Album di Claudio Salvi, recensione di Giuseppina Di Leo

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Album di Claudio Salvi, Arcipelago Itaca, 2016. Recensione di Giuseppina Di Leo: la poetica dello scatto.

     

    

In Les mysterés de la chambre noire Jacques Prévert muove una pungente critica ai tentativi messi in atto da fotografi e pittori di volersi copiare vicendevolmente nell’arte di duplicare la Natura, tentativi che il poeta riconosce come fallaci, non tanto perché la natura sia inimitabile in sé, quanto perché: «[…] Le papier est sensible/ mais la nature l’est encore davantage […]».

Da sempre il tema dell’immagine e del suo doppio affascina la mente umana. Un rapporto – quello tra pittura e scrittura – che Foucault indicava “infinito”: «Ma il rapporto da linguaggio a pittura è un rapporto infinito. Non che la parola sia imperfetta e, di fronte al visibile, in una carenza che si sforzerebbe invano di colmare. Essi sono irriducibili l’uno all’altra: vanamente si cercherà di dire ciò che si vede: ciò che si vede non sta mai in ciò che si dice…».

L’immagine, il suo doppio, la libertà d’espressione, sono i punti toccati da Claudio Salvi nella raccolta poetica Album.

Le quattro sezioni (Album; Polaroid; Sogno; Altri scritti) di questa opera prima sono altrettanti nuclei tematici sulla difficoltà, appunto, di poter indicare esattamente con le parole ciò che si vede.

Una visione non standardizzata del presente conferisce a Claudio Salvi la scelta di dare alla sua poesia la duttilità necessaria per tracciare senza remore una propria linea di condotta: avere la possibilità di fare e disfare, senza perciò perdere nulla del segno iniziale che ha riconosciuto punto precipuo e fondante da cui partire. Certo, si potrebbe obiettare che, nell’era della “riproducibilità tecnica” (Benjamin) ogni espressione artistica rivela questo aspetto. Ma è proprio perché Salvi conosce questa difficoltà che traduce in simboli grafici le immagini. Un percorso scandito da un ritmo asincrono, condotto in maniera a tratti informale (l’assenza delle maiuscole lascia intuire questo intento da parte dell’autore).

Nella prima sezione, che dà il nome all’intera raccolta, ed è anche la più ampia delle quattro, si parte da una serie di istantanee poco chiare, anzi sfocate e senza alcuna pretesa artistica. Riguardano immagini che appartengono a un tempo passato, uguali a quelle che si trovano nei vecchi album di famiglia. Proseguendo l’istantanea diventa accurata nella sua esecuzione, allo sguardo bastano pochi elementi per indicare una sintesi e mettere in guardia contro un’apparenza ingannevole.

Una libertà di azione che il lettore riconosce anche quando l’immagine ritratta risulta nitidamente scandita in una serie (mattina, pomeriggio, sera). Ciò verifica un cambio nell’ordine iniziale e quel che stava prima viene dopo, o si fa un po’ più accanto («è andata così./ a. prende un succo d’arancia – esami a breve – in abito di morte./ […] è caduta un po’ di pioggia./ il neon illumina i muri./ più tardi un grassone che ha sudato ride.»). Ne consegue un rafforzamento della scena madre, nel finale quasi un calembour.

Altre volte un gesto solitario scandisce un tempo in divenire tra luce e ombra, e sembra di fissare un quadro di Hopper.

Le immagini stesse hanno un loro statuto, un decalogo da seguire, le immagini assumono carattere di narrazione, sintetica quanto basta, purché riproducano il motivo dello scatto. Insomma, trovare «una misura» comporta seguire e rispettare delle regole, esattamente «come in geometria». Semmai la difficoltà delle parole sta nel saper riportare la percezione inconscia, di cui studi recenti riconoscono l’importanza in ambito visivo (Ned Block).

