Non togliermi il vestito di Francesca Coppola, recensione di Francesco Di Lorenzo

Tutta la vita davanti, Paolo Virzì, 2008

Non togliermi il vestito di Francesca Coppola, Lietocolle, 2018, recensione di Francesco Di Lorenzo.

    

   

‘Non togliermi il vestito’ è il titolo della prima raccolta di poesie di Francesca Coppola. Edita da Lietocolle e uscita da poche settimane, la silloge ci fa conoscere una personalità poetica matura ed interessante. La poetessa, già segnalata in alcuni concorsi (di cui uno vinto), raggiunge con questi versi, in modo naturale, momenti di vera intensità poetica.
Partiamo dal titolo, che sembra un monito a non esporsi troppo, a non voler dichiarare esplicitamente la propria sensibilità. Forse a costruirsi uno schermo dietro il quale difendersi. E vale come consiglio per non essere oggetto di derisione, accogliendo la lezione dell’Albatros di Baudelaire.
La sua è una poesia delicata e in apparenza difficile. Ci sono alcuni brandelli o lacerti di versi che sembrano usciti dalla mano di un artista sperimentatore: l’uso apparente (e sapiente) della tecnica del cut up, non altera affatto il ritmo, anzi dona al fluire dei versi una consistenza del tutto particolare, come nella migliore tradizione di autori come Burroughs:

Risorgerai, lo so
proprio dalle mie parti
– volevo le tue paure –

ti faccio vedere come muore
un airone, tu come stai?

Ma il ventaglio di possibilità che offre la poesia di Francesca Coppola è molteplice. Le opzioni, il campionario, la scelta di colori hanno diverse sfumature. C’è, per esempio, molto battuto il sentiero intimista. Un intimismo di tipo particolare, dove la cifra non è affatto il lamento ma semmai la critica e in qualche modo l’accettazione dell’esistente. Una specie di rassegnazione forzata che agisce, però, per paradosso, anche come detonatore di poesia:

di quante scatole ferme a marcire
e i sorrisi aspettano ancora di sapere
se i mari hanno bisbigliato promesse
e se tu hai preferito scambiare le carte

Si nota nelle sue poesie un parlare a tu per tu con le sensazioni, virando a tratti, ma mai completamente, verso un’ironia ‘sorniona’ tipica napoletana che però, nel suo caso, è frenata da qualcosa di superiore, come a voler mantenere con uno stile alto le giuste distanze, come per dire non c’è posto per perdite di tempo, si va dritti all’obbiettivo. Che è quello di descrivere (con ritmo) il suo sentire, la sua sofferenza umana e renderla più accettabile attraverso la poesia:

ti ho cercato in un volo mancato
e poi perso sottraendo lacrime.

A volte si trovano in alcune sue poesie degli accostamenti arditi che sembrano sfiorare il manierismo:

Ogni coraggio puntualmente salta
come posata messa per sbaglio
nella bocca di un cannone.

Oppure:

dai salotti perbenisti, il sapientone
muove gli occhiali a fin di bene.

O ancora:

un tuffo nei viadotti più ripidi.

Ed è come se una voglia dolente di stupire le prendesse la mano. Ma è solo apparenza. In realtà sta solamente descrivendo il proprio disagio di persona, il disagio di doversi confrontare con chi non capisce, con chi non sta nella nostra lunghezza d’onda, e ci fa disperare. E quanto più la disperazione dovuta al disagio è forte, tanto più lei ha bisogno di usare metafore e analogie strane e distanti per descrivere i suoi stati d’animo. Per motivare l’intervallo da quello che sta descrivendo. Per far sì che il mondo ri-diventi praticabile.

Interessante, poi, nei versi di Francesca Coppola che si presentano a volte rarefatti e in fondo molto classici (ma di un classicismo buono perché adeguato ai tempi ed emendato da resti spuri ed inopportuni) l’innesto di parole comuni e contemporanee, prese dai discorsi quotidiani, che ravvivano il discorso e hanno lo stesso effetto dei lampi al magnesio:

/l’ I-phone come identità speculare/
/e noi liberi d’acqua, zolfo e coffee hour/
/la vita nei Columbia pictures/
/fa zapping quanto alla notte di capodanno/

Da notare ancora nelle poesie che compongono il libro e che sono, come si vede e si sente, piene di stimoli e di riflessi, l’uso non so quanto ‘citazionista’ della vocale ‘e‘ all’ inizio del verso. Questo potrebbe far   pensare  a tutto un discorso relativo all’ermetismo, ma non è detto che siamo nel giusto. Può darsi che sia, invece, una scelta linguistica voluta dall’autrice per addolcire/stemperare la crudezza delle questioni trattate. Ad ogni modo, le suggestioni, la brevità, il simbolismo, le analogie difficili ed oscure, in qualche misura ci sono, sono presenti e vive nella poesia di Coppola come nella migliore tradizione ermetica. Certo, le forme e le cadenze sono diverse, ma questo può voler dire che la lezione è stata assorbita bene, metabolizzata e restituita in modo originale:

/e tremare, tremare/
/e le lastre di Marilyn all’asta/
/e la storia la scrive chi vince/
/e i colori li decidi ogni qualvolta parli/
/e non abbassi lo sguardo/

In conclusione si può ben dire che Non togliermi il vestito, nel panorama attuale, è un libro completo, complesso e profondo. Che ha un ritmo particolare, prima di tutto avvolgente e stimolante. Ma anche capace di innescare suggestioni infinite, tanto che viene voglia di continuare a perdersi nella musica di queste poesie. Musica che ti attira e poi ti respinge con l’intenzione, però, di farti ritornare. Per cercare di capire, per perderti di nuovo.

651453953
in apertura, Tutta la vita davanti, Paolo Virzì, 2008

Gentile lettore, all'autore di questo articolo farà molto piacere se vorrai lasciare un commento.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: