Breve inventario di infelicità presenti. Testi e poesie di Francesco Sassetto

Ivo Mosele, Cappotto

Breve inventario di infelicità presenti. Testi e poesie di Francesco Sassetto.

   

   

     Affascinante e terribile l’argomento proposto. Perché il mondo e la vita odierna sembrano davvero somigliare ad una “fabbrica dell’infelicità” dove dominano individualismi, interessi personali, paure, meschinità d’ogni sorta, nella pressoché totale assenza di punti di riferimento, di guide e Padri ormai scomparsi insieme ad ogni sentimento autentico di appartenenza, di collettività, di solidarietà e civiltà.
     Suona come vox in deserto il lucido, appassionato richiamo del poeta de La ginestra alla costruzione di un’umana “confederazione”, un’alleanza degli uomini per resistere, opporsi, in un patto comune, al male, che esso sia l’eruzione vulcanica o il feroce dominio straniero, un genere umano che si “abbraccia/con vero amor, porgendo/valida e pronta ed aspettando aita/negli alterni perigli e nelle angosce/della guerra comune.” Nessuna guerra comune, invece, che veda oggi gli uomini uniti nella volontà di contrastare il dolore. Guerra e basta, casomai. Guerra e paura che portano all’autodifesa, a trincerarsi entro le mura di casa, a erigere muri e stendere filo spinato, vedendo minacce e nemici un po’ ovunque: nel passante, nel compagno di viaggio in autobus, nel collega di lavoro, nell’immigrato. Tutti stranieri. Con una conseguente, lenta ma inarrestabile, erosione (o sparizione?) dei sentimenti di simpatia e fiducia, del desiderio di conoscenza, di incontro e confronto con i propri simili, sostituito da un miope e feroce, ossessivo attaccamento ai propri beni, cose e persone. Un restringimento soffocante di orizzonti che si risolve in una condizione esistenziale di profonda solitudine e isolamento a cui ci stiamo tutti progressivamente abituando.
     L’infelicità attuale credo consista, in definitiva, proprio in una sorta di anestesia collettiva della sensibilità, un intorpidimento dell’anima, un’assuefazione al “potrebbe andare peggio” che sembrano impregnare l’aria stessa che respiriamo. Un’afa che soffoca la vita. Le cause di questa infelicità sono ovviamente molteplici, tra loro intrecciate, e non sta certo ai poeti trovare soluzioni. I poeti possono tuttavia – e, a mio avviso, devono – indicarle, farne materia dei loro versi, in una volontà di re-azione, di resistenza che, se non salva la vita né cambia il presente, genera forse almeno consapevolezza, risveglia coscienze assopite, spinge a pensare, ad emozionarsi, ad un “sentire insieme” che di un cambiamento può costituire la premessa.
    Personalmente, ho sempre scritto poesie cosiddette “civili”, trattando argomenti spesso vissuti sulla mia pelle, per il bisogno ed il desiderio di dire agli altri, di denudare la realtà, di “commuovere”, nel senso etimologico del vocabolo. E, sfogliando le mie raccolte di versi, mi rendo conto di aver più volte scritto, nel corso degli anni, su tematiche piuttosto simili , e non so se questo debba essere considerato un pregio o un difetto. Anche Fabrizio de Andrè, tuttavia, ha spesso ripetuto, parlando delle sue canzoni, di “avere poche idee ma in compenso ben fisse”.
     Ho quindi ritenuto opportuno proporre qui alcuni miei testi, tratti dalle raccolte Ad un casello impreciso (Padova, Valentina Editrice, 2010), Background (Milano, Dot.com Press-Le Voci della Luna, 2012), Stranieri (Padova, Valentina Editrice, 2017), raggruppandoli per “temi”, in forma di un parzialissimo (anche nel senso, certamente, “di parte”) inventario, senza alcuna pretesa di “completezza”, scegliendoli tra quelli che più sento appartenermi e che mi sembrano oggi più gravi e opprimenti. Solo qualche mattone, insomma, di questa “fabbrica” da demolire.

     In primo luogo il lavoro e la sofferenza legata alle condizioni, ai meccanismi attuali del cosiddetto “mondo della produzione” che mi sembra procedere, con violenza e ottusità sempre più agguerrite, in una direzione del tutto opposta a quella, saggia e lungimirante, vergata nel dettato costituzionale. Sempre meno strumento di acquisizione di dignità sociale ed economica e sempre più luogo di sopraffazione, di ricatto ed ingiustizia. Una continua perdita di diritti, calpestati quotidianamente dalle ottuse logiche della produttività, dalla necessità di “ottimizzare” (è nata quasi una nuova lingua, un moderno vocabolario, tanto ipocrita quanto gelido), di disporre liberamente della vita altrui. E tutto ciò si registra, purtroppo, in tutti i settori, dalla fabbrica alla scuola, dalla sanità alla cultura, dai trasporti al sociale.
     Il lavoratore oggi è quasi sempre una vittima, colui che paga le conseguenze, anche le più estreme, di logiche produttive aberranti e disumane. Privo di difese, stanco e impaurito, non può che cedere ad una cieca obbedienza, arrendersi ad una realtà lavorativa dove le storture, le ingiustizie, le tragedie non trovano argini, opposizioni, forme di tutela e di denuncia. In una sostanziale acquiescenza – quando non complicità – di sindacati, partiti, informazione, trasformati anch’essi in combriccole dedite al conseguimento di interessi, poteri e guadagni personali, la sopraffazione e l’ingiustizia, lungi dal venire sanate, diventano – o sono già diventate – sistema. Il precariato, i contratti “in nero”, la disoccupazione, il licenziamento, gli incidenti sul lavoro – al di là delle ipocrite esternazioni di rito di politici e massmedia – sono diventati, di fatto, normalità. E sono il cemento della “fabbrica dell’infelicità”.

      Propongo qui due poesie, entrambe tratte dalla raccolta Background.                             

Cettina

Venuta vent’anni fa dalle scogliere di Cefalù aspre
di fichidindia e di vento che odora di sole
e gelsomini in fiore e corre tra rocce
rosse e specchi d’acque luminose
fino a Messina
                                               arrivata quaggiù
a insegnare matematica e scienze, ai casermoni
del termitaio che avvolge Treviso, grigio
di fumi e di vita.
                                    Una stanza a pianterreno
uso bagno e cucina, due finestre serrate
da grate di ferro che danno su tre metri quadri
d’erba smorta e cemento.

Per qualche supplenza ogni tanto, un mese sì uno no,
se va bene per tre, un anno intero, meglio
di niente, meglio che star giù ad aspettare qualcosa
ad attendere sempre.

I tuoi riccioli neri, Cettina, solo un poco imbiancati, i tuoi
occhi miracolosamente capaci di ridere ancora, la tua
giovinezza andata in carte da bollo
e domande infinite, meglio di niente
meglio che star giù ad attendere sempre.

Ti guardo in stazione seduta sulla stessa panchina
scrostata aspettare il tuo solito treno, tornare
alla stanza ammobiliata alla buona
e mi saluti e sorridi e mi dici ‘a domani’.

Ti guardo e conosco sul tuo volto un’antica ferita,
un dolore nascosto
                             una storia saputa di treni
e valigie, di binari infiniti da fare
e rifare, una storia, Cettina,
                                           che fa ancora male

che non è ancora finita.

*

Regalo di Natale

Il picchetto dei licenziati di Trenitalia sta da un mese
davanti alla Stazione, i trentanove esuberi
Venezia TreniNotte hanno tirato su una baracca
di legni e teloni
               uno striscione si aggrappa ai lampioni
sbatte ai colpi della bora

A NATALE SIAMO TUTTI MORTI

    

Ottocentottanta licenziati in tutta Italia, senza
contrattazione, senza mediazione
                                   numeri da cancellare.

Le bandiere con le sigle sindacali pendono
flosce nell’aria gelata di gennaio
con i pupazzi degli impiccati
                                         giù dai fanali.

    

Due poliziotti passano ogni tanto, un’occhiata
ai documenti
                     è tutto regolare.

     

I bivaccanti fanno i turni a gruppi, passano la notte
nei sacchi a pelo, cantano bella ciao in coro
e mangiano panini, danno volantini ai passanti
che corrono ai binari, qualcuno firma una petizione
i più guardano distrattamente

e non mettono il nome.

    

Bruno da trent’anni portava i treni della notte da qua
fino a Parigi, binari in subappalto a una società francese
modernità e innovazione
                                         adesso ne ha cinquantanove
è lui adesso nella notte
                                         senza destinazione.

