Amore in piazza di Vladimir Levchev, nota di lettura di Miriam Bruni

Branciforte, "Papaline", 2015, olio su tela

Amore in piazza di Vladimir Levchev, Terra d’ulivi ed. 2016, nota di lettura di Miriam Bruni.

   

   

Già pubblicata in Bulgaria nell’Edizione Scalino, questa raccolta antologica di Vladimir Levchev giunge ora anche a noi nella traduzione di Emilia Mirazchiyska e Fabio Izzo e grazie al lavoro editoriale di Terra d’Ulivi.

Presenta una suddivisione interna composta di tre parti, due piuttosto ampie ed una sottilissima, quasi come una casa a due piani coperta da un tetto sottile.

La prima sezione prende il nome “Amore”, la seconda “In piazza”: i due titoli, accostati e uniti, formano quello generale dell’Opera, con un effetto già leggermente frizzante e sorprendente, quasi a preparare il lettore ad altri passaggi “magnetici” messi in campo da questo importante e prolifico autore. Si vedano, ad esempio, quelli che sottolineai sin dalla prima lettura, colpita dalla qualità e originalità dell’immagine o dalla capacità di tenere insieme i contrari, due delle virtù che sono solita attribuire all’autentica poesia.

L’aria sa di pino e neve, seduce…
E sopra la terra è azzurro il tramonto” (pag. 21)

Ami il secco deserto del sogno
perchè lo sai riempire con un oceano di pazzia

Lo spirito di un indiano taciturno guida la macchina” (pag.14)

Arriva enorme, arriva vivo il mare
 che tempo fa affogò il bambino” (pag. 15)

Un fulmine folgora attraverso i nostri corpi
e sgorga l’antico torrente
per chiudere il percorso circolare:
noi siamo un insieme” (pag.20)

In questi pochi ma già eloquenti versi possiamo notare la sensibilità di Levchev verso gli elementi naturali, l’accettazione/accoglienza per dimensioni quali il silenzio e la follia, e la concezione presa in prestito dall’ “insiemistica” riguardo all’amore di coppia: non tanto uno stare insieme, quanto piuttosto un ricostituire un primigenio “insieme”!

Se al primo piano sono dunque raccolte poesie che possiamo definire di ambito “privato” in quanto legate a sentimenti, ricordi, riflessioni sul presente e sul passato emozionale/esistenziale dell’io narrante, il secondo piano è invece dedicato a quei temi che chiamiamo “civili” perchè collegati alla sfera pubblica, agli eventi storici, alla giustizia, ai mutamenti sociali e politici di una determinata nazione (qui principalmente Bulgaria e Stati Uniti)
Alla base dell’edificio vi sono due testi su cui non posso non soffermarmi perché ne costituiscono a mio avviso una sorta di “fondamenta” imprescindibili ed anche perché sono proprio quelli in cui ho trovato maggiori risonanze, sapori e sfumature di un “credo” e un “sento” che mi appartengono alquanto.

Sin dal primo “Amore in piazza“, ecco due termini che permeano l’intero libro, “raccolte di significato” più che singoli termini, direi: bacini di pensiero cui l’autore torna ad attingere spesso. Parlo del  “sogno” e della “nudità”, tematiche che saranno appunto riprese e rimodulate in vario modo sino alle ultime pagine, come fili d’argento…
L’essere nudi assume sin dall’inizio due connotazioni opposte: nei sogni infausti è una condizione di vergogna e disagio, nei bei sogni invece appare come l’abito più consono alla libertà e al volo.
Se il tempo iniziale di questo testo è il passato – “da giovane facevo un sogno” – la poesia si chiude però su di una considerazione escatologica al presente indicativo, in una cornice quindi di gentile assertività e maturità : “nudo e libero / come lo è l’anima dopo la morte.”

Ancor più ammaliante e densa di spunti, assaporata con una certa voluttà, lo confesso, è la seconda poesia di quest’Opera. Si intitola “Il risvegliato” e anche qui domina un’atmosfera trasognata, visionaria. Potrei definirla un cocktail dal gusto forte e rotondo sulle corde più essenziali della condizione umana: la fatica di avanzare, il desiderio, l’assillo della morte, i paradossi del vivere.
E’ datata 1981, dunque è anche tra le più antiche cronologicamente parlando.
Cinque strofe di quattro versi ciascuna, e un reticolato fittissimo di rime perlopiù a fine verso, come non lo ritroveremo da nessun’altra parte. Cinque strofe, dicevo, e cinque i termini che vorrei evidenziare di questo testo, termini che conducono istantaneamente a quel “ring” della vita in cui ciò che sperimentiamo è una dura lotta, a volte una forte paura e un senso di impotenza, di frustrazione del desiderio. E difatti, ecco: “STENTO”, “FANGO”, “CAPPIO”, “TERRORE”, “SPASMO”.

Insano spasmo, e crolli sulla soglia.
La vita che verrà sarà più dura:
di intoccabilità – se avrai la voglia,
irrevocabilità – se avrai paura.

Una strofa, questa, che raggiunge davvero un tono di vaticinio molto suggestivo; il climax perfetto cui far seguire una conclusione importante: in mezzo all’ “immondezzaio” crescente, (cfr. pag. 72) e ai colpi di fucile che credono di mettere al muro e uccidere, all’uomo resta una possibilità: far emergere una forza dell’anima che nulla ha a che fare con le ricchezze materiali – “dove le tignuole e la ruggine consumano” (cfr. pag. 75) – Una presa di distanza che gli consenta di resistere, come ha saputo ben delineare Fabrizio Dall’Aglio nella Postfazione, e  aprirsi ad una logica diversa, quella indicata dal versetto evangelico citato in apertura (Mt 6, 26), una logica in cui tra mendicanti e poeti vi è un perenne sodalizio.

E sebbene fare i conti col reale voglia dire molto spesso fare i conti con: “poltiglia, solitudine, spazzatura” (cfr pag.84), Levchev sembra ricordarci, in filigrana, che la libertà interiore e l’arte possono adempiere alla portentosa e necessaria missione di farsi canali di “speranza“, canali capaci di portare all’uomo “soffocato da fumo e demagogia” (pag. 53) “un messaggio dall’altro mondo (pag. 38).
L’Arte infatti “deve conversare, non solo parlare. Deve mostrare, non solo dire. L’arte deve partecipare, invocare, ridere. Anche quando la fucilano. L’arte deve abbracciare e baciare.” (Manifesto, pag. 38) Affinché non continuiamo a far scrivere alla Storia che “tutto quello che possiamo vedere del nostro futuro è il nostro passato.” (pag. 63)

Il senso?
Il senso è un mistero.
Però non disprezziamo il mondo.
Per nulla!” (pag. 31)

Possiamo sempre chiedere al Padre (che sa di cosa abbiamo bisogno) di fare della nostra “infelicità”letame per l’Eden” (cfr. pag.13).

immagine d'apertura: Branciforte, "Papaline", 2015, olio su tela
immagine d’apertura: Branciforte, “Papaline”, 2015, olio su tela

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