Il racconto del mese: “Notti brevi” di Marisa Cecchetti

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NOTTI BREVI

racconto di Marisa Cecchetti

              

Non riesco più a dormire fino a mattina. All’alba lui mi desta, appena filtra un po’ di luce. Ho provato a farlo addormentare più tardi, a farlo stancare la sera, perché tiri più a lungo col sonno.
Così dopocena giochiamo a palla rilanciata con una pallina di polistirolo, la facciamo scorrere sul parquet. Lui non la manca mai e i suoi rimandi sono secchi e dritti. In attesa del mio rimando si nasconde sotto un lembo di coperta che penzola dal divano, ma colpisce sicuro anche da sotto.
Gli piace giocare a rimpiattino, allora cambio gioco e mi nascondo dietro una porta socchiusa, sporgo un po’ la testa e la ritiro, la sporgo di nuovo e faccio cucu.
Lui mi scopre, sgrana le pupille, àncora bene il suo corpo a terra, lo schiaccia fino a diventare una portaerei, freme tutto verso la coda. Poi attacca. Mi coglie alle gambe, ora che sono nude nell’estate. Il nascondino veniva meglio quando portavo i jeans.
Io mi stanco prima di lui o forse un po’mi annoio. Del resto c’è poco da chiacchierare, è un soliloquio per dirgli tocca a te e dirgli bravo quando para la palla ed io applaudo.
Poi due carezze e a nanna. Dove? In camera mia, sulla sua parte di letto.
Del resto l’ho sempre detto, gatti in camera, no! Ha tutta la zona giorno per dormire, ha la sua bella cesta, che nemmeno un bambino… e tutte le sedute che vuole.
Quando è arrivato che aveva sì e no due mesi, che l’avevo scelto per il suo sguardo furbetto, digitando gattini in adozione su google, e l’ho messo a dormire in cucina in una scatola imbottita, piccolino, mi sono detta stanotte non si dorme.
Invece è andata bene ed ho respirato di gioia quando l’ho trovato tranquillo in cucina. Perché io ho il sonno leggero e sentirei anche il suono di una carezza. E se dormo male la giornata va storta.
Ma non è durato.
Una notte d’inverno -aveva freddo?- ha grattato, bussato alla porta divisoria. La porta no, ho gridato nel sonno spezzato, l’ho fatta ridipingere di fresco. E gliel’ho aperta ed è stato l’inizio della nostra avventura notturna.
Era inverno, e l’ho detto.
Sono freddolosa e dormo sotto due piumoni.
Tobia in mezzo al mio sonno zompava sul letto, mi passava leggero sui capelli fino a raggiungere il lato verso il muro, infilava la testa sotto il piumone di sopra, scivolava piano, faceva una brusca inversione a U e mi dormiva accanto. No, no, non sul cuscino. Appena più in basso.
Il suo tepore mi arrivava leggero. Confesso che non mi dispiaceva.
L’alba spuntava tardi e lui si svegliava al suono del cellulare, si stiracchiava tutto e sbadigliava. Mi guardava come a dire ed ora che succede? Due carezze più lunghe insieme al buongiorno e balzava giù dal letto verso la colazione.
Del resto l’ho sempre detto, guai a tenere i gatti sul letto, ma siamo matti, gli animali devono stare al loro posto.

Amo la luce. Amo le notti brevi.
Anche Tobia.
All’alba comincia la sua giornata: acchiappa la sovraccoperta con le zampe davanti, la impasta bene in profondità con le unghie. Sposto il mio corpo con cautela per evitare che mi raggiunga perché le sento, le unghiette, che vorrebbero bucare il lenzuolo. Mugolo nel sonno basta, da bravo, torna a dormire, lui fa il sordo e risale il letto, mi mordicchia la mano poi mi si piazza davanti agli occhi, seduto immobile.
Se rimango lì e non lo curo allora gli gira male e salta come se dovesse acchiappare un topo e mi atterra di peso sulle gambe, sulla pancia. Mi proteggo occhi e testa dagli assalti.
Poi non so mai come prosegue la storia, so solo che mi riaddormento brontolandogli addosso che è un mascalzone, e quando suona il cellulare lo ritrovo sulla sua parte del letto, tutto lungo disteso, con le zampe davanti allungate e un po’ mi rammenta la culla.

Quest’estate l’ho lasciato a casa due volte – qualche giorno in montagna, qualche giorno al mare -. In occasioni simili i gatti precedenti li ho affidati alle cure di amici o familiari. Senza farmi problemi.
Nella casa sull’Appennino, nella camera sul mare, mi struggeva alla sera un pensiero. Che cosa fa Tobia quando cala la notte? Va sul nostro letto? Riesce a dormire o mi aspetta con il collo teso verso la porta? Gli manco? Soffre?

                      

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