Abracadabra di Nicola Ponzio, recensione di Paolo Gera

Pretty baby, Luis Malle, 1978

Abracadabra di Nicola Ponzio, Arcipelago Itaca ed. 2015, recensione di Paolo Gera: “questa nursery è una camera a gas”.

    

    

Nel boudoir del castello della bella Addormentata, approfittando della sospensione di tempo, il Marchese de Sade incontra Vladimir Propp: l’uno enumera distrattamente gli esecrandi castighi de “Le 120 giornate di Sodoma”, l’altro si appassiona ad illustrargli le funzioni variamente declinabili della “Morfologia della fiaba”. Progettano un lavoro di ampio respiro in cui le rispettive attitudini personali potranno incrociarsi : alla fine quel respiro a tutti sarà mozzato. E’ presente il Bianconiglio a servire tè e a consultare compulsivo l’orologio da panciotto, annunciando lo scoppio imminente della ‘bomba fine di mondo’ e il simultaneo arrivo dei quattro cavalieri dell’Apocalisse.
Ecco, questo potrebbe essere lo scenario più consono all’opera di Nicola Ponzio e Ponzio potrebbe interpretare, nella stesura del suo libretto amaro come il fiele, la parte dell’evangelista Giovanni, sotto trip da acido.
Ma andiamo con ordine. Ponzio in “Abracadabra” mette mano al vasto repertorio della letteratura per l’infanzia – tutte le storie che ci raccontavano da piccoli e che continuiamo in certi casi a raccontare ai nostri bambini – e scombina le leggi di un ordine cosmico che svolgeva una funzione rilevante di differenziazione del fantastico e di rassicurazione da paure ancestrali. La citazione delle fiabe e delle storie per l’infanzia di “Abracadabra”, corrispondono anche a lacerti di memoria strappati dall’oblio della coscienza adulta, quando dei vaghi ‘te lo ricordi?’, immobilizzano quelli che erano personaggi dinamici e le loro vicende in pure cristallizzazioni nozionistiche. Ad ogni personaggio, ad ogni luogo, ad ogni oggetto che abbia su di sé il contrassegno di un’innocenza contraffatta ed usurata, viene accoppiato il dileggio, un gesto di spregio, una fine ingloriosa, in un furore iconoclastico enciclopedico ed onnicomprensivo.

Impalare senza pena il papà di Pelle d’asino
Svaligiare la casetta dei Tre Orsi
Incaprettare il nano ingrato sotto un pino
Costringere il Re di Brobdingnag ad impiccarsi

Angosciare la Strega di Hansel e Gretel
Diffamare a mezzo stampa la ragazza mela
Malmenare per spasso i Musicanti di Brema
Confinare su Fhobos il Borgomastro di Hamelin

Frodare Bill la Lucertola e il Bruco Blu
Asfissiare l’Usignolo con il Sarin
Legnare sui denti anche Madre Sambuco

Comandare a bacchetta la fata Berylune
Sciupare di proposito le Scarpette Rosse
Contagiare con l’ebola la Bella Addormentata

Da una parte c’è dunque l’ordine conosciuto di un universo passato, la composizione degli antagonismi, la risoluzione felice degli episodi, dall’altra le schegge impazzite di una stellina esplosa, forse i frammenti insanguinati dell’asteroide del Piccolo Principe.

Il Kaos.
Le tavole che accompagnano il testo, proprio a ciò riconducono: Ponzio sembra riprodurre nelle sue tavole il vortice, la Voragine primigenia del mito greco.

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“Che cos’è Voragine? E’ un vuoto, un vuoto oscuro, dove niente può essere distinto. E’ un punto di caduta, di vertigine e di confusione, un precipizio senza fine, senza fondo. Si viene ghermiti da Voragine come dall’apertura di fauci immense in cui tutto può essere ingoiato e confuso in un’unica notte indistinta.”
(J.P. Vernant, L’universo, gli dei, gli uomini, Einaudi, Torino, 2000, trad. di I. Babboni, p. 9)

Probabilmente la pratica di irrisione a cui Ponzio sottopone nani, coboldi, dolci animaletti, ingenue principesse, corrisponde ad una ‘ mise en abîme ‘ di una zona oscura e raccapricciante da cui le storie, ricoperte di un falso solluchero, traggono la loro linfa vitale. La voragine ipnotica di Ponzio riecheggia così l’Ombra junghiana, prima di trasformarsi nel lecca-lecca gigante con i suoi mille giri di zucchero. Nel Luna park predisposto, il Labirinto non è un gioco per ragazzi: al centro c’è il Minotauro che maciulla, c’è Cronos che divora i propri figli appena partoriti, c’è sangue, c’è morte. Il tempo immobile dell’infanzia è lacerato dalle unghie affilate di Freddy Krueger, mentre la Silvia di Leopardi indica il sicuro cammino della crescita. E tornando alla cronaca, chi si ricorda dello psicologo Bruno Bettelheim, l’autore de “ Il mondo incantato”, che di giorno analizzava le fiabe e ne sottolineava il lato salvifico per i suoi piccoli pazienti e di notte, secondo le male lingue, si divertiva a seviziarli? Bettelheim si suicidò togliendosi il respiro con un sacchetto di plastica. Storie nere.
Ma la carneficina di Ponzio non viene descritta attraverso una stesura giornalistica. E’ una questione di stile che racchiude una scelta significativa: la parata crudele sfila in 21 sonetti, nella canonica successione di due quartine e due terzine ed anche formalmente funziona la regola della contrapposizione fra materia caotica e contenitore pulito e ordinato, come può esserlo la classica forma del componimento utilizzato da Dante e Petrarca. Il genocidio previsto per la narrativa infantile e i suoi puerili attori, non si svolge dunque in un panorama orgiastico da strage degli innocenti, ma all’interno di un edificio pulito e di gran decoro. Soluzione finale a Palazzo Ducale.
A me leggendo “Abracadabra” più che Roald Dahl e James Matthew Barry, ritornano alla mente scrittori americani come William S. Burroughs, Hunter S. Thompson e naturalmente “La mostra delle atrocità” di James G. Ballard. Ma se la distruzione di Ponzio prelude all’acquisizione di un nuovo concetto di realtà, allora la parola definitiva spetta alle divinazioni di Philip K. Dick:

“Il tempo fugge. Verso dove? Forse duemila anni fa ci è stato rivelato. O forse non era così tanto tempo fa. Forse è solo un’illusione che sia passato tanto. Forse è stato una settimana fa, o addirittura oggi stesso, poco fa. Forse il tempo non sta solo fuggendo: sta finendo.
Se questo è vero, i giri sulle giostre di Disneyland non saranno più gli stessi, perché quando il tempo finisce, gli uccelli e gli ippopotami, i leoni e i cerbiatti di Disneyland non saranno più simulacri, e per la prima volta un uccello canterà.”
(Philip K. Dick, Se vi pare che questo mondo sia brutto, Feltrinelli, Milano, 1990, trad. di G.Pannofino, p.69)

Copertina
in apertura Pretty baby, Luis Malle, 1978

2 thoughts on “Abracadabra di Nicola Ponzio, recensione di Paolo Gera”

  1. La presentazione di Gera è così suggestiva ed evoca tanti orizzonti da costruire una grande curiosità per il libro analizzato. Che si tradurrà in lettura. Grazie.

Gentile lettore, all'autore di questo articolo farà molto piacere se vorrai lasciare un commento.

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