Emile Edang, la scrittura è una religione. Gabriella Modica su “Aquila d’Africa” di E. Edang

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Emile Edang, la scrittura è una religione.
Gabriella Modica su “Aquila d’Africa” di E. Edang, Arduino Sacco ed. 2014.

    

   

Scrivo d’istinto per sopravvivere,
in attesa che la nave della mia vita
coli a picco nell’oceano senza ricordo di nulla.
                                                          Emile Edang

    

Per una curiosa coincidenza il tempo intercorso tra la prima lettura di questi versi di Emile Edang, Poeta Camerunense, e la stesura di queste note, è passato su un ponte sotto al quale la vita, il lavoro, le preoccupazioni e le emozioni si sono avvicendate assumendo una parvenza di quotidianità.
La vita, il lavoro, le preoccupazioni, le emozioni. Quotidianità sotto cui quel ponte crolla, al  peso di tragedie come quella di Charlie Ebdo.
Perché Charlie Ebdo è una storia di amore e morte, di libertà e prigionia, di fede, confusione e disperata prepotenza. Tutte cose che l’umanità finge quotidianamente di guardare in faccia.
Disperata prepotenza.
Di chi verso chi non ha alcuna importanza in questa sede.
È successo. Questo è quanto.

La silloge di Emile Edang porta il titolo Aquila d’Africa, per le Edizioni Arduino-Sacco.

Anche i versi di Edang parlano di fede.
La fede in un dio che vive nei silenzi, e in tutto ciò che ci circonda. Un dio compagno nella strada impervia della vita. Un dio percepito con la dolcezza che solo l’amore per ciò che è invisibile può ispirare.
Un dio infine, che tiene in pugno la nostra esistenza.

da
Lo specchio limpido della nostra storia

Prima che il romanzo del nostro amore si richiuda,
nella mano ferma del Creatore, nel mezzo
dell’oceano dell’esistenza, mi piacerebbe dirti senza
dilemmi, con tutto il mio cuore, che
TI AMO.

In verità, tutti i soggetti dei versi di Edang sono divinità perchè trattati col medesimo rispetto. Sono divinità le emozioni, la rabbia, l’amore, i sensi, il fuoco, le montagne, il silenzio, le parole, l’uomo stesso, la luce.
Vivendo in un paese prossimo all’Africa, Chi Scrive conosce bene il peso dell’espressione Luce.
Da queste parti la Luce è una divinità. È una componente imprescindibile dell’esistenza di chi è nato a queste latitudini. È un indicatore di dialogo tra interiorità e ambiente circostante. La luce di queste latitudini porta messaggi, consola come una madre accogliente e a volte ammonisce, come un padre severo.
Luce è insomma, un sinonimo di Africa. Questo nella poetica di Edang è un punto fermo, una dichiarazione di appartenenza che Chi Scrive definisce GeoSpirituale.
La luce dei versi di Edang è spesso accompagnata al silenzio, quale colonna sonora di ogni pensiero che ambisce alla pace.

Da lontano sognando 

Da lontano sognando,
l’orizzonte increspato
che piange nel vento,
e il sole rugoso e impotente
che scende nelle ombre del firmamento.
E sento errare il soffio insolito che accarezza,
soffoca la savana in trance …
Amo seguire il lamento degli alberi,
i silenzi che cantano
sulle montagne feroci e pensierose …

*

La saggezza dell’anziano

Sin dai tempi più remoti,
come un faro nella notte più fonda,
bussola per il destino del mondo,
la saggezza dell’anziano ci segue.
L’anziano, grande biblioteca vivente,
testimone di una pleiade di esperienze,
guida le giovani generazioni,
verso la saggezza e la vera scienza.
Se solo lo si potesse ancora seguire,
come i bambini sotto gli alberi,
senza petrodollari e senza oro,
la storia umana sarebbe meno aspra.
Come una parola nei nostri silenzi,
ci chiama come il Signore,
nell’affanno di questa esistenza,
a operare per un mondo migliore.
Al di là di ciò che possiamo vedere,
nel sole o nella nebbia,
malgrado tutto ciò che possiamo avere,
seguiamo la saggezza dell’anziano.

