique (transmigration) ou de la délivrance défi­nitive, l’âme du mort souffre et cette souffrance est habituel­lement exprimée par la soif.

   

Nell’attesa del ritorno al ciclo cosmico (trasmigrazione) o della definitiva liberazione, l’anima del morto soffre e questa sofferenza è di solito espressa dalla sete.

Mircea Eliade, Traité d’histoire des religions

     

Nnâ tàula dû me pettu

I còstuli senza di tia
mi màncanu, mirudda di palori
ciusciati dintra l’ossa. Ti firavi
a pparlari chî spirti
di l’annïati, rrina,
cìnniri dû funnu assummari,
arrivìsciri varchi
morti, nna ll’acqua focu
addumari. Nnô sonnu ti facìa
rìdiri, chiànciri, gòdiri, mòriri,
addurmisciuta ncapu
a tàula dû me pettu.
Durmivi ma i to ìrita,
ucchi, lìngui, palori
nchiaiati mi chiamàvanu.
Durmivi ma u to sangu
arruspigghiatu era.

    

dal siciliano di Trapani:

Sul tavolato del mio petto

Senza di te le costole
mi mancano, midollo di parole
soffiate nelle ossa. Tu sapevi
parlare con gli spiriti
degli annegati, sabbia,
cenere dal fondo risollevare,
risuscitare barche
morte, nell’acqua fuoco
accendere. Nel sonno ti facevo
ridere, piangere, godere, morire,
addormentata sopra
il tavolato del mio petto.
Dormivi ma le tue dita,
bocche, lingue, parole
piagate mi chiamavano.
Dormivi ma il tuo sangue
era sveglio.

*  

Làssami iri sula

’Un pozzu cchiù vvulari
di quannu fui tuccata
a ll’ala, sugnu arma ntabbutata.
Cu’ assicutu? Nuddu cc’è
ccagghiusu. I pàmpini chi ttrèmanu?
Tràsinu ncasa i pàmpini
morti si ttròvanu finestri
aperti, ncasa trasi
u ventu comu nesci
di ncorpu l’arma, l’ùrtimu
ciatu dâ ucca, sangu
dî vini. I cosi chiàncinu,
chi cc’è cchiossài di chiànciri
chi ddiri. Ccà iò sugnu
sbirsata, stravïata. U sonnu,
saracinisca arrugginuta,
mi chiudi l’occhi. Làssami
iri sula. Na stizza
di lustru suvèrchiu abbastassi
p’un mòriri, pi mmòriri.

Ntabbutata: dal verbo ntabbutari, chiudere la salma nella bara (tabbutu); il riflessivo ha il senso figurato di nascondersi, rintanarsi, rinserrarsi.

     

Lasciami andare sola

Non posso più volare
da quando fui toccata
sull’ala, sono anima sepolta.
Rincorro chi? non c’è nessuno
quaggiù. Le foglie che tremano?
In casa entrano le foglie
morte se trovano finestre
aperte, in casa entra
il vento come l’anima
esce dal corpo, l’ultimo
respiro dalla bocca, sangue
dalle vene. Le cose piangono,
perché c’è più da piangere
che dire. Qua io sono
sbandata, sperduta. Il sonno,
saracinesca arrugginita,
mi chiude gli occhi. Lasciami
andare da sola. Una goccia
in più di luce basterebbe
per non morire, per morire.

*

Ddisïata

sondern die Väter, die wie Trümmer Gebirgs
uns im Grunde beruhn; sondern das trockene Flußbett
einstiger Mütter

ma i padri, frane di montagne
che in noi sul fondo giacciono; ma gli alvei
secchi d’antiche madri

Rainer Maria Rilke, Elegie duinesi, III

          

Живите в доме – и не рухнет дом.

Živite v dome – i ne ruchnet dom.

Vivete in casa, e casa non cadrà.

Arsenij Tarkovskij, Vita, vita

     

– Stanotti sapiddu si cchiovi
s’un chiovi.
                   – Mi pari chi cc’è
mutànzia, abbontimpìa.
                                     – Bbontempu
’unn è ppi ssempri. Tu
cu’ si, di nott’e nnotti?
                                     – Mi stranìi?
Si nnòmura ddisìi
un nomu sugnu, ddisïatu,
dî nnòmura chi nterra
’un ci su’ cchiù.
                           – Sunnata?
                                             – Ddisïata
iò sugnu ma, di tia
mi fazzu maravìgghia, stravïata,
scurdata.
               – Avi na vita. Unn’ai
statu?
         – Sulu sàcciu ch’un m’àiu
pututu mòviri.
                       – D’unni vinisti?
– D’unni talìu, nnô puzzu
dû celu ntabbutata, e smìcciu
dâ firrata arrugginuta di l’occhi,
di l’arma, di dda vicarìa
azzola, nott’e gghiornu
i stiddi pi ddisìu.
                          – Ddisïusa.
– Di nenti, ddisïata
di nuddu.
               – Vidi puzzu
e mmari svidi.
                      – Mari
e lluna e ssuli m’i facisti
vìdiri tu nnô puzzu, e ffu ppi ttia
chi stanotti pigghiài
na strata d’accurzu, ddi nèuli
di màttula ncapu i muntagni.
– I me capiddi spani.
                                 – Nzina
ê scogghi vasci. Quantu ossa
di patri cudduliati
ddassutta, siccu ciumi, lettu
di matri. Sulu m’arricordu
ch’avìa sgravatu comu
na cani ntôn fossu, chî denti
pû cozzu li pigghiava, tutti
figghi nostri, sparàggia
rrüina p’ognirunu.
                             – Zzìttuti.
Quant’avi chi stu malupàtiri,
sta rràggia ti cunzuma?
a cchi mmaluchiffari
vinisti cu sta facci
piatusa?
             – A ddìriti chi fu
un cànciu d’àbbitu. Chi stiornu
è nnê vrazza, nnô ventri
d’aeri. Tutticosi
stranìu. ’Unn àiu mmanu
cchiù nnenti, nuddu ncori, picca
palori mmucca. Sulu
sparagna quannu a coffa, a panza,
a casa è cchina. E a casa è cchina quannu
cci sunnu fora i pènnuli
d’àgghia e ccipudda, nnâ bburnìa
l’alivi, nnâ ggiarra funnuta
a ll’ùmmira quetu arriseri
un mari d’ògghiu, un ciumi
di vinu ntâ utti, sururi,
sangu dâ terra, nnô iardinu u puzzu
p’abbivirari.
                     – Isterna salimastra
di larmi. Vinisti pâ siti
dî morti?
               – Morta sugnu
di siti, siti cci ànnu puru
i funtani.
               – Macari fami
u pani.
           – Ma tintu cu’ mori
nnô cori d’àutru. Sutt’a vorta
dû rripostu varagna
dd’agnuni vacanti pî tùmmina
di sali ch’un fa vvermi.
                                    – I vai
chi cci ammucciài. Tu eri
maronna ddisïata
di tutti l’agnuni. Vinisti
ârricurdari i morti
ntàvula?
             – A vvìdiri sta tàvula
cunzata, sta casa.
                            – Na casa
pi stari sparagnài
ncapu sti scogghi vasci,
pi stari sulu, mutu,
scurdusu pisci di sta ggèbbia
fitusa, di stu mari.
                             – Casa
’un cari, si cci stai.

     

Desiata

– Stanotte chi lo sa se piove
non piove.
                 – Mi pare
che muta, si fa bello.
                                 – Bello
non è per sempre. Tu
chi sei, nel cuore della notte?
                                               – Mi sconosci?
Se hai desio di nomi
un nome sono, desiato,
dei nomi che in terra
non ci sono più.
                         – Sognata?
                                             – Desiata
io sono ma, di te
mi meraviglio, smarrita,
scordata.
               – È da una vita. Dove
sei stata?
               – Solo so che non mi sono
potuta muovere.
                           – Da dove sei venuta?
– Da dove contemplo, nel pozzo
del cielo sepolta, e scruto
dall’inferriata arrugginita degli occhi,
dell’anima, di quell’azzurro
carcere, notte e giorno
le stelle per desio.
                             – Desiosa.
– Di niente, desiata
da nessuno.
                   – Vedi pozzo
e mare stravedi.
                         – Mare
e luna e sole me li hai fatti
vedere tu nel pozzo, ed è stato per te
che stanotte ho preso
una scorciatoia, quelle nuvole
di bambagia sulle montagne.
– I miei capelli radi.
                                 – Fino
agli scogli bassi. Quante ossa
di padri franate
là sotto, fiume, letto asciutto
di madri. Mi ricordo solo
che avevo sgravato come
una cagna in un fosso, con i denti
per la nuca li pigliavo, tutti
figli nostri, diversa
rovina per ognuno.
                               – Zitta.
Da quanto ti consuma questo
patimento, questa rabbia?
a che malaffare sei
venuta con questa faccia
pietosa?
             – A dirti ch’è stato
un cambio d’abito. Che oggi
è in grembo, nel ventre
di ieri. Tutto m’è
straniero. Non ho in mano
più niente, nessuno in cuore, scarse
parole in bocca. Solo
risparmia quando la sporta, la pancia,
la casa è piena. E la casa è piena quando
fuori ci sono le trecce
d’aglio e cipolla, nel barattolo
le olive, nella giara profonda
all’ombra quieto ristagna
un mare d’olio, un fiume
di vino nella botte, sudore,
sangue della terra, in giardino il pozzo
per innaffiare.
                       – Cisterna salmastra
di lacrime. Sei venuta per la sete
dei morti?
                 – Morta sono
di sete, sete l’hanno pure
le fontane.
                 – Persino fame
il pane.
             – Ma dannato chi nel cuore
d’altri muore. Sotto la volta
del ripostiglio guadagna quel vuoto
cantuccio per i barilotti
di sale che non fa vermi.
                                       – I guai
che ci ho nascosto. Tu eri
madonna desiata
d’ogni cantuccio. Sei venuta
a ricordare i morti
a tavola?
               – A vedere questa tavola
apparecchiata, questa casa.
                                           – Casa
per abitarci ho risparmiato
su questi scogli bassi,
per abitarci solo, muto,
smemorato pesce di questa vasca
lurida, di questo mare.
                                     – Casa
non cade, se ci abiti.

