Alcune domande sulla maternità: intervista a Francesca Del Moro

La prima cosa bella Paolo Virzì, 2010_1

Alcune domande sulla maternità: intervista a Francesca Del Moro a cura di Paolo Polvani.

    

    

Una bellissima poesia di William Blake ci insegna a vedere un mondo in un granello di sabbia e un paradiso in un fiore selvatico, a tenere infinito e eternità nel palmo della mano, credi che possa in parte descrivere l’esperienza trascendente della maternità?

Non ho mai pensato alla maternità in termini di trascendenza, l’ho sempre vista come una cosa molto concreta. La consapevolezza di contenere una nuova vita completamente dipendente da me e un’opportunità inestimabile di amare ed essere amata. Ma i versi di Blake a cui ti riferisci potrebbero descrivere benissimo la grandezza del sentimento che ho provato. Quando sono rimasta incinta, tutto mi è franato intorno: la vita di coppia, la carriera e per qualche tempo anche i rapporti con i miei genitori. Tutti premevano perché interrompessi quella gravidanza imprevista che andava a distruggere ciò che avevo costruito fino a quel momento. Di fronte all’attacco del branco mi sono trasformata istantaneamente in un animale che difende il suo piccolo a ogni costo. L’idea di abortire mi aveva ovviamente attraversato la mente, ma l’avevo rigettata subito. In me sentivo un amore e una felicità enormi.

    

Durante la gravidanza il corpo cambia e rifiorisce, la percezione si amplifica, puoi parlarci delle sensazioni che ti hanno attraversata? 

Per la prima volta dopo tanto tempo avevo dei capelli splendidi! Non ho memoria di percezioni amplificate ma mi sentivo molto forte e sicura, sia emotivamente sia fisicamente. Ero completamente concentrata sulla persona che cresceva dentro di me, sui suoi piccoli movimenti, che aspettavo con apprensione e avvertivo con emozione e sollievo.

    

Credi che le capacità della persona possano nascere e acuirsi con la pratica corporea? In quest’ottica quindi riconosci alla maternità e al parto un potenziale cognitivo?

Alla prima domanda risponderei di sì, anche se per migliorarmi attraverso la pratica fisica dovrei prima risolvere il conflitto che ho da sempre con il mio corpo. Non saprei invece cosa dire della maternità in termini cognitivi. Come ho già detto, al tempo ero completamente concentrata sulla vita che dipendeva da me, e l’istinto di proteggerla mi ha fatto scoprire una forza che non pensavo di avere. Ho avuto una gravidanza senza problemi ma il parto è stato molto difficile e il dolore fisico che ho provato mi è sembrato irrisorio perché pensavo solo al bene del bambino. Potrei dire che in quell’occasione ho acquisito effettivamente una nuova consapevolezza: quella delle molteplici risorse che scopriamo di possedere quando è in gioco la vita di qualcuno che è più importante di noi stessi.

    

La maternità ti ha ispirato poesie? In quali occasioni? Come sono nate?

È difficilissimo scrivere della felicità, di un amore grande e corrisposto. Forse l’unico che abbia mai avuto. Ho scritto alcune cose per mio figlio ma non sono all’altezza di ciò che sento per lui, non esprimono appieno quanta gioia porti nei miei giorni, anche in quelli più duri, il semplice fatto di ritrovarlo a casa la sera. Credo di essere riuscita a trattare meglio il tema delle pressioni sociali nei confronti della maternità. Diventando madre mi sono sentita schiacciare da una serie di doveri e giudizi e il senso di inadeguatezza che ne è derivato mi ha tormentata per lungo tempo. I figli sono ancora usati come metro di misura per valutare le donne, e spesso siamo noi stesse a contribuire a questa situazione. È su questi argomenti che si incentrano le poesie che ti propongo. La prima è recente e si inserisce in un dialogo suscitato da un articolo in cui una donna ammetteva la propria incapacità di conciliare lavoro e famiglia; la seconda nasce dalla lettura di un poeta; la terza riporta l’esperienza di una persona a me molto vicina; la quarta esplora la maternità come performance, come risultato, e in parte si riferisce al rapporto con mia madre, con il quale ho inevitabilmente dovuto fare i conti nel momento in cui sono diventata madre anch’io. L’ultima è una poesia che avete già pubblicato su Versante Ripido ma te la propongo nuovamente perché la trovo particolarmente significativa per il tema di questo numero. I versi nascono da un’esperienza personale per riflettere su un tema che riguarda tutte le donne: l’obbligo di essere madri, l’ingerenza degli altri e della società in quella che dovrebbe essere una scelta del tutto personale. Mi trovavo in Puglia, ospite per qualche giorno dei parenti del mio compagno e le donne della famiglia non facevano che chiedermi con grande insistenza perché non avessi ancora fatto il secondo figlio. Io avrei desiderato tanto una bambina ma il mio compagno mi rifiutava da tempo. Soffrivo moltissimo per questa situazione e le parole di quelle donne mi umiliavano e mi ferivano profondamente.

     

Le poesie di Francesca Del Moro sul tema sono pubblicate in altro articolo in questo stesso numero di VR (ndr).

             

La prima cosa bella Paolo Virzì, 2010
La prima cosa bella, Paolo Virzì, 2010

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