Ancora non ci crede, ripete quel biglietto arrivato
per Natale, due righe d’orrore, esubero
di personale, ristrutturazione, licenziamento.

Credeva di aver capito male, lui da trent’anni
di vedetta su quel locomotore lanciato nella notte
a tenere la rotta, nelle sue mani antiche
le vite di dodici carrozze.

    

L’ha letto a tutti cento volte quel biglietto
spiegazzato
                   quella parola di disperazione
dentro agli occhi
                                 i suoi occhi adesso
dentro il vuoto.

    

I turisti passano davanti, guardano e sorridono,
è Venezia
                   e scattano le foto.

*

     

     Un secondo tema credo sia quello, già accennato all’inizio, dell’odierna condizione di solitudine dell’individuo. L’umana compagnia, di leopardiana memoria, la civitas, si è oggi polverizzata in una miriade di monadi, di schegge distanti e diffidenti. Domina l’indifferenza, l’estraneità, il menefreghismo nei confronti di tutto ciò che non ci tocca personalmente. Sembra che il “non mi riguarda” abbia invaso, come sangue malato che scorre in ogni arteria, vena e capillare, ogni aspetto e momento della vita quotidiana, in una miscela, tossica e contagiosa, di egoismo e timore.
     Non è forse un caso che un termine come single circoli frequentemente, ad indicare spesso un valore, una scelta libera di vita. E può ben esserlo. Tuttavia, tradotto, significa “solo”. E la solitudine non è la condizione naturale dell’uomo (se così fosse saremmo circondati da persone sorridenti ed appagate, ma così non è). Ne consegue una spasmodica ricerca di illusori ed effimeri “rimedi” che si risolvono nell’adesione incondizionata ai modelli ed ai riti collettivi inculcati dalla pubblicità e dal bombardamento massmediatico.
     Ma la “cura” non sembra avere reale efficacia. L’ottusa, acritica adesione a mode, modelli, comportamenti omologati e in continuo mutamento, provoca uno stordimento, un’assuefazione che non solo non riempie – se non temporaneamente – il vuoto interiore, ma anzi, lo amplifica, lo rende ancor più doloroso. L’incapacità di essere se stessi per adeguarsi ad un “dover essere” , la rinuncia a scelte autonome ed individuali alla fine scopre quel vuoto, quella povertà interiore che si è cercato di occultare. E il sentimento di solitudine si fa ancor più lancinante. La malattia, forse, incurabile.

      Riporto qui due poesie, tratte entrambe dalla raccolta Ad un casello impreciso.

Giorno d’incidente

Alla stazione è giorno d’incidente, il treno oggi
non parte, sacco inerte gravido di gente
da tirare sulla ruota quotidiana del dovere.

Il treno è fermo e l’orologio batte già mezz’ora
di ritardo.
                               Fumano le croste di ghiaccio
dei binari in vampe di ruggine e di nebbia.

Si attende
                     gli occhi perduti alla rotaia che s’ingrigia
nel solito vuoto sempre più lontano.

Si dice che al di là dell’ultimo casello
uno sui cinquanta si è steso sui binari.
Ha aspettato che passasse un treno.

               E siamo con un’ora e mezza di ritardo,
tutto tempo che si dovrà recuperare.
Dicono che di là è arrivato il magistrato,
che fanno le foto e i rilievi.
                                                       Di qua
si attende che tolgano il morto dai binari,
si chiama e si richiama ai cellulari, si chiacchiera,
si fuma volentieri.
                                       Uno con la faccia scura dice
che gli è capitato anche due settimane prima.

Colpi di tosse ancora, qualche bestemmia che si perde
nel frastuono degli altoparlanti, tra i fischietti
dei capistazione.
                              Due ore e un quarto, una voce stride
e dalla pensilina s’alza a ringraziare qualche santo
un coro sordo di grugniti, si gettano le cicche, si sale
nell’umido vagone che sa di vecchio e di sudore.
                       E il treno comincia ansante a schricchiolare,
le smorfie contratte si ridanno all’opaca faccia quotidiana.

Andiamo avanti noi, gente normale.

*

Auchan

Fuori un vento di tempesta traversa violento
di pioggia battente una notte di pece
di un inverno precoce.

Una frotta di locuste s’addensa nella chiesa
dei bisogni organizzati, s’accalca accecata
da fari multicolori tra intrecci di frecce intermittenti
che additano percorsi senza direzioni, violenta
di carri che s’urtano, s’affiancano, manovrano
veloci, esperti nell’arte del sorpasso.
Nel silenzio gonfio di voci vanno burattini
perduti nella voragine dei prezzi e delle offerte,
gli occhi stanchi elaboranti la convenienza
del tre per due, del cinque per tre,
                                     stremati da questo navigare nel dedalo
demente senza legge degli scaffali
immensi ch’assembrano lo sguardo dei sagrati.
E invitano ad entrare.

Termitaio impazzito d’anime sole che sosta,
accelera, frena, sposta, carpisce
ed abbandona, nella foga di prendere qualcosa
divenuto all’improvviso necessario,
senza più pensiero, senza più ragione
che non sia l’obbedienza tacita consueta
ai tabernacoli della dissipazione.

Qui si canta la messa del consumo
del nostro tempo si stampa qui la religione.

E gli artefici dell’immane movimento
invisibili e potenti
sorridono dall’alto lieti del congegno edificato
a gloria dei loro altari
di banche, investimenti e scranni parlamentari.

Noi
         insetti ipnotizzati da sacerdoti sconosciuti
noi mastichiamo chilometri di banchi con devozione
e persistenza, noi restiamo in questo tempio
ad adorare, assaporiamo qua
la nostra consistenza.

Noi entriamo, noi usciamo, noi torniamo
nella pioggia nera che c’investe, carichiamo
e fuggiamo nella notte a colpi di fari
e di sgommate, adempiuto il rito, finito
il pane e il vino.

E il dio della nostra libertà
va sempre più lontano.

*

           

      Un terzo tema è la paura. Una paura diffusa, sottile, spesso irrazionale. Paura della perdita, in primo luogo, di ciò che si possiede o si crede di possedere: coniuge, fidanzato/a, figli, lavoro, casa, beni sentiti come sicuri e artefici di sicurezza. Tuttavia minacciati, e quindi da difendere. Una sensazione di generale precarietà, debolezza o assenza di difese forti (politiche, legislative, di ordine pubblico ecc.) alimenta timori e ansie. E, insieme, il desiderio inconscio di qualcosa o qualcuno che protegga, rassicuri e garantisca adeguata difesa.
     La paura ha bisogno di un pericolo. E colui che, più di ogni altra cosa, mette a repentaglio beni e sicurezze è l’immigrato, lo straniero. La diversità di lingua, religione, comportamenti, valori, favorisce la paura. L’assenza o la pochezza degli interventi governativi finalizzati ad una seria gestione del complesso fenomeno migratorio attraverso un difficile ma necessario equilibrio tra apertura e dialogo e severità e sanzione verso chi viene meno ad un patto (perché esiste un vero e proprio “Accordo di integrazione”) genera smarrimento e timore che sfociano rapidamente e facilmente in ostilità ed avversione. E lo straniero, che spesso – non sempre – fugge da guerre, povertà, violenze, percepito attraverso stereotipi e semplificazioni abilmente alimentate da alcune forze politiche, è quindi l’”invasore”, il nemico. E la paura appare giustificata, del tutto legittima. Si chiude così un cerchio perverso con conseguenze inimmaginabili.

     Propongo qui due poesie, tratte entrambe dalla raccolta Stranieri.

Autobus n°7 

Qui, nel recinto disegnato da via Piave e
Cappuccina, proprio qui, alle porte di Mestre,
s’è insediato l’avamposto del non occidente,
sono sbarcati da tempo i non desiderati.

Hanno piantato saldamente speranze e tende,
a migliaia, senegalesi e marocchini, indiani,
cinesi e bengalesi, ucraini, moldavi,
rumeni e albanesi. Qui lingue strane

e voci sconosciute, alfabeti lontani, gesti
e segni d’altri pianeti, sorrisi lunghi e
sguardi biechi, colori sgargianti e tuniche
bianche ondeggianti contro il grigio opaco

dei casermoni in fila nati dall’asfalto.
Passa lentamente il sette scivolando
tra i crocchi affabulanti degli scampati
che qui amarrano come burrasca che

non s’arresta, come tempesta, alluvione
che travolge certezze e possessi dati
per scontati, tra le proteste dei residenti
e le grida dei giornali all’invasione.

In quattro laterali sono nati quattro
centri cinesi Benessere e Massaggi,
rilassamento a quattro mani più servizi
                   addizionali, a prezzi popolari.

