Ciao mamma, un saluto da Bolzano di Gentiana Minga, recensione di L. Paraboschi

In altalena, opera di Leonardo Lucchi.

“Ciao mamma, un saluto da Bolzano” di Gentiana Minga, Terra d’ulivi ed. 2017, recensione di Luigi Paraboschi.

     

    

Ho girato a lungo tra le pagine di questo libro per trovare i punti chiave di interpretazione dell’intero lavoro, e mi sembra di poter dire che si possano suddividere in:

– la nostalgia del paese di provenienza , l’Albania.
– le figure dei nonni e della madre, che riempiono i ricordi della prima giovinezza.
– Il rapporto affettivo con il compagno/marito.
– la condizione condivisa con i tanti fuggitivi di guerra, esuli dai paesi d’origine.

Principalmente sono stati pochi versi che stralcio da pag. 57 che mi hanno permesso di trovare la chiave per afferrare un po’ del mondo di questa autrice che vive in Italia dal 2000 e che ha pubblicato diverse raccolte di poesia e di racconti sia in Albanese che in Italiano,

Se solo potessi essere te per poter amarmi…

Oh, se io amassi tutto ciò che è in me…//Se io amassi tutto ciò che è in me//potrei essere una spiga di grano//in un campo colmo di altre spighe di grano,/un mulino che sfarina per ordine i miei dubbi/che diffidano te quando ami me./Un buon pane per i tuoi denti/che amano i miei…

In grassetto sono i versi che l’autrice indirizza al compagno e che mi hanno colpito per il loro significato umile, quasi di invocazione o supplica ma fondamentale per la comprensione dell’autrice: l’ incertezza, la fragilità di una persona ormai adulta nei confronti della vita.

Prescindendo da questa fragilità risulta arduo capire l’ andamento poetico sulla formazione del quale ha influito molto un background infantile ed adolescenziale formatosi in un paese ancora contadino fino a quando le sue condizioni politiche si sono fatte meno grevi e cioè fino alla scomparsa dell’ultimo “muro“ rappresentato da Henver Hoxha che governò l’Albania fino al 1985.

Ma non c’è alcuna traccia di carattere socio-politico di questo passato nei versi che leggiamo, mentre il filo dei sentimenti legati alle persone scomparse (i nonni) ed a quelle lasciate ancora in Albania (la mamma) è molto forte e la sua intensità si avverte in modo deciso.
La figura dei nonni, inquadrata anche nell’ambiente di un paese contadino, uscito dalla guerra di resistenza contro il fascismo come era l’Albania negli anni 50-60 del secolo scorso, appare chiara e nitida in questa poesia che faccio precedere da un’altra nella quale viene definito il compito che l’autrice assegna alla poesia, quello di ricordare

Ricordo sempre il nonno, come andava in giro per il cortile/con addosso una tuta blu...//La nonna si addormentava sopra il giornale//con la bocca aperta, gli occhiali scivolati dal naso//e il mento sul tavolo./Dalla radio si sentiva la canzone straziante di Zdravko:/- Ti moses sve. Tu non puoi fare niente…/Laceravano l’anima i suoi suoni tristi a noi incomprensibili,/ma tutti i capelli tagliati a coda di colombo,/come lui./All’alba, la nonna cercava la bottiglia di grappa,/ e il nonno Bahria faceva il finto tonto,/dandole delle pacche sulla schiena, e i pizzicotti sulla faccia./Al pomeriggio parlavano dei compagni che/non c’erano più, o perché morti anziani/o perché fucilati in guerra ./Verso sera, il nonno appariva in tuta blu,/con la bottiglia in mano e gli occhi poco bagnati./Riempiva per lei un bicchierino a metà,/e continuavano a parlare dei compagni,/guardando più o meno la tv,/i ficchi secchi sul tavolo, e il tabacco./Cosi via via tutto si velava di una soave polverina/della vita assolta e della notte./Ti moses sve – Tu non puoi fare niente cantava Zdravko

Il grassetto è voluto a sottolineare alcune caratteristiche che molti di noi hanno smarrito, o che i più giovani non hanno avuto dalla memoria in questi anni: il nonno con la tuta blu dell’operaio, che torna a casa e scherza con la moglie pizzicandole il viso, e poi le versa un goccio di “slivovitz“, e parlano assieme dei compagni caduti durante la guerra o per vecchiaia: il tutto avvolto dalla polverina del ricordo accompagnato da una canzone che lacerava l’anima a chi l’ascoltava.

Il paese natale sembra mancare alla nostra autrice, e lo scrive fin dall’inizio, a pag. 7

Ho nostalgia del paese remoto,/mi manca ogni cosa che mi attrae,/anche se mi è vicina. Ho bisogno/della voce del cibo, e l’amica/mi è sempre lontana dagli occhi.

e anche in una successiva

Se devo fermarmi e vivere come le colombe dei marinai,/ anche torno. Torno per sempre a Durazzo.

