Ballata per Oscar, racconto in versi di Luigi Fontanella

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Ballata per Oscar, racconto in versi di Luigi Fontanella.

    

     

Luigi Fontanella vive a Firenze e a Long Island New York. Tra i suoi libri più recenti: Disunita ombra (Archinto, 2012); L’adolescenza e la notte (Passigli, 2015, Premio Pascoli, Premio Giuria-Viareggio); La morte rosa (Stampa, 2015). Dirige la rivista internazionale di poesia italiana “Gradiva”.

*

Questo raccontino in versi rievoca una vicenda di cui sono stato testimone anni fa a Sound Beach, Long Island. Protagonista: un cucciolo (Oscar: non ricordo il perché di questo nome), che regalai – in seguito alla prolifica cucciolata della mia cagna Hilary – prima a un vicino di casa che me lo restituì dopo pochi giorni, poi a un tale di nome Bill. A Hilary, dopo la sua morte ho dedicato una poesia, leggibile in Oblivion (Archinto, 2008). Oscar era un cucciolo un po’ bizzarro che andavo a salutare ogni tanto a Rocky Point, finché un giorno – erano passati appena quattro mesi da quando era nato – non lo trovai più. Il suo padrone, senza preavvertirmi, se ne era sbarazzato portandolo nell’Upstate di New York e lì lo aveva abbandonato. LF

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Ballata per Oscar
(racconto in versi)

Fu l’ultimo di quella bruna sporca dozzina.
Piccolo nero goffo sgraziato:
nessuno l’aveva voluto, nessuno
se l’era adottato.

Ma infine – per grazia interposta –
o per fedele ardore
mal contraccambiato
Oscar (chissà poi perché
questo nome a un cucciolo)
trovò anche lui una casa e un cuore.

(almeno così in apparenza)

Che invece durò poco. Tre settimane dopo
rientrò in piccola magna pompa.
Ma un tale Bill di un villaggio vicino
un cristo alto due metri
sì e no impietosito se lo prese
forse anche rallegrato
del dono che avrebbe portato alla figlia.

Un rapido trasloco
stralunato incosciente, lui
di nuovo scorrazzante nell’alleato verde.

(almeno così in apparenza)

Ma anche lì dura poco. La grassoccia
figliaccia di Bill prende presto a malvolerlo
sadicamente a maltrattarlo
poco propensa molto melensa un po’ stronza
lo bistratta. Disamato, lo calcia e lo scaccia.
Oscar non capisce.
Presto Oscar non è più se stesso.

Finché una sera di gennaio nel buio androne
addenta un piede di Bill. Distrazione?
Senso di difesa a oltranza?
Messaggio trasversale d’aiuto
per interposta persona?
Istinto di conservazione? O che?

Il Capoccia – insolfato anche dalla figliaccia –
ne decreta l’inappellabile espulsione.
“Stanotte dormirai all’addiaccio
così capirai il malfatto
poi domattina… il resto.”

Quella notte Oscar avrebbe espiato
la colpa, coatto, rinchiuso nel cortiletto all’aperto
al gelo, alle intemperie, al
suo informe infame destino.

Ma durante la notte
Oscar lavorò accanito fino al mattino
scavando raschiando a sangue una buca
proprio di fronte a quella porta chiusa.

Dentro vi depose pupazzi
palline di plastica un orsacchiotto
ossi tozzi pezzi di pane
e cianfrusaglie attinenti
gadgets games e ogni sorta
di beni a lui appartenenti.

Li andò raccattando tutta notte
qua e là nel cortiletto. Perché?
Voglio pensare che con i suoi doni
ammucchiati in quella buca
Oscar voleva farsi perdonare
quel morso inconsulto, inaspettato
quell’errore del caso maldestro
quel dispetto o messaggio
espresso d’istinto.
Ma il suo fato era ormai già scritto.

Oggi vaga libero nell’Upstate
in un verde villaggio senza nome
corre affrancato e distratto, Oscar,
immemore
e forse felice.
A tutti ha perdonato
e a tutti ha chiesto perdono
a chi lo ha amato e a chi gli è stato ingrato.

(almeno così in apparenza)

                   

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