“43 poeti per Ayotzinapa” a cura da Lucia Cupertino, note a margine di Emanuela Rambaldi

The tree of life, Terence Malick, 2011_43

“43 poeti per Ayotzinapa” a cura da Lucia Cupertino, note a margine di Emanuela Rambaldi

 

 

 

Stato del Guerrero, famoso per la baia di Acapulco. Messico.
Iguala, città dell’entroterra. 26 settembre 2014.
Un gruppo di studenti della Scuola Normale Rurale di Ayotzinapa, quella che forma i futuri maestri delle zone rurali più povere del paese, famosa per educare alla reattività intellettuale e all’opposizione sociale, sono diretti a Città del Messico per partecipare alla manifestazione in ricordo del massacro di Tlatelolco. Gli autobus dove viaggiano vengono attaccati dalla polizia. Alcuni sono uccisi. Alcuni riescono a fuggire. Di 43 di loro non si saprà più nulla. Non torneranno più. Scomparsi.
Il dopo è una lunga serie di depistaggi, di menzogne di stato, di connivenze tra criminali, apparati locali e federali, torture, soprusi, impunità.
E’ la tormentata ricerca delle madri e dei padri che non possono accettare quella che chiamano “perdita per sparizione forzata”.
Le loro carovane viaggiano per il paese, arrivano persino negli Stati Uniti, in cerca di aiuto concreto.
Sono poveri, senza difese, senza tutele, osteggiati nella ricerca dei loro figli dallo stato che dovrebbe aiutarli e proteggerli.
Vogliono la verità. Perché nessuno, ancora ad oggi, conosce i motivi di tanto orrore. E non c’è giustizia senza verità.
Durante le ricerche, vengono scoperte fosse comuni. I ragazzi non si trovano. Ma i resti di altri scomparsi,  svelano una realtà raccapricciante e tremenda. La terra del Messico è disseminata di ossa.

In Messico, in tutto il mondo, ci sono state le manifestazioni, Poi c’è stato un libro. Di poesie.
Lucia Cupertino ne ha curato l’edizione italiana occupandosi anche della traduzione delle 43 poesie “per il Messico e i suoi desaparecidos”.
Non solo. Con la sua delicata determinazione se ne è andata in giro a presentarla. A diffonderla, a raccontare del Messico e degli studenti di Ayotzinapa.

E’ un libro doloroso. Nel leggerlo, si ha l’impressione di essere costantemente al buio.
Dopo averlo letto si possono fare due cose.
Tornare alla luce, alla normalità. Che è esattamente lo sforzo di rimozione di coloro che, in Messico, non hanno parenti o amici scomparsi, e tentano di falsificare le proprie giornate credendo che una forma di normalità sia ancora possibile. (Ma, ci dice Lorusso, nella articolata prefazione, più di 28.000 sono gli scomparsi negli ultimi 10 anni).
Oppure, leggere ancora. Approfondire. Partire da qui per saperne di più. E poi magari. Dopo esserci fatti coscienza. Farci voce.
Perché comunque sia, non si può tacere.

            

copertina definitiva

 

I 43 poeti intonano un lamento corale, di rabbia e di pianto, di impotenza e di disperazione.
Percorrono tutto il buio dell’orrore, rievocano il nero della notte, della terra, del sangue.
Svelano la penosa assenza di un luogo dove piangere. Evocano una terra disseminata di cadaveri.
Denunciano che il Messico sia uno dei luoghi nel mondo dove il dissenso uccide. Dove le cose più ovvie, la semplice difesa dei diritti, diventano pretesti, legittimazioni per l’eliminazione fisica. Dove la cultura, il libero pensiero, sono combattuti cancellando le persone, con la certezza dell’impunità.

