Alcune riflessioni intorno alla definizione di “poesia femminile” di Francesca del Moro

Elisabetta Sirani, La Giustizia, la Carità e la Prudenza, 1664

Alcune riflessioni intorno alla definizione di “poesia femminile” di Francesca del Moro.

  

   

“Non abbiamo altro scopo, per quanto mi riguarda, che riflettere il nostro tempo, le situazioni intorno a noi e le cose che sappiamo dire con la nostra arte, le cose che milioni di persone non sanno dire”. Parto da questo pensiero di Nina Simone per tentare di trovare un senso alla definizione di “poesia femminile” così da raccogliere l’invito alla discussione gentilmente rivoltomi da Versante Ripido. Sarei tentata di rispondere subito che non esiste alcuna “poesia femminile” sottraendomi all’impegno di scrivere sulla questione, ma forse è giunto il momento di fare i conti con questa etichetta che mi è stata più volte applicata e che ho sempre accolto con un certo disagio. Forse perché istintivamente avevo il sospetto di essere identificata di volta in volta con una di quelle “gentili signorine” o “rabbiose signore” da cui Davide Rondoni prende le distanze nella prefazione all’antologia Poeti con nome di donna (BUR, 2008) pur non rinunciando a una copertina rosa e lilla. Due espressioni che delineano perfettamente due opposte visioni della donna: da un lato una femminilità delicata e sentimentale (da visualizzare come giovane ed eterea fanciulla), dall’altro l’aggressività della donna matura e insoddisfatta, magari femminista, che si ribella alla condizione imposta dalla società al proprio genere. Questi due stereotipi gravano inevitabilmente sull’aggettivo “femminile” che in entrambe le accezioni fa pensare al primato dell’emotività e del ripiegamento su di sé rispetto alla profondità di pensiero e alla capacità di astrazione. Un pregiudizio avallato tra l’altro da quanto si legge in un articolo apparso sul Fatto quotidiano nel settembre 2012 a proposito dell’antologia Nuovi poeti italiani 6 appena pubblicata da Einaudi. Commenta la curatrice del volume Giovanna Rosadini: “Gli uomini, più cerebrali, quando scrivono si pongono il problema di offrire una visione del mondo. Le donne esprimono le proprie emozioni. … Ci sono casi in cui le poesie fanno riferimento alla realtà contemporanea – come nei versi di Maria Grazia Calandrone e Giovanna Frene. Ma si tratta sempre di una realtà filtrata dalle esperienze e mai universale”. Una semplificazione che può essere facilmente smentita dando un rapido sguardo al panorama della poesia contemporanea.