I nuovi arrivati hanno comprato case e
negozi svenduti dai precedenti abitatori
fuggiti altrove e ora si sta tra kebab,
telefonia e copisterie mediorientali, pulitrici

a secco bengalesi, sarti indiani, librerie
di corani e preghiere musulmane. In fondo
a via Aleardi una moschea, un’altra a destra
di via Dante, la sera prostitute nigeriane

in fila ai marciapiedi, nei bar gli schiavisti,
i connazionali, a vigilare contrattazione
e pagamento, il loro tornaconto di feroci
padroni del terrore e dello sfruttamento.

Nel sette si respira la paura dell’animale
braccato senza via di fuga, occhi attenti
a scansare gli occhi dei migranti, odori aspri
di pelli e vestiti dei nemici, si respira

silenzio e ostilità, tacita avversione, ansietà,
si viaggia tutti a batticuore, tutti ignoranti,
stranieri e distanti, nella notte,

                                       tutti senza amore.

*

Manifestazione a Mestre

Hanno chiesto le donne musulmane un orario personale
per nuotare alla piscina comunale
                         un’ora, la domenica, ad ingresso riservato
l’autorità si è detta ben disposta a firmare l’autorizzazione
             in nome dell’accoglienza, dell’apertura alla diversità

                     il governo cittadino ha detto sì rapidamente e
rapidamente si è defilato.

E ora sfila feroce la manifestazione, le donne velate
armate di verità e concessione istituzionale, i mastini
di Forza Nuova a impedire il passo,
                                                 insulti, sputi e derisioni
la polizia pronta a intervenire, la popolazione ha occhi
di stupore, si divide sul torto e la ragione.

S’alzano le grida, cresce confusione e smarrimento
                                                          tutto s’annebbia, si spegne la ragione.

Oggi a Mestre è guerra di religione.

                   S’ingrossa il corteo musulmano e canta in coro e la milizia
di Forza Nuova prende nuova forza,
                                   sfida le truppe dei centri sociali schierate
nella difesa ad oltranza della causa santa.

La legge, l’autorità è assente, la gente boccheggia,
                                          si dice qua e là di incontro di civiltà,
         tolleranza e integrazione
                                               uomini e donne di buona volontà.

Qui si appresta la prova generale
                                             il preludio del massacro che si farà
globale nel rispetto vintage di ogni cultura,
                   nell’ossequio vile ad ogni pensiero, credo e religione
                                     qui si dà ragione per pigrizia e comodità
                                                      si benedice l’orrore che verrà.

*

      

     E l’aria già odora di guerra: questo è il verso conclusivo de La bufera che viene, una poesia della silloge Stranieri. Pessimistico, certo. Forse troppo pessimistico, me lo auguro per primo. Ma è proprio la guerra l’esito – storicamente più volte registrato – della paura, di questa paura. E probabilmente l’infelicità più temuta e segreta che ci portiamo dentro. Perché la guerra esiste ancora, il traffico delle armi sostiene in modo determinante l’economia di moltissimi Paesi. Le guerre si combattono, a centinaia, ogni giorno, guerre ipertecnologiche e battaglie medievali. Lontano da qui, da casa nostra, ma sappiamo che, nel villaggio globale, termini come “vicino” e “lontano” significano poco o nulla.
     I Signori della guerra esistono ancora, come e più di prima, oggi quasi invisibili, senza nomi né parate o discorsi dai balconi. Ma sappiamo che esistono e reggono le sorti di paesi, popoli, economie. Molti migranti sono qui a ricordarcelo anche se vorremmo non sapere nulla, non vedere nulla. Ma questo è impossibile. La “Fabbrica dell’infelicità” ha costruito i propri pilastri su questa realtà terrificante. Sulla nostra consapevolezza, taciuta, nascosta, negata, che la guerra potrebbe riguardare anche noi. Il pensiero di un attimo, un brivido gelato alla schiena.

     Concludo con una poesia tratta anch’essa dalla raccolta Stranieri.

Siamo cresciuti con la guerra di Piero

       nel cuore e le lettere piene d’amore del poeta
       in trincea e Dylan e Remarque e
                   Uomini contro
                    siamo stati obiettori, disertori all’appello
alle armi comandato dall’alto,
                 col disgusto nel ventre per divise, bandiere,
costruttori di morte
                                                     e patria, eroe e onore
le bestemmie della mia generazione.

A Redipuglia abbiamo ascoltato il silenzio
della morte innocente
                   abbiamo tremato nel gelo di quei centomila

                                                      PRESENTE
Nulla è cambiato, il cancro ancestrale si è fatto
più forte
                                           a dismisura allargato,
il filo spinato è ancora là, più alto e più fitto,
                                          è ormai dappertutto a segnare
i confini di mille contrade, i frammenti impazziti
di civiltà, etnìe, religioni coperte di sangue

                                         e guerra adesso è ovunque,
                   è la pasta dell’uomo sapiente mai stanco
                   d’orrore e di pianto, l’animale evoluto
                   che bene ha imparato il machete e il fosforo bianco.

     

E non s’intravvede da nessun orizzonte alcun dio di salvezza,
nessun redentore
                                 nemmeno più un orizzonte
                                                                                 solamente
fumo e grida e sangue di umanità putrescente.

*

    

Francesco Sassetto isiede a Venezia dove è nato nel 1961. Laureato in Lettere nel 1987 all’Università “Ca’Foscari” di Venezia, la sua tesi è stata pubblicata nel 1993 dall’Editore Il Cardo con il titolo La biblioteca di Francesco da Buti interprete di Dante.
Ha collaborato alla cattedra di Filologia Dantesca, con attività didattica e di ricerca, conseguendo nel 1998 il titolo di dottore di ricerca in “Filologia e Tecniche dell’Interpretazione”. Ha insegnato Lettere nella scuola media e, attualmente, è docente di Italiano presso il C.t.p. (Centro territoriale per l’educazione in età adulta) di Mestre.
Scrive componimenti in lingua e in dialetto veneziano che hanno ricevuto numerosi premi e segnalazioni. Ha partecipato a presentazioni, incontri e pubbliche letture, anche in ambito scolastico. Suoi testi sono presenti in antologie, riviste, siti internet e blog letterari.  
Ha pubblicato le raccolte di poesia: Da solo e in silenzio (Milano, Montedit 2004) con prefazione di Bruno Rosada, Ad un casello impreciso (Padova, Valentina Editrice, 2010) con prefazione di Stefano Valentini, Background (Milano, Dot.com Press-Le Voci della Luna, 2012) con prefazione di Fabio Franzin, Stranieri (Padova, Valentina Editrice, 2017) con prefazione di Stefano Valentini.
Una breve silloge di poesie d’amore in dialetto veneziano, intitolata Xe sta trovarse (E’ stato incontrarsi), verrà a breve pubblicata da Samuele Editore, con prefazione di Alessandro Canzian.

              

Ivo Mosele, Cappotto
Ivo Mosele, Cappotto

 

2 thoughts on “Breve inventario di infelicità presenti. Testi e poesie di Francesco Sassetto”

  1. forse ti farà piacere sapere che i tuoi testi fanno morire d’invidia per la loro bellezza un mediocre autore di tentativi di poesia, quale io mi ritengo.
    Confesso che non mi sono dilungato sulla tua presentazione di ogni raccolta ( il mio limite è quello di non farcela con la vista a leggere a lungo sul computer ) ma le poesie le ho gustate e, non so se sia corretto affermarlo, ma la tua scrittura ha echi profondi e tematiche tanto care ad un altro autore che ammiro moltissimo, Paolo Polvani.
    Grazie per questo dono e complimenti di cuore

    1. Carissimo Luigi, il tuo grande apprezzamento mi riempie di gioia! Non sei certo “un mediocre autore di tentativi di poesia”! Anzi, ho sempre ammirato le tue poesie come i tuoi interventi critici, sempre molto attenti, acuti, ricchi di osservazioni importanti. Anch’io ammiro moltissimo le poesie dell’amico Paolo cui mi sento vicino per temi e spirito, in particolare con il suo ultimo, splendido “Il mondo come un clamoroso errore” su cui tu hai già scritto con la tua consueta, appassionata partecipazione. Ed il sapere, per noi che tutti “tentiamo” i versi, che ciò che scriviamo colpisce, emoziona, coinvole anche gli altri, costituisce, credo, la più grossa, vera soddisfazione, il segno che il nostro tentativo, il nostro sforzo non è stato inutile. Per questo ti ringrazio tanto. Di cuore, con simpatia e tanta stima

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