Appunti per i festeggiamenti Infinito200, di Davide Rondoni

http://www.metmuseum.org/art/collection/search/55453 Artist: Utagawa Kuniyoshi, Japanese, 1797?1861, View of Mt. Asama from the Usui Pass, ca. 1850, Polychrome woodblock print; ink and color on paper, H. 10 1/8 in. (25.7 cm); W. 14 in. (35.6 cm). The Metropolitan Museum of Art, New York. Rogers Fund, 1922 (JP1424)

Appunti per i festeggiamenti Infinito200, di Davide Rondoni.

     

     

1) Da dove nasce il problema

Ho lanciato da poeta quesa festa di una poesia perché “L’infinito” non è un problema filosofico o letterario. È innanzitutto umano, esistenziale. Lui, Leopardi dice: “dove trova piacere l’anima aborre che sia finito.”
Se non provassimo dispiacere (aborre – che verbo forte) quando finisce una cosa che ci piace (una vita amata, una bella esperienza, una cosa buona) non avremmo il problema dell’infinito. Che dunque riguarda e urge la nostra stessa natura umana.
E poi dice: “non solo la facoltà conoscitiva o quella di amare ma neanche la immaginativa è capace di concepire, ma solo dell’indefinito e di concepire indefinitamente”
Festeggiare qualcosa che ci riguarda tutti. Che tra l’altro unisce prodigiosamente parti opposte di Italia. E che non è una “cosa” e nemmeno una “idea”.
“C’è un concetto che corrompe e altera tutti gli altri. Non parlo del Male, il cui limitato impero è l’Etica, parlo dell’Infinito.” scrive J.L.Borges, in “Otras Inquisiciones”.
La poesia è luogo vivificato da quel che Borges chiama “corruzione” dei concetti.

2) Rileggere davvero 

Il testo del ventenne che mormora “Infinito” è uno spazio dove avvengono molte cose.
Soprattutto indica un luogo “non altrove dalla poesia.”
In questo a veder bene c’è una “finzione” dell’infinito che genera blocco e “spauramento”
Poi, al sorgere di un vento tra le piante (un segno di che natura? una voce biblica, un segno misterioso?) inizia un “comparare” (una forma di conoscenza non di immaginazione) voce e silenzio infinito. E avviene un sovvenire del tempo e della sua eternità in cui “dolce” diviene naufragare. Un’esperienza ben diversa dallo spaurare.
Forse l’uomo che vive “altrove dalla poesia” è un uomo finito, bloccato?
Il luogo “non altrove dalla poesia” ha legami con la situazione esistenziale perenne della natura umana ma anche l’evoluzione delle scoperte in ogni campo.
Ad esempio è interessante confrontare la concezione di spazio e tempo come unico in Einstein e nel testo di Leopardi
Quello che anche i matematici chiamano “l’infinito attuale” è impossibile “altrove della poesia” cioè altrove da un luogo ove il linguaggio tende alla propria verità.

