Albicocca e altre poesie di Giovanni Peli, nota di lettura di Francesco Sassetto

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Albicocca e altre poesie di Giovanni Peli, Sigismundus Editrice, 2016, nota di lettura di Francesco Sassetto.

    

    

Giovanni Peli, cantautore e poeta, ripropone, con la sua ultima raccolta di versi Albicocca e altre poesie, edita da Sigismundus nel 2016, la sua figura di poeta, pienamente consapevole della diversità esistente tra testo poetico e testo di canzone. Senza entrare nella questione della “poeticità” di molti testi cantautorali (in alcuni casi altissima), Giovanni evita ogni possibile ambiguità e contiguità tra le due forme espressive, proponendo al lettore una raccolta di testi poetici del tutto autonomi ed autosufficienti sul piano linguistico-stilistico. Un poeta, dunque, senza possibilità di equivoci, autore di poesie dense, incisive, emotivamente coinvolgenti.

Un piacere leggere questa silloge affascinante e avvolgente, compattissima nella sua tessitura strutturale e stilistica (fitta di echi, richiami, canto e controcanto, che già mostrano una raccolta profondamente pensata e pesata), un corpus solido, senza alcuna divisione in “sezioni”, che articola un dettato poetico ricco e vario per temi affrontati e per soluzioni metriche e linguistiche, varietà che non produce affatto un senso di dispersione, proprio perché sorretta da una robusta architettura compositiva che ne garantisce unità, coerenza e vigore. Il verso di Giovanni Peli è sempre chiaro, scorrevole, tendenzialmente narrativo e colloquiale, essenziale e materico e, insieme, lirico, che nulla concede ad oscurità o pseudo “sperimentalismi”, teso, anzi, a trasmettere esperienze, riflessioni e sentimenti precisi che coinvolgono il lettore, lo costringono a pensare, a confrontarsi con la complessità delle esperienze esistenziali proposte dall’autore.

Un discorso poetico che mi sembra riprendere ed approfondire temi, situazioni, immagini della precedente raccolta del 2012, Il passato che non resta (introdotta da Anna Lamberti-Bocconi), spaziando da esperienze di vita privata a momenti – efficacissimi – di poesia civile, attraverso riflessioni sul tempo, la memoria, l’amore, i viaggi, gli incontri, le solitudini, la letteratura, la poesia, tanto da far pensare – scrive Roberto Corsi in una breve presentazione dell’opera nel Blog “Perigeion” – “a un long playing” dove l’autore si occupa di “temi svariati e distanti”. Tuttavia, se è innegabile la presenza in Albicocca di numerosi motivi e argomenti, questi sono tuttavia, come ho già detto, intrecciati tra loro attraverso una fitta serie di richiami e riprese interne e, soprattutto, costruiti intorno ad alcuni nuclei forti che costituiscono altrettanti fils rouges della raccolta.

Albicocca, innanzitutto. La donna, l’amore, sondato nei suoi chiaroscuri, nei momenti di gioia e nel dubbio, nel dolore, esperienza comunque necessaria e vitale, come Peli subito indica nei versi posti in incipit del libro: “Non dirmi dei nomi degli alberi/non voglio altro frutto che non sia Albicocca/è la fame che ogni giorno ritorna.”. Intorno ad Albicocca si muovono e si nutrono tutte le altre esperienze, i bisogni, i desideri, le sofferenze, le perplessità. Albicocca è presenza costante e sottesa, in una sorta di dialogo assiduo, reale od interiore, dell’autore con la donna, dolcezza e luce: “Noi sappiamo la dolcezza/sovrumana dei poeti/ma agli occhi chiusi del tuo piacere/chiedo l’implacabile lucentezza:/il non pensabile mistero…”. E nella splendida Albicocca ancora: “Entra la notte ad assaggiarti/la pelle tua chiara di Albicocca/quando la finestra è un occhio dolce/come il tuo, fatto di lacrime e desideri./Siamo, insieme, come il letto/del fiume sfolgorato dalla corrente:/il bene non è il contrario di niente.” Citazioni che potrebbero continuare a lungo.