Le figure positive di riferimento della nostra infanzia o del nostro immaginario fanciullesco, siano essi i paesaggi, o gli anziani raccontati dai versi di Emile Edang,  sono un supporto, un’ancora cui volgersi nei momenti di evoluzione che accompagnano tutta la vita umana. Qualcosa in cui crediamo fermamente. Cosa rende allora queste figure diverse dalla divinità assoluta, dal DIO che ti fa credere che il potere della trasformazione è solo fuori di te?
Nella cultura Africana, la figura dell’anziano riveste un potere archetipico che resiste più che in ogni altro luogo: quello dell’insegnare la vita attraverso il racconto.
Quando l’infanzia non è costellata da figure positive come un anziano che ti racconta una fiaba per insegnarti come si conduce una vita, allora nel nostro immaginario può insinuarsi qualunque cosa: crederemmo lo stesso ad ogni indicazione ci venga data, nel bene e nel male.
Questa è secondo l’avviso di Chi Scrive la ragione che può spiegare fatti come quelli cui assistiamo, e che segnano l’umanità contemporanea: la mancanza di umanità capaci di nutrire l’uomo attraverso il racconto, attraverso la parola. L’incapacità di accorgersi della divinità che attraverso questo genere di comunicazione simbolica nutre i popoli.
Quando nessuno ci racconta attraverso le fiabe in che modo diventeremo eroi della nostra vita, la stessa va avanti ugualmente.
Ma in questo modo non siamo noi o il nostro corrispettivo animale i protagonisti. Non siamo noi la divina volontà di superare gli ostacoli, incarnata nell’essere umano.
È qualcosa di esterno a noi, il dio di turno riferendoci al quale rischiamo di compiere azioni che con la Coscienza non hanno niente a che fare. È sempre accaduto con le religioni più in auge. E accade in tutti quei casi in cui un agente esterno fa di tutto per iniettare nella nostra vita il vaccino difettoso di qualunque credo, o di qualunque ideologia.

Eppure c’è sempre un momento in cui mettiamo in discussione la nostra fede, o la fede con cui siamo cresciuti. C’è un momento in cui tutto ciò che ci è parso plausibile crolla di fronte al dubbio e alla necessità di sondare l’ignoto:

POESIA FAI DA TE

Vorrei spingermi in alto come un uccello.
Estrarre il sole dalle viscere del cielo,
per piantare il suo calore in eruzione,
nella terra fredda della nostra civiltà.
Vorrei scrivere il linguaggio della pancia.
Ogni brivido che mi batte nel cuore.
Predicare una poesia fai da te,
una poesia senza regola, senza scienza,
ma con una coscienza.
Sono la voce che grida nel deserto del mondo globale,
a tutte le anime in esilio,
il ritorno nel paese natale dell’emozione.
Davanti al catechismo del progresso,
ai preti di convenzione, che sussurrano
un vangelo di compassione senza passione,
io o popoli, vi proclamo il vangelo delle mie emozioni.

Quella, allora, è la vera fede.

È fisiologico, che nella nostra esistenza ci sia un momento di totale eresia. Un momento in cui tutte le credenze che ci sono state cucite addosso assumono una forma completamente diversa, poco convincente rispetto alle nostre quotidiane conclusioni.
È il momento in cui prendiamo le distanze da quel concetto di fede che niente ha a che fare con la libertà.
E allora cominciano le nostre battaglie, il vero confronto, la vera guerra tra noi e il secolare senso di colpa che sopraggiunge puntuale ogni qualvolta ribadiamo la individualità come elemento cardine della nostra spiritualità.

Il tenebroso

Io sono il tenebroso,
belva schiacciata sotto la piramide dei miei enigmi,
come un’energia infinita,
in prigione nella mia tana.
Sono l’ombra e il fuoco, il demone dalle ali azzurre,
desiderio inalienabile che sgorga come un raggio
nello specchio dei miei occhi,
non sono né schiavo né Dio.
Solo un varco, un solco verso l’orizzonte.
L’universo è la mia casa.
Il vagare, la mia missione.
Il silenzio, la mia passione.
La rinascita, la mia ambizione.
La liberazione, la soluzione.
Sono il mistero,
la scintilla che danza sul buio.
Il respiro solitario,
che oscilla tra puro ed impuro.
Io sono la presenza permanente,
incisa come un’essenza,
nell’eternità dei miei sensi.
Forse materiale o forse spirituale
cosa importa,
io sono sicuramente eterno.

In questi versi sembra delinearsi il distacco, la consapevolezza di un Io che si rende cosciente della propria eternità solo attraverso la considerazione delle proprie umanità, debolezze, carnalità.
E sembra il momento in cui il poeta trova la sua collocazione, il suo ruolo, la vera, potente ragione d’esistere:

Nel nome della vita
 

È nel nome della giustizia che scrivo,
contro il colonnello dell’apocalisse,
contro tutto ciò che si erge come ingiustizia, sulla
terra degli uomini.
È nel nome della vita, dei silenzi, delle grida di
dolore che sospirano ogni ombra vivente.
Nel nome della verità e della pace, della salute
del pianeta, scrivo versi, ritmi, mondi alla rovescia
che rimano le nostre disfatte.
È nel nome dell’unica umanità che abbiamo ereditato

perché nel nome della vita, non è mai troppo.
Allora basta vedere trapassare
sogni e vite, teste tagliate,
sete di vivere non appagata …
Basta contare montagne di cadaveri in questa valle
di lacrime,
paesaggi insanguinati dalla follia delle armi.
E che tutti i cuori e tutti i poeti, si innalzino infine
nel nome della vita

Quante civiltà sono state segnate da una religione? E in quali mondi si trovano?
Al termine di ogni domanda che possiamo porci sulla questione, un solo fatto è certo: ciò che più influenza la nostra concezione di fede o di vita, è l’ambiente in cui siamo nati o da cui proveniamo.
Nel bene e nel male, ci portiamo questo rapporto come memoria registrata nel dna, per tutta la vita. Senza dubbio, il primo dio che abbiamo, con cui siamo visceralmente in simbiosi, è la terra in cui siamo nati o da cui proveniamo.
Essa influenza il nostro pensiero, il nostro esprimerci, il nostro aspetto, il nostro vivere.
Dopo, vengono le sapienze, i testi scritti per gli uomini.
Ma senza una terra, non ci sarebbe alcuna possibilità di depositare dei testi scritti.
Ogni terra è sacra con ciò che custodisce, uomini inclusi.
E a volte, la più feroce delle guerre che l’uomo si trova a combattere è quella per la liberazione dalla propria terra d’origine, quale che sia, con tutte le sue fedi ancestrali nel tentativo di essere, intanto un Io.
I versi di questa raccolta di Edang sembrano testimoniare un rapporto di crescita di questo tipo: schietto, chiaro, coraggioso.

Cangiante, crepuscolare o futurista come dice giustamente Paolo Santarone nelle note dedicate a questo artista, (numero 1, 2015 di Versante Ripido, poesia e negritude, introduzione di Paolo Santarone), la poetica di Edang è quasi estemporanea, e racconta senza orpelli l’esplosione continua di una energia vitale che viene placata solo attraverso la produzione poetica, l’esternazione di stati d’animo che indicano una crescita, una continua evoluzione.
La pubblicazione contiene la traduzione in Italiano,curata dallo stesso Edang, e la bella versione originale, in lingua francese. G.M.

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