La memoria di ognuno di noi tende a salvaguardare i momenti migliori, quelli capaci di far rinascere ricordi legati alla propria crescita, come pure gli istanti di sofferenza che hanno scavato profondamente le nostre anime.
Nel caso della nostra autrice i migliori sono ancora quelli legati al paese, alla comunità ove è cresciuta

Oggi vado a perdermi nella città allegra,/dove le fate montane appaiano dalle sorgenti,

Rivedo tuttora i due nonni all’arrivo di marzo./Annusano il cielo dal loro cortile,/accanto al pozzo. Vecchio e obeso./Sul tavolo di pietra è una zuccheriera./La lattiera bianca, la caffettiera turca./La nonna osserva le nuove campanule,/e lui in pigiama sfoglia il giornale./La città è immersa in una scodella/di amore turchina e la gente che urla/e per farsi amare canta:

Il vecchio che fuma a denti stretti e gialli/offre il caffè ad entrambi://all’ex partigiano con la berretta in testa,/e al dissidente con il capello in mano./C’è anche il montanaro in gilè di pelle che libera l’angolo ad una suora./Lei, di suo, non ha mai tempo e va di fretta.

La scena assume le vesti di un quadro impressionista: i nonni che “annusano il cielo“ (bellissimo quel verbo che talvolta è usato ancora per scoprire a naso il tempo che farà), la zuccheriera sul tavolo, le campanule, il giornale sfogliato dal nonno, c’è grande poesia nei gesti che compivano quei due anziani, rilevata inconsciamente dall’autrice fin da allora, per riaffiorare più in là negli anni .
E ancora, il vecchio con i denti ingialliti per il fumo mi rimanda ad altri quadri, come pure l’ex partigiano amico dei nonni, il dissidente, il montanaro e quella suora che va di fretta per incontrare Cristo, c’è tutto un mondo agricolo che la globalizzazione ha in gran parte disperso, anche se non credo che ora tutta l’ Albania abbia assunto completamente caratteri da paese industriale e sono quasi certo che, almeno al suo interno, certe forme di vita tradizionale sopravvivano ancora.

La nonna è la figura di colei che sbalza come bassorilievo nella memoria di chi scrive che ricorda la malattia, il conforto di lei che l’assisteva all’ospedale e, più avanti negli anni, l’accostamento con la malattia e il suo decesso:

Avevo dieci anni, e bisogno del nulla./Solo di un letto all’ospedale in periferia./Tempi in cui mi addormentavo mentre il siero/scorreva nelle vene. Che splendore…/…le tue dita fresche che mi scostano//alla fronte la seduzione dell’abisso,/del volo del gabbiano,/quando mi sviene il desiderio di vivere./Tra le tue braccia accasciata,/dolcemente inferma./Così…/assolutamente inconscia./Docile quanto essere il Niente,/difesa e inerme./Come te, mentre morivi,/parlando con me.

Un’ altra immagine di grande forza espressiva è questa, relativa alla nonna che insegue la nipote con in mano il cucchiaio dell’olio di fegato di merluzzo (altro ricostituente per ragazzi che appartiene alla memoria della nostra Italia postbellica)

Di nuovo mia nonna,/a corrermi dietro./Giù e su per strade e dentro l’orto./Corre il cucchiaio con l’olio di pesce./E due uova fresche, (per me il tuorlo)/della gallina Marta, che fa poco o niente./(ma come dice il nonno,/sempre rosse e piene)

Ma anche la nonna scompare, e questo avvenimento è straziante, e mi piace riportarlo per intero per la forza delle immagini che vi appaiono:

La nonna Vehibe, l’anima tenace,/morì bisbigliando seduta sul letto./Ad occhi semichiusi guardò il gelso bianco,/e salutò il frutto con clemenza./(Mia nonna amava l’ortensia,/ma in guerra andò vestita da maschio./Una giacca leggera, pantaloni verdi,/e un piccolo caschetto./Credo quasi sempre con dentro la tasca/un po’ di muschio bianco…)/Quando esalò l’ultimo fiato,/cercando di chiuderle la bocca aperta,/sentii al ventre un leggero crampo./Un ché di rimbalzo. Castigo e resistenza./Feroce riluttanza che negò il fatto…//

 …che pure serve, serve allo stomaco…//un po’ di veleno che cura il dolore ignoto./Un po’ di sciagura per svelare la noia superba./Decorare con zelo le nostre vite boriose/Ricamare il bianco con il nero.//Siamo ladri anche, degli amori altrui…/del seme che trasforma in yogurt il latte./Di melograni complicati e di fagioli buoni,/germogli frettolosi con cibo scarso.//(Tu non lo sai , ma mentre morivi/trovai il modo di nascosto di tagliarti/un ciuffo dai capelli grigi, dietro la nuca./Li conservai per lungo tempo, come un nodo…/Addio nonna, salutami il nonno/e non pentirti di portarmi nel cuore).

La solitudine dell’autrice si porta avanti nel ricordo della madre, rimasta in patria, e la poetessa è costretta a far ricorso alla poesia per dare un significato ad avvenimenti che altrimenti si smarrirebbero lungo il cammino del vivere:

Per non lasciare nell’oblio quello che fa uno,/uno qualunque, scrivo./Quello che succede in un istante, e non succederà mai di nuovo./Forse qualcosa di simile, ma non un identico momento,/un pugno di secondi storici,/identica caduta nell’occhio dello sconosciuto./Perché tali siamo quando passiamo in fretta./

La scrittura come mezzo per il ricordo e per legare questo ricordo agli avvenimenti del presente, ai drammi degli altri esuli in terre straniere per colpa delle guerre ormai dilaganti sul pianeta:

Ciao mamma, un saluto da Bolzano./Sento il bisogno di dirti che mi manchi./Avrei potuto essere anch’io di Kobani, essere chiamata Narin./E se mi trovassi sotto un mucchio/di sassi, oppure violentata in una casa abbandonata,/desiderosa di avere addosso/un grembo di fiore tra le crepe?/Se fossi Narin, e se fossi viva, avrei potuto scriverti/per spiegarti dove mi trovo.

 

Tutto sommato, io sto bene. Ogni mattina bevo un macchiato/e leggo i giornali. Da lì osservo a malapena il mondo/come si sanguina, e le ali dei corvi che spediscono/i messaggi dei combattenti come polline per il futuro/

I sensi di colpa attraversano l’animo della poetessa, e in parte inficiano anche il rapporto con il compagno.

Mi ritengo un’anima beata./Ho la certezza di essere una tazza preziosa/di porcellana millenaria,/passata tra centinai di forni/per diventare delicata ma resistente./È forse per questo che ho per amica/una mosca e un fiore,/di cui non so il nome,/ma percepisco/la suaafflizione quando le manca l’acqua./- Ciao amore, saluto la casa,/e vedo la mia mosca che mi fa festa/per farsi vedere come è gaia e come è contenta/che le occupo/un po’ il vuoto./Io sono un anima beata quando scorgo/in primavera la mimosa/piena di giallo e di azzurro/sopra il verde delle foglie,/e sento il richiamo di tutte le mamme//E poi mi scende una lacrima scarsa/e vorrei dirti tutto,/ma ho il dubbio che è troppo,/parlarti della mimosa, della mosca,/del fiore che non so annaffiare nella misura giusta,e temo che mi stia morendo.

La fragilità, l’insicurezza delle quali parlavo in apertura trovano una lenta conferma attraversando tutto il volume che ci viene sottoposto. Passo dopo passo, attraverso il dialogo impossibile con la mimosa, con la mosca di casa, essa scopre di essere stata temprata come la porcellana


Eppure mi manca lo stesso./Ho il timore di perdere da qualche crepa/pezzi, stracci, suoni che non saprò mai./Triste se non mi manca quel che non fu/tutto mio, quel che si è perso e si perderà nel tempo/mentre mi manca.

Noi non sappiamo cosa sia ciò che le manca, però avvertiamo leggendo suo questo vuoto interiore che si dilata e le si torce dentro ad ogni contatto con una realtà di sofferenza :

Ma, per caso, cosa hai fatto dopo che sei morto,/somalo?/Hai visto i treni, quei musi seri per aria,/serpenti libertini che passano la Manica/senza essere fulminati?/Hai sfiorato, allora, la nebbia di/Folkestone? Le punte delle chiese vertiginose?/E le scogliere bianche di Dover erette sulla spiaggia?/Dimmi, morto senza nome, com’è vedere gli schizzi/di schiuma sul blu marino,/le casette temperate, tegole scure – ben aggrappate/da lì sopra? Le macchie di roccia umana con fili spinati/nel cuore.

L’amarezza si fa sentire anche nel rapporto a due, indipendentemente dal fatto che questo rapporto funzioni o meno, perché dentro di sé l’autrice sente di pensare:

Ti ho voluto meno bene/quando iniziai ad amarti./Così ho consumato impietosa il tuo bene/così ho logorato senza pentirmi il mio bene,/perché non sta assieme/la madre e la compagna, la persistenza/di salvare il moccioso e l’amante esclusiva.//

e di concludere:

Faccio tante cose sagge, se cosi è/osservare la colomba pavoneggiarsi con il passerotto,/seguire quest’ultimo spiccare il volo/dal ramo della betulla sui capelli sciupati dell’anziano7che fila verso il parco fischiettando./Infilare il dito dentro il latticino e assaporarlo a lungo/coi piedi sulla ringhiera ferrigna./È cosi che ti aspetto. Affaccendandomi in cose intelligenti,/alzando e abbassando la tenda/secondo come si comporta il sole.

Vorrei terminare questo viaggio nella poesia di questa poetessa dicendo che credo che la forza più grande della Minga risieda nella prepotenza e nella ricchezza dei ricordi di famiglia e ritengo che uno sviluppo più ampio di questi potrebbe rappresentare un punto di forza importantissimo del quale dovrebbe tenere conto in occasione della pubblicazione di una nuova raccolta di poesie.

Senza titolo

    

Immagine di testata: In altalena (particolare), opera di Leonardo Lucchi.

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