Contrasto e vuoto, di Cristina Annino

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Contrasto e vuoto, di Cristina Annino.

     

     

Ho sempre sostenuto che parlare della propria poetica sia tautologico, in quanto la poetica di un autore è rappresentata dalle sue poesie. Ma quanto affermo può darsi sia valido solo per il poeta che ogni volta “rivede” con chiarezza, nei vari componimenti, il proprio lavoro di stesura. Per il lettore non è così. Cercherò allora, in poche parole, di rendere comprensibile ciò che anche per me è chiaro solo nell’insieme, ma incosciente e perciò poco afferrabile nei singoli passaggi.

     

Il lavoro di composizione di un testo, se non porta al progetto più vasto di un libro (nel qual caso il metodo gioca alla fine il suo ruolo, la raccolta può essere a tema, per esempio…) parte sempre da un generico e inqualificabile stato emotivo, da un’emozione cioè priva di un significato riconoscibile.
Allora, io metaforicamente “prendo in mano” quell’emozione cercando di renderla il più possibile fisica. Ne faccio cioè un’ ossessione.

Tale tipo di sensorialità a volte può anche nascere dalla rilettura di vecchi appunti, sia pur lontanissimi nel tempo, ma le cui parole – bastano una o due, fissate magari per altri scopi- danno fisionomia a quel malessere vago=emozione, che è il primo sintomo di una disponibilità creatività.
Detto così sembra che voglia complicare il semplice o farlo somigliare a qualcos’altro. In effetti, per teorizzare ciò che per me, ripeto, non è facile, tento di non dare importanza agli spazi vuoti tra le parole che invece sono gli unici a far scaturire, alla fine, un qualunque risultato. Ma parlarne con precisione è impossibile, in quanto non è definibile una loro dinamica. Per me la poesia si genera nel vuoto.
E’ il giungere al fondo di un’assenza totale di parole, fare piazza pulita di un ordine linguistico prestabilito, che da la spinta a una rivocalizzazione poetica.

Insomma, io ritengo che il così detto Pensiero quale protagonista di responsabilità creativa, non c’entri un bel niente.
Che più uno pensa, più distrae se stesso da quel che invece dovrebbe solo sentire.
Che sia necessario fissare il foglio bianco davanti a noi e cominciare a empirlo, con frasi che poi verranno cambiate, rimosse, risistemate secondo quanto sarà capace di fare il nostro personale lavorante di bottega: l’emozione di cui parlavo all’inizio.
Si comincia e si lavora così, almeno per quanto mi riguarda. Riflettere, insisto, non è necessariamente capire, si capisce solo sentendo, e non importa essere coscienti da subito cosa si percepisca. Più si sente, più disordinatamente si espande una percezione d’ascolto anche imprecisa, più l’emozione prenderà i propri connotati; sarà quel senso volante dentro di noi, a dare vita al testo.

C’è poeta e poeta, quindi c’è lavoro e lavoro; ma rispondendo per me, in questo caso, posso concludere che nessuno può aiutarmi a scrivere nel modo che mi soddisfi, né letture altrui, né cultura in genere. L’ emozione parte da dentro, chiaro, ma sempre lì dentro svolge tutto il suo percorso. Già c’era ed è venuta fuori, io credo, nel momento in cui si è scontrata conflittualmente con un’altra diversa emozione interna e una di loro ha vinto. Poi o contemporaneamente, la musica che uno ha nell’organismo- perché non solo la carta canta, ma prima di questa le ossa, sangue, polmoni, le orecchie- batterà il ritmo giusto al cervello. (Che anche il cuore canti, e come lo faccia, è il segreto più intimo e fragile; quindi, per sua tutela, indicibile).

Questo, per quanto riguarda la fuoriuscita di una poesia dal nostro organismo. E ogni volta ciò avverrà a suo modo, secondo la risoluzione di un diverso scontro. Mai però ci saranno assestamenti definitivi, mai geografie impagliate. Di volta in volta nascerà e si consumerà una piccola porzione di mondo poetico. E’questa, per me, l’unica geo-poetica possibile. Contrasto e vuoto… la scrittura verrà dietro…

                          

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