3) Una questione di libertà

Un poeta che scriveva anche d’arte, Alessandro Parronchi, apre il libro del filosofo inglese George Berkeley (1685-1753), probabilmente letto da Leopardi: “Saggio di una nuova teoria sopra la visione”, trattato del 1732 in edizione veneziana. Vi si trovano osservazioni che paiono riprese dal recanatese, soprattutto a riguardo del rapporto tra la parola e la evocazione nel lettore di moti dell’animo in modo quasi “involontario”, vale a dire parole in virtù delle quali senza che ancora sia formulata un’idea o una comprensione si suscita una visione nel lettore. Insomma, parole che per Leopardi funzionano come accensioni, come micce di qualcosa che è nell’animo umano. E specialmente, come afferma più volte, si tratta di quelle parole che suscitano un senso di remoto, di vastità, di indefinito.
A certo punto, nel “Discorso preliminare a un trattato della cognizione” che segue il testo del Saggio, Berkeley dice: “Lo spirito dell’uomo essendo finito, quando si tratta di cose che partecipano della Infinità non è meraviglia se dà in Assurdità e contraddizioni dalle quali è impossibile che giammai si sciolga del tutto, essendo nella natura dell’Infinito che non possa comprendersi da tutto ciò che è finito.”
Di che genere di “assurdità e contraddizioni” che non si sciolgono sta parlando il filosofo empirista e, non va dimenticato, profondamente religioso e cristiano (era un vescovo anglicano…)?
Sono forse le assurdità e contraddizioni inaccettabili nell’anbito di un pensiero “non poetico” e che invece trovano, al contrario, un luogo dove non devono “sciogliersi”, ma agire sul significato e sull’animo in un altro modo. Una parola non filosofica, ma poetica.
Infatti quel che ci appare chiaro e significativo se restiamo dentro lo spazio della poesia ecco che nel momento in cui ci si distanzia e si passa a un altro discorso diviene oscurità…
Naufragio del discorso non poetico. Naufragio del poeta che così e solo così conosce l’infinito, naufragio dolce, e anche naufragio della forma finita (dell’essere umano e della sua lingua) nella impossibilità. Ma ecco che tale impossibilità, non per via di idea o di concezione – il finito non può concepire l’infinito – diviene possibilità di conoscere l’infinito, di sperimentarlo.
Allo scoglio di questa impossibilità, scrive Parronchi, si urta l’intelletto umano donde il finale “naufragar” (1959). Ma l’uomo è solo intelletto? cosa muovono davvero in noi le parole?
La poesia  cosa muove in noi?
Leopardi è molto interessato a questo “potere” delle parole poetiche. Ungaretti giustamente annota che egli non è un classico nè un romantico.
E richiama gli articolo del Breme, 1818, capitali per Leopardi che li commenta, finendo con questa affermazione:  “le regole nascono quando manca chi pensi”. Siamo l’anno prima de “L”infinito”.
Per il Breme il patetico/ dolore sono un universale, non potendolo essere schemi e idealità fisse. E i poeti dono vati, veggenti che riprendono una lingua “antica”. Soprattutto per il teorico scrittore, ricorda Ungaretti, il patetico “non consiste necessariamente nel lugubre ma sì nel profondo e nella vastità del sentimento”. Quella vastità, come ricordato poco sopra riprendendo il Leopardi lettore di Pascal, muove a una specie di “pazzia” che cerca rifugio e ripiego nella elaborazione del concetto di “indefinito”.
L’Idillio che per Ungaretti è “ironico” nel senso che sembra quasi negare il proprio titolo, è una strana sorpresa. Come se conducesse dalla impossibilità della “finzione” alla verità della esperienza poetica. 

È l’alba. Ho percorso a piedi un tratto di Firenze, proprio da palazzo Leopardi (ma lui non ci abitò mai) fino alla grande stazione disegnata da Nervi.
I palazzi in Borgo Pinti sono muti, meravigliosi, poi si apre piazza san Lorenzo con la statua del condottiero Giovanni delle Bande Nere, figlio della donna della mia città, Caterina Sforza signora di Forlì. La misura, il Rinascimento, il segreto di qualcosa che urgeva questi uomini di arte e di armi… Firenze trionfo del visibile e della misura…
Michelangelo, Donatello, Raffaello, Rosso Fiorentino, Carpaccio, Brunelleschi, e prima là Simone Martini, Giotto, Cimabue… Cosa cercavano questi maestri della misura e del visibile?
Lo chiesi, ancora fremente di anni di studio giovanile in università, a uno dei miei maestri. Ezio Raimondi era seduto nel suo studio sepolto dai libri e pure sempre con lo sguardo curioso e luminoso dietro gli occhiali spessi. Mi fissò: “Cercavano l’invisbile”.
L’infinito ê rappresentabile solo in un modo: nel punto di fuga che esiste ed è ravvisabile ma irrangiungibile e che dà luogo alla prospettiva inventata dai pittori italiani tra Medioevo e Rinascimento. Nell’icona orientale è come se fossimo noi, gli osservatori, il punto di fuga, poichè nell’Icona è il divino che si presenta all’umano e non l’umano che insegue l’invisibile.
Se non si afferma un legame tra uomo e punto di fuga, tra vita e infinito, diceva don Giussani, l’esistenza umana sarebbe definita solo dal potere, in tutte le sue forme.
E la vita sarebbe una galera. 

         

Utagawa Kuniyoshi, Vista del monte Asama dal passo Usui, ca 1850, MET Museum New York
Utagawa Kuniyoshi, Vista del monte Asama dal passo Usui, ca 1850, MET Museum New York

Gentile lettore, all'autore di questo articolo farà molto piacere se vorrai lasciare un commento.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: