Arrivo a sorpresa, di Maria Lenti

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Arrivo a sorpresa, di Maria Lenti.

   

   

Secca la tratta, secondo la direzione generale delle strade ferrate, è stata soppressa due anni fa. Ma, ironia delle incongruenze o malagestione, la chiusura è avvenuta giusto dodici mesi dopo che la stazione-capolinea, davvero due stanze più servizi, era stata rinnovata, ampliata, alzata di un piano, dipinta, messa a punto per le necessità attuali, ammodernata, mentre il suo piazzale, a ridosso quasi di una rupe, è stato allargato consolidando la parete rocciosa con un muro, coperto subito di belle e singolari vedute impermeabilizzate della città storica e degli artisti che l’hanno fatta grande.

“in uso” ad una associazione culturale per il luglio in città di turisti e residenti, ospita Arrivo a sorpresa, un mio atto unico (ne sono regista e attore principale) messo su con la mia compagnia. Aprirà le rappresentazioni per due serate. A seguire: performances, incontri artistici, conferenze, concerti di musica da camera. Il luogo si presta, ai piedi della città in una sorta di semiconca aperta verso le colline, acustica perfetta.

La pièce prende lo spunto dall’inizio del “Processo” di Kafka. Rivela da subito la consapevolezza del protagonista: K. sa che verranno a prenderlo. La stazione? Luogo del provvisorio, raccoglie, avventizi pur continuativi, passeggeri in partenza. K., che non è in fuga, non ignora il suo arresto imminente. Ha un trolley ed è fermo sulla piattaforma del primo dei due binari. Un personaggio tra altri personaggi, loro sì in attesa del treno. Silenziosi, vanno su e giù, o sono fermi come il protagonista, vestito casual. Guardano, scrutano, leggono il giornale, “sfogliano” le app sui telefonini, controllano i biglietti, si abbracciano, si volgono all’altoparlante da cui calerà su di loro l’annuncio del treno in arrivo.

Il rumore è quello di una piccola folla di una piccola stazione: c’è chi esce dal tabaccaio, chi entra nella toilette, chi si avvicina al capotreno. Da dietro la stazione, cioè dal piazzale, suoni di clackson, sbuffi di autobus, vociare indistinto di persone che, si suppone, entrano dalla porta principale verso la biglietteria. Nei momenti di silenzio assoluto si avverte la noia dell’attesa, l’ansia della partenza. Lo spazio attorno al futuro arrestato si fa più marcato via via che il tempo passa.

K. riflette a voce alta: lì aspetta due poliziotti. (Sbucheranno, prima che l’atto finisca, dalla parete destra della stazione. Lo circonderanno tirando fuori le manette mentre si sente lo stridio dei freni del treno). Dice che non ha fatto nulla, che lo arresteranno non perché sia colpevole, ma lo faranno. Dice che non è lì per fuggire, che non fugge, che la valigia è piena delle sue cose, che non può non avere la valigia e le sue cose, libri, con sé. La sua ora. Il suo minuto. Perché sia così non sa. Ma sa che è così.

Il controsenso tra sua innocenza, desiderio e attesa, arresto, dovrebbe rendere l’assurdità non tanto della vita in sé quanto dell’occasione che la determina.

L’abbiamo provato e riprovato il pezzo. Funziona. Al di là, su panche a scalinata, gli spettatori. Stretti tra la rete che delimita la stazione e l’edificio stesso. Anche loro in attesa di gendarmi?

La realtà supera ogni immaginazione: funziona sempre.

Come nella vita.

                          

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