    

da Amurusanza, Coazinzola Press, 2016

*

Abbonè  

If you don’t express yourself you walk after you’re dead.
The great thing is to go empty to your grave.

Se non ti esprimi camminerai da morto.
Gran cosa è andar vuoto alla tomba.

William Butler Yeats in un’intervista di Louise Morgan, 1931

      

Di mòriri, pupidda
di l’occhi mei, di l’arma, iò ti vògghiu
bbeni, chi mmi fa mmali nzin’u pizzu
dî vini. E ssi mmurìssimu
prima di tuccàrini arrè? Pacènzia,
tu mi dici, abbasta ch’un mori
prima di mia, s’arrestu sula comu
agghiornu? Muremu nzèmmula. Iò
m’a fazzu sempri scogghi scogghi
e allongu u coddu com’un lèppiru
pi vvìdiri u sfari dâ luna
ntê negghi. Tu dici s’attrovu
un celu chi mmi piaci
mi fazzu luna china. Ma
bbiddizza e ccosi novi
l’attrovi si lliggemu
i cùntura a ttelèfanu câ vuci
senza ciatu? s’un ni curcamu nzèmmula?
si nzèmmula vacanti, senza
cusuti, nugghi nni curcamu dintra
i rròcculi nostri, cchiù ddintra,
nnê rutti mpirtusati, stinnigghiati
nnê tabbuti di petra,
di lignu, comu scìnniri
nnâ marascata – ’unn avi
ossa l’acqua, na ggèbbia ranni
u mari nni parìa –, senza rricordi
ncorpu, senza cchiù nnudda
palora mmucca, mmanu, muti
comu nnâ panza di matri? Ma tu
ggià ti curcasti sula sula, ncapu
u matarazzu nterra
lèggiu lèggiu addabbanna
dû munnu, ch’ogni ssira nesci
e ttrasi nna ll’armàriu
agghiummuniatu ogni mmatina,
t’addurmiscisti chî capiddi nìuri
di corvu ammoddu, chî rrinòcchia
rrussi di vasca svampuliata, i denti
stricati, i pirneddi nna ll’occhi
frischi di mènnuli nnê scorci, i queti
vini cilestri sutt’a peddi
di tōfu, nnê manu, du pugna
chini di manu, di rricordi,
muddichi di palori
chi nnê cuscini fìcimu. Abbonè,
sangu meu duci, chi
si mori, menu mali
ch’un semu di stu munnu.

     

Meno male

Da morire, pupilla
degli occhi miei, dell’anima, ti voglio
bene, che mi fa male sin la punta
delle vene. E se morissimo
prima di toccarci ancora? Pazienza,
tu mi dici, basta che non muori
prima di me, se resto sola come
ci arrivo all’alba? Moriamo insieme. Io
me ne vado sempre di scoglio in scoglio
e allungo il collo come una lepre
per vedere la luna sfarsi
tra le nuvole. Tu dici se trovo
un cielo che mi piace
mi faccio luna piena. Ma
bellezza e cose nuove
le trovi se leggiamo
le favole al telefono con voce
senz’alito? se non ci corichiamo insieme?
se insieme svuotati, scuciti,
spogliati ci coricheremo dentro
le rupicelle nostre, più dentro,
nelle spelonche rintanati, stesi
nei feretri di pietra,
di legno, come scendere
nella risacca – non ha
ossa l’acqua, una gran vasca
il mare ci sembrava –, senza
ricordi in corpo, senza più nessuna
parola in bocca, in mano, muti
come in pancia di madre? Ma tu
ti sei già coricata tutta sola,
per terra sul futon leggero
leggero all’altro capo
del mondo, che prendi ogni sera
e infili raggomitolato
nell’armadio ogni mattina,
ti sei addormentata coi capelli
neri di corvo zuppo, le ginocchia
rosse di vasca fumante, i denti
spazzolati, le pupille negli occhi
freschi di mandorle nei gusci, le quiete
vene celesti sotto la pelle
di tōfu, nelle mani, due pugni
pieni di mani, di ricordi,
molliche di parole che abbiamo
seminato sui cuscini. Meno male,
sangue mio dolce, che
si muore, che non siamo
di questo mondo.

da Amurusanza, Coazinzola Press, 2016

*

           

WakeUpAndSleep, Sospesi
WakeUpAndSleep, Sospesi

Gentile lettore, all'autore di questo articolo farà molto piacere se vorrai lasciare un commento.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: