Capogatto di Emilia Barbato, note di lettura di Paolo Polvani

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Capogatto di Emilia Barbato, Puntoacapo ed. 2016, note di lettura di Paolo Polvani: le sotterranee combustioni.

   

   

Esistono ragioni misteriose all’origine di ogni innamoramento, di ogni attrazione, e se l’oggetto dell’amore è un libro di versi, la sorgente affonda nell’oscurità; si potrebbero tentare delle strade, per esempio partire dal titolo, che forse per via dell’accenno al gatto rende magnetica l’attenzione e induce a ubbidire al richiamo implicito, ma qui nessun passo felino, nessuna vibrissa o coda si affaccia dai versi, nessun miagolio che passeggi nelle pagine; forse la modernità dei titoli delle singole poesie: per esempio: quel modo di essere luoghi, che è un bellissimo titolo, una perfetta segnalazione stradale, con questi bellissimi versi: dovremmo ammettere di contenere / la popolazione stanca di una baia / e il fastidio della sua aria salmastra, la noia / dei rami… In effetti ho sempre pensato che dentro ognuno di noi abiti un intero condominio, una variegata rassegna di personaggi che come in ogni condominio che si rispetti si ignorano, a volte non s’incrociano per anni e anni, a volte nutrono sane antipatie, le cui motivazioni non sempre risultano chiare; qui si tratta di una intera popolazione, e dell’invito, da maneggiare con cautela, a recuperare il nostro modo di essere luoghi, e qui confesso di essere fuorviato dall’accento partenopeo di Emilia, e non mi riesce di soprassedere alla tentazione, certamente fallace, di attribuire una collocazione geografica a quella decadenza delle cose, delle case, dei muri, quel progressivo franare dei margini delle strade, a quell’aria vaga di accidia che nasce dai seguenti termini: languire, stanca, tristi; ma si tratta di una strada sbagliata, sebbene la poesia sia il luogo delle possibili suggestioni, e come dice in alcuni versi più avanti, esattamente a pagina ventuno: – non c’è da temere, / siamo in una poesia del possibile -. E all’interno di questo possibile accade di trovarsi di fronte a improvvise rivelazioni: il cuore / non devi praticarlo, / ha sentieri irrimediabili, / carichi di mine. Si tratta di subitanei svelamenti che indicano un percorso, tratteggiano un profilo, e inducono all’empatia se scopri di come / lei sia immobile, / una credenza apparecchiata di paure, / lei che spolvera ninnoli mostruosi… e accade così di ritrovarsi in un ambiente familiare, dentro paesaggi dove riconosciamo quel lento lavorio / della salsedine sulle ringhiere. Si, credo che la bellezza della poesia risieda nella capacità di far riemergere un suono sentito da qualche parte, che vive nella contraddizione di essere nuovo, quindi inaudito, eppure riconoscibile, rassomigliabile a qualcosa, a un suono che si ostinava a nascondersi da qualche parte e che infine un verso ci rivela, lo restituisce a quella improvvisa vibrazione che aspettavamo di sentire: fitto bosco di silenzio / e tentazione dalle carezze mille volte / diverse, tu, stagione che svanisci. Si, credo che l’attrazione non possegga una scaturigine delineabile, tuttavia contempli una varietà di approcci, un sistema di segnali che molto si avvicina alla fluidità delle correnti sottomarine, alla sua variabilità, al mistero dei suoi incroci, al richiamo all’oscurità che incontriamo in questi versi: e io oscura, come / il vuoto che separa i nostri / due corpi. Se alcuni flussi di energia sono individuabili, uno di questi è quello di un erotismo a tratti sotterraneo, a tratti esplicito nei versi: – dimenticando / tra i minuti la tua bocca e le mie fantasie -; e anche:- il turbamento / di un umido equivoco nella bocca -. E altrove: – e la tua bocca che curva / sulla forma liscia / del mio cuore -. Un ulteriore corrente di riconoscibilità è nel tentativo di ammansire, di addomesticare le passioni, renderle docili, come in questa deliziosa sequenza:

Lei canta di come il cielo
baci silenziosamente la terra
ma non è più come prima la voce,
i boschi stormiscono sommessi.

Tutto il libro è percorso da una sottile tensione al mimetismo, come se elementi biografici riconducibili all’autrice costituissero tracce, e quindi motivo di pericolosità; forse il dato più erotico dell’intera vicenda poetica è questa continua corrente di sottrazione, il rimpiattarsi dietro le parole, il farsene scudo, protezione, coprire persino le ferite con parole che sviino eventuali tentativi di caccia a una qualche verità celata. Così diventano improvvisi squarci di evidenza i vestiti improvvisamente vuoti, e le scarpe che dimenticano l’equilibrio, e la finestra che guarda, tutti stratagemmi con cui vengono vanificate le orme della quotidianità, della ripetizione, con l’antefatto promettente di quei versi rivelatori:

Soltanto come muovi la bocca,
come la lingua, il corpo,
come contengono le mani,
come filtra la luce.

Eppure uno squarcio di verità si profila all’improvviso nella poesia Santuario, dove gli schermi cadono, e si profila un’improvvisa nudità, una dichiarazione di resa; se tutto il libro è un resistere alle passioni, un indossare abiti che cancellino, o almeno ammorbidiscano, le pulsioni feroci, le tentazioni, i desideri più carnali, ecco che il fondale d’improvviso si apre, e assume il tono di una supplica, sintetizzata nei seguenti versi: – concedimi la grazia / di non cadere sotto i mortai dei suoi baci -, e prosegue: – mai più passione, preghiere, solo preghiere -. Così la verità scopre un varco inaspettato, e il lettore può finalmente brandire come un trofeo questo improvviso scampolo di realtà, stringerlo e farne elemento di condivisione. Perché in realtà si tratta di un libro di versi in cui l’erotismo si nasconde e affiora, striscia in maniera sotterranea e all’improvvisa guizza nei versi, sfocia in improvvise confessioni, e rende finalmente riconoscibile una passionalità mediterranea, uno spirare di venti caldi provenienti da una baia calda, da un golfo dominato da un vulcano che a tratti lancia i suoi sbuffi di fumo e nasconde una materia incandescente:

così pensarti è un moto necessario,
la materia duttile di un sogno,
e colorire molte volte il desiderio
della tua bocca, le braci della sigaretta
che tieni tra le dita, è un atto
consecutivo, una terra proibita.

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One thought on “Capogatto di Emilia Barbato, note di lettura di Paolo Polvani”

  1. Sentirsi letta in modo così sotterraneo, attento, rimanere in un’eco della parola, un felino miaglio, così sinuoso emoziona. Paolo grazie per questa tua splendida nota di lettura e grazie a Versante Ripido che continua a regalare uno spazio prezioso alla mia voce.

Gentile lettore, all'autore di questo articolo farà molto piacere se vorrai lasciare un commento.

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