Dal punto di vista formale, la vena lirica lascia subito il posto a una descrizione sintetica e senza preamboli in cui si delineano i tratti essenziali dell’oggetto fissato e s’intravede l’io.

Di taglio diverso, riguardo ai contenuti, sono i testi della sezione Altri scritti. Qui è l’ intento programmatico dell’autore ad essere indicato, una vera poetica dello scatto sottopone al giudizio critico il prodotto della duplicazione. Ne consegue una connotazione diversa della visione: le figure si fanno ruotanti e nello spazio creano «un vuoto».

Vuoto, spazio, forma implicano nuovi interrogativi. Non solo, l’ombra prevale sull’oggetto, con un effetto straniante nel finale.

 

     

da ALBUM:

     

bisogna vedere adesso. stanco, ammaliato.
pauroso nel volo.
f. argomenta contro tassisti, notai – canaglie.
la luna gialla è appena sopra il condominio.

scende la neve
uno se ne sta lì.
che ore sono – balbetto un po’, le otto. alzando l’indice.
ci metto due ore a fare dieci righe.
io che desidero vedermi la città da me e la vedo in foto.

ma sono i profumi, i rumori che non senti.
e tutto quello che non esiste: una casa per esempio. un prato.
di un viaggio in aereo – vuoti, tremori – si era tanto spaventata.

*

uno ha denti di scimmia.
dorme sonni veloci.
hanno noccioline e whisky e tengono pulito.
denti di scimmia mette le scarpe.
alza il tallone con un dito.

mangio riso e carne sotto una veste celeste.
piove appena.
uno pretende mela e zuppa.
non vede il fiume né il bosco.

territori senza luce. stazioni illuminate.
luoghi vuoti.
luoghi parati a festa senza uomini e donne.
tempo vuoto. case vuote. stazioni vuote.
luoghi in attesa. o soltanto vuoti.

*

se cammino attraverso la stanza – non ho niente. non un sintomo,
p.es. dolore a una caviglia. cosa vedo che posso riconoscere. non
riconosco una foto. alzo la mano per tenere i pezzi come emily
thompson.

*

uno scrittore contemporaneo.
è suo dostoevskij in russo.
da una finestra osserva il viavai.
nessun dramma apparente.
a cena vino dolce, un piatto di minestrone.
allunga la mano.
carne o verdura domanda a una vicina.
questa dice dammi tutte e due.

*

«quasi ogni giorno compro pane che consumo a fatica».
«costa tanto a chilo, sono poche le cose che non dimentico».
dice il vicino.
«non esiste un orecchio disponibile al momento».
intanto un uccellino prende le briciole.
per i giardini nessuno si è visto.
forse il miraggio di un acquazzone.
il vicino tende le mani.
«ecco è finito».

*

aprendo scatole in un angolo della stanza, più spazio dove stare.
in maggio, nel nuovo appartamento.
luce su divano e muri.
libri e foto.
niente è attaccato.

*

     

da POLAROID:

     

due righe (?) – se guardi bene io sono in piedi. emily chiede di te.
è lei che si siede. bel tempo fino a martedì.

*

questo è un liceo. chiusure, blocchi – un prato. un’auto in pieno
sole. muovendoci attorno chiaro senso di spazi nuovi.

*

dopo la pioggia – in cima. portofino è interamente in territorio
italiano. cosa ne dici dello scorcio.

*

gli uccelli mangiano le ciliegie – io metto una radio in mezzo ai
rami di questo ciliegio.

*

stanza con tavolino e fiori di campo. siamo felici – io rido perché
un piede del tavolino non sta fermo.

*

vedo questo dalla finestra – il tizio che cammina al centro canta
con forza.

*

due cose – in questa vanno da tutte le parti. io ti indico un punto
colorato come la casa.

*

indicano il panorama – è bianco latte o in ombra in punti diversi.
se vedono così io non so.

