Canto dell’attesa di Luigi Finucci, recensione di Sandro Angelucci

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Canto dell’attesa di Luigi Finucci, Giuliano Ladolfi Ed. 2018, recensione di Sandro Angelucci.

      

      

“Confidenza, sussurro, dolcezza fin dalle prime liriche ispirano i versi di Luigi Finucci”: così, Giulio Greco, nel testo introduttivo; e ancora: “[…] circola aria di gratuità e di serenità[…] di gesti minimi, mai assolutamente banali”.
In effetti una delle prime poesie (per la precisione la terza) recita: “il cambiamento porta scissione / scelta e lontananza”, e non sarà soltanto questo distico che, con levità e schiettezza, perorerà la causa.

Si evince che nel poeta è imperioso il bisogno di abbandonarsi ad uno status originario nella convinzione che il mutamento distolga e porti a discostarsi dalla verità. Pensiero in parte condivisibile ma non esaustivo – a mio modo di vedere – poiché, ad un certo punto, il cambiamento si rende necessario affinché abbiano a rinnovarsi proprio quegli archetipi cui, nella fattispecie, si fa riferimento facendo assurgere la montagna e la sua pazienza a simbolo di una cura conservatrice e custode del paradigma.

È vero che l’originale non può essere riproposto se non in fotocopia – basta guardarsi intorno per rendersi conto di una omologazione dilagante che, oramai, investe anche il pensiero ed i sentimenti – ma qui si tratta, come detto, di modelli archetipici, di miti; e, contrariamente a quanto si crede (confondendo il mito con la mitologia) il loro valore simbolico si ripresenta, anche se in forme e contesti differenti, in ogni epoca.

Proseguendo nella lettura c’imbattiamo poco oltre in questi versi: “il giorno dopo il sole sorge: / d’altronde la vita / sembra continuare”. Costituiscono, gli stessi, la chiusa di una poesia – forsanche autobiografica – che metaforicamente illustra la caduta di un acrobata. Il primo pensiero che mi è balenato in mente, al termine, è stato il seguente: perché “sembra continuare”? Perché fare congetture e non ritenersi sicuri, invece? E la risposta che mi sono dato non poteva essere che questa: ma se è così che la vita avanza senza interruzioni, se il funambolo cade perdendo l’equilibrio (non è poi tanto facile mantenerlo), l’importante è tornarci su quella corda (lui o un altro, poco importa), non smettere di guardare all’altro capo, al futuro quindi.

Quella di cui si sta disquisendo è una poetica che non si accontenta della superficie ma scava, vuole scendere in profondità; e ci riesce, con continuità e organicità. Proprio per tale ragione, però, mi disorienta quando (non sempre) finisce con lo scivolare nella contraddizione.

Si leggano questi altri versi: “Il fiume modella le pietre / come il tempo / con le membra. // Così la meraviglia / l’ho vista lì, / – ferma – / mentre tutto scorre / come il sasso nel fiume.”. Versi molto pregnanti e icastici, che ricordano il Panta Rhei di eraclitiana memoria, il suo ritenere che non si può discendere due volte nell’acqua dello stesso fiume.

Senza dubbio c’è, in Finucci, questa visione del mondo, ma non vorrei che lo sguardo si soffermasse troppo sulla fissità del fiume piuttosto che sul suo scorrere. Voglio dire: ambedue gli aspetti sono contemporaneamente da afferrare in quanto la realtà è sempre duale.

Così – nel testo immediatamente seguente – egli scrive: “Un secolo fa c’era un gabbiano / sulla roccia scoscesa, stessa / vertigine…”. La vertigine non è cambiata: è quella di un secolo prima, e del secolo prima ancora e così via, ma – non dimentichiamocelo – anche quella di un secolo dopo e del successivo, e così via. Non si può parlare di eternità se si esclude la ciclicità del nascere e del morire.

Come appena sostenuto, ritengo che la Weltanschauung di Finucci si avvalga di questi contenuti e sia decisamente fondata sull’idea dei valori vitali del divenire esistenziale: “Grave la preghiera / se l’ascolto deriva dalla fatica / con cui / la voce – e l’origine – / trema nel vedere il discepolo / cambiare il senso / del cammino maestro”. Questa strofa ne è chiara riprova; e tuttavia, anche qui, si ravvisa una sorta di paura per il cambiamento; legittima, intendiamoci (chi non si rende conto che la strada presa non è quella maestra?), ma chi ci dice che l’errore non sia necessario? ‘Sbagliando s’impara’ – recita un vecchio detto -, ed un altro: ‘errare è umano, perseverare è diabolico’.

Il problema non è nell’errore ma nella difficoltà che troviamo a cambiare prospettiva, a vedere le cose da un punto di vista diverso e, soprattutto, non uniformato e, dunque, monosemico. Ciò non significa, ovviamente, snaturarsi, anzi vuol dire essere ancora più naturali, perché nulla in natura ha una sola valenza (cfr. il precedente riferimento ad Eraclito).

È innegabile che “siamo divenuti / qualcos’altro e / la terra madre cura / il seme.”, ma non è forse vero che il seme si aprirà, che uscirà il germoglio, che diverrà arbusto e poi albero? Madre Terra vuole che il seme diventi albero e lo cura proprio per questo; se poi “il tragitto devia sul punto cruciale” – come giustamente dice Finucci – significa che qualcosa è andato storto. E sono convinto che le cause vadano ricercate in ciò che ho sopra esposto.

Il poeta è in attesa che “il fiume dissanguato arriv(i) / a sanare il seme.” in quanto sa che “si costruisce a fatica il paradiso”, ed è condivisibilissima la sua tesi (nulla si costruisce senza fatica), tuttavia non serve pensare ad un iperuranio trascorso o da venire. Secondo Platone l’iperuranio è la sede delle realtà assolute ma dove, meglio che nel relativo, si esplica l’assoluto?

Io credo che il paradiso sia questo, il presente che viviamo, anche se sembra e, a volte, davvero è l’inferno.

La creazione gemerà pure per le sue doglie – come si evince dall’esergo tratto da La lettera ai romani 8,22 – ma non è vero che c’è stata ed è terminata, è sempre in atto: ecco perché è qui, adesso che dobbiamo cercare Dio.

“Ora la nube si fa farfalla – gelsomino, / fremito d’autunno sui confini / d’una pozzanghera. /….// e il tempio ha mura sottili, distratte / al vociferare dei passanti.”: è l’incipit di quella che reputo la migliore di queste poesie. E mi piace pensare che il tempio di cui parla Finucci non sia fatto di mura ma proprio di quel vapore, di quelle ali e di quel profumo.

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in apertura opera di Maurizio Caruso

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