Oggi scrivo col cuore di un altro. Di altri sentenziati dalla narco/patria, la narco/polizia, il narco politico, il narco/presidente. Narco/silenzio, narco/piombo, narco/desaparecidos, narco/morti. Sentenziati dalla grandissima gran narco/merda a non alzare la voce, né la penna, né il pennello, né la tela.
(Toño Jerez, Spagna, QUARANTATRÉ SILENZI)

Subiscono tutte le conseguenze della colpa. E, in qualche mondo, della morte della speranza. Perché se il silenzio è connivenza, la poesia può solo testimoniare l’impotenza.

Ponzio Pilato si lava le mani in un atlantico d’acque rosse
Si lava le mano, le mie mani, le tue mani,
“hypocrite lecteur, mon semblable, mon frerè”.
Ponzio Pilato si lava le nostre mani
e più ci laviamo le mani, meno possono chiamarsi mani
e quanto più sapone, tanto più zozze sono.

(Salustiano Masó, Spagna, PONZIO PILATO SI LAVA LE MANI)

Chi siamo?
In cosa abbiamo trasformato
Il nostro sangue, il nostro essere?

(Roxana Elvridge-Thomas, Messico)

Cosa fare?
Sarebbe difficile restare inerti
accettare di sentirsi così indifesi
in questo dar significato donandosi
senza risolvere nulla,
ancor meno cavarsi gli occhi
per deambulare smarrito
in mezzo a tante tenebre
cercando di eludere insieme a questo
il sapersi responsabili
di delitti non commessi.

Sopravviviamo di fronte al desiderio di sottrarci
a questo che non è ormai
nient’altro che pura e disgraziata impotenza

(Mario Islasáinz, Messico)

Conoscono i limiti delle parole. Sanno che la poesia non è abbastanza. Non lo sarà mai. Ma che deve esserci. E deve servire la verità, aghi conficcati nella coscienza, perché non si assopisca.
E allora i 43 poeti diventano i 43 studenti.La dolorosa identificazione allevia un poco il dolore dell’impotenza.I morti hanno la loro voce. Non è vero che vivono. Ma nelle parole esistono. Smettono di essere degli scomparsi. Questa forse alla fine è la vera consolazione. Che non sia il silenzio a vincere.

il miglior raccolto del Paese,
una generazione
di pensatori liberi

(Juan Campoy, Spagna, AYOTZINAPA)

I loro nomi vengono declamati come fossero versi. (Katy Parra, Spagna, LA CANZONE DEI DESAPARECIDOS).
Vivi li hanno portati via e vivi li rivogliamo.

E’ il grido dei genitori. Quello che viene scandito in ogni manifestazione. Lo straziante conflitto tra il germe della speranza e quello della sua impossibilità.
Certo, l’arte non muore. E poi?
Forse per sconfiggere il potere, la morte, la paura, serve la disperazione, il non aver più niente da perdere. O l’educazione, la cultura, l’arte. La conoscenza.

Nel tormento dell’impotenza i 43 poeti si interrogano. Come può la vita continuare dopo l’orrore. E cosa resta dopo la protesta, la poesia. La poesia è testimonianza. E poi? Fin dove si può spingere il linguaggio Cosa può la poesia contro il potere, quando il potere uccide i corpi e le coscienze? Resta l’assenza di un futuro. La poesia non cambierà il mondo. Loro non torneranno più.
Però.

Ci sono particelle di sangue in tutte le nostre poesie

In Messico,
Chi scompare dice la verità.

In Messico scompare la poesia
c’è lo Stato

Una buona poesia politica non “fa  cadere le ingiustizie”,
dà loro nome e indirizzo

(Marc Delcan, Spagna, PROESIA DI STATO)

 

“43 poeti per Ayotzinapa”
Voci per il Messico e i suoi desaparecidos
a cura di Lucia Cupertino
prefazione di Fabrizio Lorusso.
postfazione di Francesca Gargallo
Edizioni Arcoiris 2016

Il ricavato del libro è devoluto all’ Associazione dei genitori della Scuola Normale Rurale “Raúl Isidro Burgos” di Ayotzinapa

                   

                 

The tree of life, Terence Malick, 2011

The tree of life, Terence Malick, 2011

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