Mi piace a questo punto portare alcuni esempi che bastano a far emergere l’ampio ventaglio di temi e stili con cui si misurano oggi le donne che scrivono poesia. Estranee agli stereotipi legati alla scrittura femminile, così come esposti brevemente sopra, sono autrici tra le più interessanti come Martina Campi, Anna Maria Curci e Giusi Montali. La prima si caratterizza per una poesia rarefatta e visionaria, debitrice di Emilio Villa, in cui la soggettività totalmente priva di connotati di genere è espressa tramite un “noi” che coincide con l’umanità stessa. Tagliente, sarcastica, metricamente ricercata e infarcita di richiami letterari è invece la scrittura di Anna Maria Curci, che si propone di sezionare la contemporaneità con la mano ferma del chirurgo. Il corpo, tema considerato femminile per eccellenza, è protagonista dei versi di Giusi Montali, ma viene affrontato con gli strumenti dell’anatomia e dell’astronomia, divenendo oggetto di studio in componimenti dall’afflato fantascientifico. A queste tre autrici potrei contrapporre altrettante ottime scrittrici i cui temi sono più vicini a quelli che vengono normalmente percepiti come “femminili”: Rita Galbucci, Leila Falà e Loredana Magazzeni. Nelle sue poesie nude, pregnanti e compatte, Rita Galbucci si confronta con gli obblighi della cura, la maternità e le asprezze insite nel ruolo della donna nella famiglia e nella società, mentre Leila Falà posa uno sguardo ironico e delicato su una quotidianità scomposta e ricomposta che alberga nelle piccole cose, nella dimensione affettiva e domestica. Tra i suoi molteplici temi, Loredana Magazzeni affronta con lucidità e coraggio le problematiche legate al corpo, al disamore e alla condizione femminile. Altre due autorevoli scrittrici uniscono la cura dell’espressività linguistica ritenuta erroneamente più tipica della scrittura maschile a tematiche riguardanti il genere. Alessandra Carnaroli ha dedicato un volume lucido e spietato al tema del femminicidio, sottoponendo il linguaggio alla stessa violenza che subiscono i corpi delle vittime alle quali dà voce. Con uno stile ipersofisticato che mescola con sapienza dantesca le parlate calabrese e toscana della sua famiglia a espressioni latine e termini ricercati, Rosaria Lo Russo si propone di ribaltare i luoghi comuni relativi al ruolo della donna in letteratura, il cosiddetto “stilnobbismo patriarchista”, scrivendo versi epico-ironici che rovesciano il concetto di musa ispiratrice e ripensano figure del nostro patrimonio letterario come nello strepitoso poemetto in cui Penelope dice finalmente a Ulisse quello che si merita. “Non è una questione di linguaggio ma di temi” osserva la stessa Lo Russo a proposito della poesia femminile, un pensiero che mi riporta alla citazione iniziale di Nina Simone.

Esistono temi legati alla condizione della donna, da sempre subalterna all’uomo e costretta a lottare per ottenere pari diritti e riconoscimenti nel mondo del lavoro, dell’arte e della politica. Questa situazione è andata senz’altro migliorando ma ancora oggi le donne, che hanno stipendi generalmente più bassi degli uomini e vengono penalizzate sul lavoro a causa di una possibile futura maternità, si trovano a dover conciliare gli obblighi della cura familiare con il lavoro, lo studio e l’espressione stessa della propria creatività. Se fino a qualche decennio fa nelle famiglie si assisteva a una divisione dei ruoli che vedeva l’uomo impegnato fuori casa e la donna a occuparsi dei figli e del focolare domestico, oggi quest’ultima è costretta a farsi carico di entrambi i compiti, rappresentando spesso l’unica figura genitoriale. Un doppio impegno che comporta ansia, sensi di colpa e un’immensa fatica. Sulle donne grava inoltre una serie di pressioni, a cui è difficile sottrarsi completamente: da un lato quelle riguardanti il primato della cura e le abilità domestiche, spesso esercitate dalle donne di generazioni precedenti, dall’altro i modelli estetici consolidati dai media che le costringono a un rapporto conflittuale con il proprio corpo. Non è questo lo spazio per sviscerare simili argomenti, ma affrontarli è uno dei compiti che la poesia può scegliere di assumere. Non esistono stili, sensibilità, contenuti individuabili come specificamente femminili. Le donne possono scrivere qualunque cosa e in qualunque modo, e lo fanno. Ma se vogliono riflettere il proprio tempo, come sostiene Nina Simone, possono cogliere l’opportunità di misurarsi con le problematiche che riguardano il loro genere nella società e nella contemporaneità. Indagare il reale, addentrarsi nella condizione umana per me resta uno degli scopi più alti dell’arte e un’operazione conoscitiva non può prescindere dal coraggio di puntare il faro contro se stessi. “Più l’arte è personale, e più diventa universale” recita un vecchio adagio smentendo l’accusa di scrivere confessioni troppo spesso rivolta a chi mette in versi la propria esperienza e non rifugge l’uso della parola “io”. Mettere in gioco se stesse, attingere al proprio vissuto o a quello di persone vicine non esclude affatto, contrariamente a quanto sostiene Rosadini, l’aspirazione all’universalità. Si tratta semplicemente di un’operazione di verità.

La definizione di “poesia femminile” deve quindi a mio parere decadere come categoria critica atta a definire particolari sensibilità, stili o contenuti ritenuti peculiari delle donne, così come dovremmo spostare l’attenzione dalla compilazione di antologie dedicate alle autrici alla loro presenza nei volumi antologici che prescindono dal genere. Basta un rapido sguardo all’appendice della brillante tesi di dottorato di Ambra Zorat, La poesia femminile italiana dagli anni settanta a oggi, per evidenziare il dato sconfortante della scarsissima percentuale di donne nelle antologie poetiche stilate in Italia nel periodo preso in esame. A questo sbilanciamento, le cui motivazioni restano tuttora da approfondire, si propone di rimediare la compilazione di antologie dedicate esclusivamente alle autrici, innescando così un meccanismo ghettizzante. Come se, prescindendo dal genere, inevitabilmente fossero gli uomini a emergere come più meritevoli così da rendere necessario ricavare spazi alternativi per le donne. In questo senso è opportuno indagare questo dato e compiere un’operazione di recupero storico del lavoro di tante scrittrici rimaste ai margini delle istituzioni letterarie e la cui voce rischia di scomparire. Un’operazione che oggi viene portata avanti grazie a un vivace fermento culturale agevolato dalle risorse offerte dalla rete.

A questo proposito mi interessa segnalare, da un lato, il lavoro costante del bolognese gruppo 98 che si propone di valorizzare la scrittura e l’arte delle donne all’interno di un’esperienza collettiva, dall’altro un omaggio alle grandi autrici lette dalle autrici di oggi promosso dal collettivo WSF a Verona lo scorso ottobre, che si spera sia solo la prima di altre iniziative animate dallo stesso spirito.

Alla luce di quanto esposto sopra, mi sento quindi di tornare a quanto avrei detto in partenza, ovvero che la definizione di “poesia femminile” sia da respingere nella misura in cui ruota intorno ad alcuni stereotipi (primato del sentimento sulla ragione, dell’esperienza personale sull’universalità, del contenuto sulla forma, per riassumere brevemente) ma che resti opportuno portare avanti in poesia un discorso sulle tematiche di genere, da un lato utilizzando il verso per interrogare la condizione della donna nella contemporaneità, dall’altro per compiere un lavoro di recupero e valorizzazione delle voci femminili rimaste nell’ombra.

“Non importa se voi non leggete le poesie, perché sarà la poesia a leggervi tutti” recitano i bei versi di Christian Tito, e vale la pena in quanto donne e scrittrici tenere presente questo monito.

________________________

Suggerimenti di lettura:

Martina Campi, Cotone, Buonesiepi Libri 2014
Alessandra Carnaroli, Femminimondo, Polìmata 2011
Anna Maria Curci, Nuove nomenclature e altre poesie, L’arcolaio 2015
Leila Falà, Mobili e altre minuzie, DARS 2015
Rita Galbucci, Nel moto apparente, Cicorivolta 2013
Rosaria Lo Russo, Poema, Zona 2013
Loredana Magazzeni, Volevo essere Jeanne Hébuterne, Le voci della Luna 2012
Giusi Montali, Fotometria, Edizioni Prufrock 2013
Ambra Zorat, La poesia femminile italiana dagli anni settanta a oggi. Percorso di analisi testuale, 2009
https://www.openstarts.units.it/dspace/bitstream/10077/3771/4/Zorat_phd.pdf

                   

Elisabetta Sirani, Giuditta con la testa d'Oloferne, 1658 - in apertura La Giustizia, la Carità e la Prudenza, 1664
Elisabetta Sirani, Giuditta con la testa d’Oloferne, 1658 – in apertura La Giustizia, la Carità e la Prudenza, 1664

 

2 thoughts on “Alcune riflessioni intorno alla definizione di “poesia femminile” di Francesca del Moro”

Gentile lettore, all'autore di questo articolo farà molto piacere se vorrai lasciare un commento.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: