Adagio sulla tela forme e colori di Provenza, poesie di Luigi Paraboschi

gabbiano - by criBo

Adagio sulla tela forme e colori di Provenza, poesie di Luigi Paraboschi.

    

    

Luigi Paraboschi è nato nel 1938 e risiede in provincia di Piacenza. Nel 2009 ha conseguito il primo premio poesia inedita al “Le quattro porte“ di Pieve di Cento (BO), il primo premio per silloge inedita al 36 concorso “Casentino“ di Poppi (AR) con pubblicazione del volume “Geometrie precarie “; nel 2010 il primo premio al concorso “Violetta di Soragna“ a Soragna per libro edito, con il volume  di poesie“ Geometrie precarie“, il secondo premio con il libro  “Geometrie Precarie“ al concorso “Toscana in poesia“ di La spezia. Nel 2013 è risultato 1° classificato per poesia inedita al 32° “Premio città di Quarrata” (PT). Nel 2014 si è classificato secondo al premio per poesia inedita al premio “Le quattro porte“ di Pieve di Cento (BO). Nel 2018 ha pubblicato con l’editore Terre di Ulivi di Lecce la raccolta di poesie “…e  ci indossiamo stropicciati “.

      

La mia terra è l’Esterèl

dipingere dal vero non è copiare l’oggetto, è realizzare le proprie sensazioni
Paul Cezanne

     

M’avvio ogni mattina all’aria aperta
e adagio sulla tela forme e colori
di Provenza, accosto i complementari
verdi e rossi che si cercano, inseguo
i bruni del sottobosco, costringo le forme
dentro la geometria, ma davanti al cavalletto
c’è un pino lacerato da una ferita chiara
che  sento dover portare sulla tela,
perché dice di me e del mio isolamento.

Il mio dialogare con la Sainte Victoire
ch’è di fronte non conosce sosta
è laggiù sul fondo, d’un azzurro che spesso
vira al lilla, talvolta calda al sole come
una coperta sulle gambe nelle sere
di Mistral, è il mio autoritratto, e  vivo
di fronte a lei la mia sfida di pittore
che s’è inventato una pennellata
fatta di tratteggi verticali  lunghi e brevi,

ma il cilindro e la sfera sono le figure
dentro le quali vorrei farla rientrare
pure se essa non possiede nulla di  geometria,
sale con pacatezza, ha due leggere gobbe,
nell’insieme è dolce e devo abbigliarla
d’azzurro e rosa per bilanciare il rosso
delle marsigliesi dei tetti sotto ai pini.

E’ questa la mia terra, non ne cerco
altre, provo a narrare la sua serenità
come quando ritraggo la mia donna,
Hortense assisa in trono sulla poltrona,
regina dignitosa senza corona,
avvolta nella luce del pomeriggio, pur se ferita
come il ramo di quel pino, e so di amarla
come amo quel  figlio che mi ha donato
per il mio silenzio fatto di scorbuto, ruvido
ma ricco di un assoluto che mi racconta.

*

Dialoghi muti
(riflessioni sul quadro “la conversazione“ di Matisse)

Avrebbero potuto accomodarsi
a tavola, sperare negli incantesimi
che il cibo e il vino sapevano riesumare,
e poi per una volta,
scordare i tagliandi delle glicemie
e della pressione nelle arterie

ma dopo una vita trascorsa a cauterizzare
e seppellire angosce sotto la sfiducia,
come sperare di recuperare la gioia
delle contraddizioni quando il bisogno
del corpo altrui  s’era allontanato?

Viveva ognuno col proprio dio
e col comune ansimare di padre e madre
che avevano creduto bastassero
educazione e buon esempio a fornire
un’impronta stabile alla propria specie,

ma s’erano scoperti rassegnati, tutto
era già inserito dentro l’elica genetica e
oggi la primavera non li diverte più
resta la fatica di fare spazio per il colloquio.

Come sempre lei farà al meglio nel rammendo,
lui parlerà da solo col suo Dio,
e poi insieme, sgraneranno chicchi di misteri

sapendo che il più grande è celato dentro di loro
che un millennio avanti scrivevano d’amore
sopra  vetri appannati dai loro fiati
ed ora tristemente sanno essere  compagni.

*

Ultima lettera dalla Provenza

I corvi, sai Theo, qui nell’ospedale
hanno occhi grifagni ed ali a falce,
e tutto questo giallo è il mio tormento
assieme al lilla ed al profumo di lavanda
che mi stordisce e mi porta dentro le vene
il desiderio d’una carezza fatta carne.

E’ lontano il Brabante e i minatori,
le povere patate per le sere di nebbia
sotto lampade dai raggi circolari, e non più
cercherò i colori tristi di quelle tele
dopo aver impastato l’ocra di questa terra
con l’azzurro d’un cielo che dà la squilla
al verde sottobosco che sfuma verso il blu
e l’acido giallo dei limoni assieme a quello
caldo dei girasoli che spaccano l’attonita pupilla.

La luce nei bistrots che accalora i tavoli
sotto le stelle stese dentro la notte indaco,
e la mia stanza diagonalmente obliqua
con il letto e la sedia che accoglie
le infangate scarpe, sono la vampa
che m’ha portato all’urlo con Paul
venuto qui per condividere l’assenzio,
ma l’aria mi fa suo, la chiesa al crocevia
ha contorni esacerbati d’arancione
e la sera esplode il suo profumo viola.

Sì, fratello caro, sto per salpare verso
una terra nuova e senza moli per tornare,
via da questa terra di Provenza
dove il grano esulta per il colore,

ma troppi corvi, troppi, Theo,
frastornano i miei occhi
ed io non so allontanare quelle ali.

                                                        Vincent

*

 

Cristina Bove, "E' lì la festa" - in apertura "Gabbiano"
Cristina Bove, “E’ lì la festa” – in apertura “Gabbiano”

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