Arimane di Henry Ariemma, note di Giuseppina di Leo

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Arimane di Henry Ariemma, Giuliano Ladolfi Editore 2017, note di Giuseppina di Leo: nei silenzi del foglio bianco.

    

    

Arimane, la recente silloge di Henri Ariemma, delinea un tema antico, il dissidio tra il bene e il male. La raccolta si apre con una poesia-invito, un appello, nei confronti del lettore, ad addentrarsi nella pagine con discrezione, per cogliere con più attenzione il percorso poetico dell’autore. L’intento di evitare le esagerazioni e i funambolismi verbali corrisponde all’arte di esporre il pensiero in maniera semplice e senza affettazioni: parlare (e scrivere), significa già agire.

* Solo parlare e s’intuisce la storia…
Sapere che sono queste case lasciate
a spostate macchine:
Alcuni esagerano a credersi uccello,
cantori di versi, e non bastano
buone azioni, figli bravi a scuola né il sapere
aspettare a fare tutto con il cuore,
perché si perdono ricordi ebbri
al domani, quelli dei tempi andati
per l’impegno della parola…

«Il male libera./ Fa capire ogni bene[…]». In assenza d’amore la distinzione tra bene e male è come un pensiero rimasto in bilico, una catalogazione impossibile da operare in maniera netta con una linea che separi i ‘buoni’ da una parte e i ‘cattivi’ dall’altra, ammesso che una classificazione simile possa darsi.

* Il male libera.
Fa capire ogni bene
e vede prossima gratitudine
alle domande insignificanti
dell’andare oltre:
respinge alte le onde
sulle stesse orme.

Il tacere frutta
solo bacche amare
lavorate per dolci inganni.

Altro parlare, propri egoismi…
A non vedere nell’ascolto
pronti tradimenti.
Ma la parola riempie spazi
e basta morire senza perdono,
pensarsi eterni per non risolvere
l’umano dolore in mancata fede
come case ostili mai colpevoli.

Si tratta di un percorso d’amore, i cui esiti sono tutt’altro che scontati. E come potrebbe essere altrimenti, se oggetto della ricerca è quel “mostro crudele, feroce e con volto di serpe” temuto anche dal padre degli dèi, secondo la profezia che ne fece l’oracolo riguardo a Psiche?
E d’altra parte, l’amore, per sua natura inquieto, da figlio incostante com’è, provoca sofferenze alla stessa madre (la dea Venere), per riferirci ancora alla fiaba di Apuleio. Il racconto di ciò che l’ha portato ad essere, compreso l’abbandono, diremmo che ne costituisce il suo lascito, ne reca l’impronta, se è vero che senza amore, racconto (e ricordo) non ci può essere nemmeno storia.

* Di tutte le cose lasciate,
il baule è quello più tuo:
un piano di ricordi a difesa
per leggere la piccola fiammiferaia
salvata nel cuore.

È dolce questo sapore
dietro vetrine riparate
nelle tende broccate inutili
del vestire la nostra casa…
Ma il tuo decidere
manca a questo silenzio.

Il male può assumere parvenze diverse, come un camaleonte travestirsi sotto svariate forme. Allora, quando nemmeno lo sguardo riesce a più sostenere il “buio muto”, la lingua si diversifica, e a prendere il sopravvento è una Babele di intenti disparati. Lo stesso “tu”, nel divario tra lingua e gesto, mantiene evidente il desiderio di ricongiungere pensiero, gesto e parola, in una struttura dialogica intessuta di rimandi.

* È stata la lettera
nella casa la causa
di future distanze.
Nel cassetto delle monete
retaggio di viaggi
e vicino l’armadio lucido
riflesso ai fiori come figli
sempre in misura dei padri
nel chiedersi perché
le pose borghesi seguono un vizio
che fa cumulo di anni…

Il tuo steccato
non hai più tolto, hai lasciato
al campo che facesse strade
in alberi finiti bastioni.
Non volevi questa misura
nel leggere tue lettere,
hai allontanato parole
per sempre e gesti.
Sono passati comodi anni
senza problemi e nessuna richiesta.

E questo buio muto, ora
è abitudine a tenermi
suo ospite, non sapendo
della stessa lingua.

«Nei silenzi del foglio bianco» non ci sono verità precostituite, pronte per l’uso. La poesia, in primo luogo, si apre al dubbio.

* Non ti ho creduta colpevole…
Al dubbio è stato fermato
proprio il giudizio.
Hai avuto tempo
a nascondere il sentire
nei silenzi del foglio bianco.
E a far capire
al fermo cuore
persa la giustizia.

Dopo aver attraversato, tra mille meandri, quasi per esteso l’intero libro, Arimane, lo spirito del male, svanirà del tutto, sconfitto dall’antagonista Spenta Mayniu (nome della seconda sezione), che porterà ad un «cambiamento di prospettiva», come evidenzia Giulio Greco nella ricca nota introduttiva.

* È l’amore il cardine
del nostro esistere
piega verghe adamantine
a soccombere ragioni
tentate di giustizia,
è velo a non vedere
determinare granelli,
disporre acque
a chi non pone mani
per chi neanche guarda.

In sintonia con i versi del poeta siriano Hakim Sana’i («Non esistono nel mondo della parola;/ i nomi ‘bene’ e ‘male’ appartengono/ a me e a te.»), in esergo al volume, riporto la poesia “Anna Dalassena” di Costantino Kavafis:

*Anna Dalassena

Alessio Comneno promulgò una bolla d’oro
per rendere alla madre un alto onore,
alla saggissima sovrana, ad Anna Dalassena,
nei costumi e nell’opera perfetta.
Vi sono elogi a iosa.
Riporto una preziosa
e bella frase: ne vale la pena.
«Il mio o il tuo: parola gelida: tra noi non fu mai detta».

(Costantino Kavafis)

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in apertura Demetrio Polimeno, Visions of Johanna, senza titolo 02-2016

 

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