Canti di cicale di Silvia Secco, note di lettura di Paolo Polvani

La mia giacca, opera di Leonardo Lucchi

Canti di cicale di Silvia Secco, Samuele ed. 2016, note di lettura di Paolo Polvani: se il sorriso è la misura di tutte le cose.

   

    

Chi ha la fortuna di aver conosciuto Silvia Secco sa bene quanto il sorriso sia la sua cifra stilistica personale e quanto peso rivesta nella misura del suo fascino. Sicuramente il sorriso manifesta la traccia del divino presente nell’essere umano, e non ha significati univoci ma tutta una serie di alfabeti comunicativi si esprimono con tale modalità.

In primo luogo il sentimento della gioia, e dell’amicizia, ma anche il desiderio di riconoscimento, e di reciproca accoglienza, e forse a volte una presa di distanza e a volte perfino una resa, un segnale di abbandono, di deposizione delle armi.
Così suona in un certo senso segnale di resa il titolo del suo bel libro, Canti di cicale. Si sa che nell’immaginario collettivo, orientato nella direzione delle stelle polari del profitto, dell’efficienza, del merito sudato, conquistato con fatica sul campo, la contrapposizione tra il canto dfella cicala e l’alacrità della formica registra un deciso discendere dei piatti della bilancia a favore di quest’ultima.
Allora la prima domanda che viene naturale al lettore è se questo titolo trovi riscontro nei primi versi che aprono il libro: Non sono una madre. / Ho inadeguate forme…E voi contate pure le settimane, io conto le sillabe. Canti di cicale; cioè se la valenza del titolo sia da considerare limitata al puro perimetro delle scelte e delle vicende personali o se si allarghi a ricomprendere nel suo significato il potere stesso della poesia, la scarsa capacità di penetrazione sociale che questo scorcio di tempo fa registrare, la posizione stessa della poesia in una eventuale gerarchia.
Va considerata infine una terza ipotesi, e cioè che quei canti di cicale abbiano una intima conessione con la conta delle sillabe, e cioè con il ritmo, con la metrica, nel cui campo le cicale vantano un’abilità tutt’altro che rudimentale con quei tempi ossessivi e incantatorii.
Che il libro giochi su di una certa ambiguità di fondo è riscontrabile in una delle prime poesie, nei versi: e guarda come mi assomiglia / questo fasullo primo assaggio di stagione. Se in base alla mia conoscenza di Silvia dovessi decidere per una sua maggiore propensione a favore di uno dei due insetti che fanno da ipostasi ai dubbi di cui sopra, opterei con certezza per una vicinanza con la formica, di cui Silvia possiede la laboriosità, la saggezza, la meravigliosa, instancabile passione che mette in tutto quello che fa. Difatti dichiara: dove a migliaia gli antenati / cuciono legami di capelli / e cuscini col sogno di durare / dei cromosomi….Nel pieno che resta riempiremo / ognuno dei petali di scritti. – Che appare come un inno della produzione, un peana del darsi da fare, come infatti nella realtà è. La prima parte del libro è dedicata alle radici, alla essenza primigenia, e possiede la bellezza del primo sorriso con cui ci si presenta, ci si affida al mondo:

Esattamente dove cresce il grano
e la radice estenua la zolla e la solleva
lì io sono nata.
E sono grata a certa polvere che sporca i piedi,
mi ricorda che l’Estate ha termine.
Ciò che è destinato ai miei quaderni.

Uno dei meriti personali di Silvia è la generosità, la capacità di spargere sorrisi e anche la capacità di regalare un segno di riconoscimento affettuoso ai poeti: fa infatti precedere molte delle sue poesie dalla citazione di versi di amici o in alcuni casi di maestri, come Zanzotto, o Turoldo, Borges, Celan, o Lucini, esempio molto bello di apertura in un mondo in cui spesso sono le chiusure a prevalere.
Il sorriso possiede un ventaglio infinito di valenze e di possibilità, si apre a uno spettro di congetture e sfumature e categorie e sottocategorie, e sicuramente nelle sue varie sfrangiature indossa gli abiti della consapevolezza, di una visione realistica, smagata dell’esistenza, ed è questo un filone prolifico nella produzione poetica di Silvia, uno sguardo temperato al fuoco dell’esperienza quotidiana:

La fine lieta delle fiabe è falsa.
Appartiene alla carta e la carta
non tiene. La principessa dormirà
per sempre nella teca senza un bacio.
Nessuna fata muterà nessuno
straccio in velo e il cacciatore nessuno
salverà uccidendo il lupo. La fortezza
di pane si sfalda nelle stupide
briciole che scordano la strada
e nel pozzo non c’è nessuna luna.

Tuttavia a questa visione smaliziata e consapevole dell’esistenza, al destino di polvere cui siamo chiamati, esiste un rimedio, il rimedio è – soffiare sulla polvere / il fiato con costanza e per levarla./ Sporcarsene le mani per levarla.

Sul piano più strettamente poetico della resa, dove il bagliore del sorriso si fa più acceso, luminoso, è in alcuni splendidi versi che parlano di “casa”: – casa è una costiera senza il mare – perché è lì che si manifesta appieno l’abilità artigianale di calibrare ogni singola parola, misurarne il peso specifico e la capacità di abbinarla alla successiva, e armonizzarla alla complessa e mobile architettura dei versi, bilanciarla nell’economia globale, fare in modo che il suono attivi il suo potere di evocazione e sprigioni insieme musica e senso, e anche quando parla di poesia:

…La poesia
è questa rima amara, irregolare
e necessaria con il fare, verbo
delle mani, prima coniugazione.
Sola e buona ragione in questo stare.

Inoltre la parte più intensa di questo libro è dove Silvia parla dell’amore. Le poesie che chiudono il libro marciano in un crescendo degno di certe italiche sinfonie, con una meravigliosa capacità di spostare continuamente l’angolo visuale, di regalarci inquadrature e partenze ogni volta diverse, di farci ballare al suono delle parole e sussultare per ogni luce che il verso sprigiona:

Dimmi l’alfabeto delle labbra,
l’istante chiuso delle palpebre.
La mia lingua non sa scrivere
parole mutate in bacio. Tutto
questo bene limpido assaggiato
buono come già lo pensavamo.
E il tuo odore tutto tra i capelli.

Annota acutamente Alessandro Dall’Olio nella prefazione: – Fiorire compare nove volte, la rosa undici, il cuore sette, come sette volte la polvere e il fondo, cinque volte le somiglianze. La parola verso e l’atto della conta le ritroviamo otto volte. Forse perché Secco ha una dimestichezza con i conteggi, lei che scrive con la penna e sillaba con le dita, lei che scompone con i sensi e compone con la metrica.-
In definitiva un dispiegarsi di sorrisi, in un ventaglio di valenze molto ampio, niente viene trascurato, c’è l’accoglienza, l’amore, la consapevolezza, il dolore, la nascita, il distacco.

Chi conosce di persona Silvia resta immancabilmente affascinato dal suo sorriso, e chi la conosce solo attraverso la poesia resterà ugualmente incantato dal sorriso che sprigionano i versi.

cop ss cicale

    

Immagine di testata: La mia giacca (particolare), opera di Leonardo Lucchi.

4 thoughts on “Canti di cicale di Silvia Secco, note di lettura di Paolo Polvani”

  1. I miei complimenti a Paolo Polvani per aver delineato con dolcezza e forza la personalità di Silvia Secco, al di là del suo indiscutibile talento poetico. Ho letto recentemente e con avidità “Canti di cicale” e affascinata dall’originalità dello stile, dall’efficacia delle immagini, dalla forza dei suoi versi, al termine della lettura, ho sentito, irrefrenabile, il desiderio di poter conoscere di persona, Silvia. Veneta come me, l’ho percepita vicina in certe espressioni del suo sentire. Innamorata ad esempio di quel “pénsati” inserito in corsivo tra i versi di una splendida poesia (di cui non posso riportare i il titolo perché purtroppo ora non ho, con me il libro) perché forma dialettale ma tanto usato dalle nostre parti ed efficacissimo così inserito nel cuore della poesia.
    Confesso anche che, essendo venuta a conoscenza della sua partecipazione all’evento “Calllisto” a Palazzo Grimani a Venezia, mi sono precipitata a prendere un treno in un’ afosa giornata di giugno, per poterla ascoltare, per poterla conoscere, perché così faccio quando un poeta mi trafigge l’anima con i suoi versi. Silvia non c’era, purtroppo, ma la immagino così, immagino l’alfabeto del suo sorriso, così ben descritto da Polvani nella sua nota di lettura.
    Non so indovinare quale sia la motivazione che maggiormente si addice alla scelta del titolo del libro di Silvia, essendo tutte significative e quindi possibili, quelle proposte da Polvani. Ma so che se è vero che la poesia ha una scarsa penetrabilità nel sociale è perché pochi sono i poeti degni di tale nome e Silvia Secco è poetessa onesta, formica laboriosa che canta e conta nell’anima di chi si avvicina alla sua poesia.

    Annalisa Rodeghiero

  2. Ho molto da ringraziare.
    Comincio con Paolo Polvani: lui sa quanto questa sua lettura sia stata una sorpresa ed una carezza, in un momento particolare della mia vita e della mia ricerca stilistica.

    Poi, ancora Luigi Paraboschi: questo libro, al quale voglio bene – nonostante probabilmente abbia già compiuto il suo ciclo -, ha avuto letture e parole meravigliose (di Stefano Iori, di Claudia Zironi, di Guido Cupani e di Giuseppe Martella), fra le quali la sua dimostra una delicatezza ed una attenzione davvero preziose, che si rinnovano anche attraverso il commento che ha voluto lasciare qui sopra.

    Infine, molto emozionata, ringrazio Annalisa Rodeghiero.
    Ho letto il suo commento, Annalisa, almeno una decina di volte e mi mancano le parole adatte ad esprimere la grande gioia che provo. “Canti di cicale” è il mio secondo lavoro edito e sono consapevole del fatto che esso rappresenta ancora un grado basso sulla scala di ricerca che sto tentando di portare avanti. Ma sono commossa e felice di sapere che le parole arrivano e sanno trasmettere. Mi dispiace moltissimo che lei sia venuta a Venezia senza trovarmi: avrei voluto anch’io essere presente a Callisto, ma – mio malgrado – ho dovuto rinunciare all’ultimo. Spero ci saranno presto nuove occasioni per incontrarci e parlare, magari proprio del dialetto, che è linguamadre – appunto – con la quale “penso”, o della bellezza delle cose come la poesia, così lontane da qualsiasi logica utilitaristica, eppure così urgenti, così indispensabili, così simili al rumore di canto delle cicale. In questi giorni Bologna, la città dove vivo, ha luoghi dove questo canto grida così forte da essere assordante (i giardini Margherita, la linea di ippocastani e di tigli ai margini dei viali, certi giardini segreti dietro le palazzine delle vie del centro storico): ci ricorda che l’estate che è, che è viva, che ha termine.

    Grazie.

  3. ringrazio anch’io per gli apprezzamenti Annalisa Rodeghiero e Luigi Paraboschi, e sottolineo che il merito è tutto di Silvia, un grazie particolare a lei per il suo bel libro! PP

Gentile lettore, all'autore di questo articolo farà molto piacere se vorrai lasciare un commento.

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