Giovanni Peli torna poi più volte sull’importanza della parola, del linguaggio, sola possibilità umana di avvicinare, comprendere, esprimere, parola formatasi già nell’utero materno e destinata a perpetuarsi, ad essere trasmessa da genitore a figlio. Emblematica, in questo senso, la lirica Contro il silenzio: “Mamma mi è servito molto tempo/per sapere che vivere è avere/una parola…” e “Nelle mani abbiamo silenzio/da cancellare…”, per infine concludere: “Le parole che hai perduto/tu, ora le ho io.” E dalla parola alla poesia il passo è breve. Poesia come luogo in cui la parola, la lingua si fa essenziale, alimento e respiro, strumento capace di svelare la nostra umanità, la nostra forza e fragilità. Da questo amore e rispetto nei confronti della poesia e della letteratura nascono alcune sferzanti invettive verso tutti coloro (poeti, critici, letterati) che ne fanno un uso servile, la prostituiscono nella vuota ricerca di un “successo” personale, dell’applauso, della notorietà: “A voi che decidete cosa è meglio/se finire su un blog o una rivista..”, a cui l’autore contrappone il suo risentimento, dando voce a tutti coloro che scrivono per puro e onesto desiderio di dire, di scoprire la propria umanità, senza calcoli opportunistici e finzioni: “non abbiamo bisogno di tutto ciò/del possedere dell’influire del sopraffare/del mondo deciso dagli altri/degli uffici stampa e della visibilità/questa non è una gara”. E ancora: “sono tutti uguali, cinici e delusi/i poeti che non amo/colti quanto basta/profondi da non dire.”.

E questo sguardo critico, virulento, si allarga all’intera epoca in cui viviamo, ai suoi falsi miti, alla sua povertà ammantata di beni materiali, di atteggiamenti, di pose e finzioni, di ipocrisie in cui tutti annaspiamo. E Peli lo afferma con coraggio, esponendosi in prima persona, con verità disarmante: “Io vedo i volti di chi sta scappando/nei riflessi dei vetri mentre sogno/di andare a Parigi a bere e cantare.”. E nel bellissimo e durissimo Dieci, micropoema, l’autore fotografa, inchiodandolo nel ritmo serrato e disperato dell’anafora, questo nostro tempo sciagurato, questa nostra epoca “…svegliata male poco pulita per nulla fiduciosa/epoca di cialtroni di menti svogliate e complici/…menti che non credono a nulla e ridono di tutto…/menti che chiedono il parere solo agli esperti/menti che non hanno il coraggio di abbassare la guardia..”

Proprio in questo “abbassare la guardia”, mostrarci nella nostra nudità per quello che, nel bene e nel male, siamo, si concentra il pensiero, declinato in più testi, di Giovanni su come poter vivere veramente, accettando anche il dolore, i dubbi, la nostra incapacità – o impossibilità – di comprendere l’esistenza. Una volontà di vivere in modo più sapido e profondo, senza rassegnazione né accettazione passiva dell’omologazione che ci vorrebbe sempre più vuoti e disposti all’obbedienza ed al silenzio. Ne Il limite del possibile, il poeta prende atto che “Si vive di misurazioni ed è un peccato/di quanto durerà il dolore/di qualche giorno d’attesa/di contenitori/di troppo distanti equatori/di pensieri che non scivolano/oltre il calcolo..”, ma, ancora nel micropoema, l’autore ribadisce alla sua Albicocca, con versi struggenti e appassionati, che “…non c’è niente di buono in questa diffidenza”, che “se mi sono costruito queste ali credendole di carne/è davvero per volare e per non rendere conto a nessuna/logica né tantomeno alla violenza alle rughe e alle screpolature…/, perché infine “possiamo abbassare la guardia spogliarci/renderci immuni dai centri commerciali e dalle bombe../”.

Credo che Giovanni Peli, con questi versi, ci regali una testimonianza profonda insieme ad una preziosa indicazione di un percorso di vita, certo non facile né indolore, che tutti abbiamo il dovere di cercare, con fatica e fermezza, ogni giorno, per il rispetto che dobbiamo a noi stessi e agli altri, per non smarrire la nostra umanità, la nostra capacità di amare, realizzando alcuni tra i momenti più alti, commossi e commoventi di un’opera decisamente riuscita, convincente ed emozionante. Una poesia toccante, che taglia e incide con la precisione e la determinazione di un coltello. Da leggere, assaporare e meditare.

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One thought on “Albicocca e altre poesie di Giovanni Peli, nota di lettura di Francesco Sassetto”

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