*

     

da Sogno:

      

      ancora molte ore prima che faccia buio. impreparato
a tutta questa luce, cosa posso fare con questa massa di luce.

     dal divano guardavo un pezzo di balcone, il meno bel-
lo, quello che non ha le piante e l’albero nel vaso.

      non è tutto chiuso. quando sono uscito dal bar un ne-
gro mi ha detto ciao senza guardare me.

      la parola normale dovrebbe suonare normale, al con-
trario perché la gente diffida di questa parola. io sono normale.

      un pensiero confuso, ero contento che fosse così. non
volevo fare pensieri troppo complicati e netti.
non ero capace?

un tuono distante molto forte. come dei colpi, ho pen-
sato. c’è la possibilità che piova. la luce era tagliata.

*

     

da Altri scritti:

     

Le immagini che presento non hanno niente di umano. a me pia-
ce guardare un buco per la forma che ha, non per quello che di
umano porta.

per esempio: vedo un tale che fa un palloncino a forma di ani-
male per dei bambini. ma quelli vogliono vedere una sfera che è
capace di volare.

in una stanza c’è uno schermo bucato. in questo caso fare un
buco è come predire la fine di uno spazio e l’inizio di uno che
non si vede.

lo schermo contiene forme integrate, disegni. è un quadrato e ha
una forma proprio come le cose che contiene.
anche lo spazio contiene forme integrate, me per esempio. per
questo si stabilisce un rapporto tra me, spazio e schermo.

cosa succede quando il rapporto si rompe?
in pratica non si può fare niente. non si può correggere. bisogna
adattarsi a un ambiente imperfetto in cui un insuccesso è quello
che è.

ma lo schermo bucato a filo dal soffitto è in grado di liberarsi dal-
le costrizioni materiali che ha in sé – pittura, tela, cornice, buco
– e diventare la forma che può andare verso l’alto.

*

i rami fanno ombra. è una statua.
io sono in u punto. eventi sono –
un rumore
un uccello fa il verso
formiche vanno su e giù
foglie

una stanza di cemento è sotto. come lo so? anche se non si vede
                                                                                              [esiste.

in alto la statua si stacca dal piano. i gesti continuano nello
                                                                                          [spazio.

*

l’effetto della fotografia è l’effetto di un mezzo trasparente. si
vede ciò che l’occhio ha registrato in uno spazio nuovo.

fotografa una foto di un giardino. in tutti i casi hai un’immagine.
io la indico e dico – guarda che giardino – ma chi vede dice – io
vedo una foto.
e un altro dice – sì è un bel giardino.

in fondo non si fa altro che ripetere quello che c’è. le cose cambia-
no però quando qualcuno mette la copia in mezzo a un numero
di originali tra cui non si può distinguere.

adesso fotografa una porzione di un atlante. non c’è differenza
tra la foto e l’atlante. allora come si può dire che cos’è?
oppure non si conosce l’originale ma tu dici – questa è una foto.
io non so dire se è così o è una porzione di un atlante.

una foto può far vedere un giardino o un’altra cosa in un certo
modo che non si può far vedere altrimenti.

    

*in questa foto non c’è l’idea che mi sono fatto di un fantasma. ma
chi dice che uno vuole vedere un fantasma così come gli appare.
uno vuole vedere in certi casi ciò che non si aspetta.

si vede un fantasma o un effetto che questo produce in stanza
(muove un oggetto).
se è un effetto le persone dubitano dell’oggetto e non di ciò che
causa il movimento? allora non dubitano per niente del fanta-
sma.

o è la foto che uno indica – è il fantasma.
è un effetto causato da qualcosa? di questo dubito, così della
                                                                [foto e di chi fotografa.

ma di cosa dubito? di me stesso in pratica.
che questo sono io –
ma un altro dice – sei tu.

*

copertina
In apertura Ivo Mosele, Tracce (s)composte, particolare

One thought on “Album di Claudio Salvi, recensione di Giuseppina Di Leo”

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