Credere nell’attesa di Miriam Bruni, recensione di Angela Caccia

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Credere nell’attesa di Miriam Bruni, Terra d’Ulivi Edizioni, 2017. Recensione di Angela Caccia.

    

    

Da Le lettere di Berlicche di Clive Staples Lewis
Caro Malacoda –è il diavolo Berlicche che scrive al nipote imbranato per addestrarlo al male-, se tenti gli uomini al piacere non fai nulla di utile per noi, in quanto soddisfi anche il nostro Nemico, poiché il piacere fa parte della sua creazione; tenta invece l’uomo all’aridità, all’apatia, portalo adagio adagio nel deserto, e quando è nel deserto impediscigli di pregare: allora avrai vinto anche l’ultima battaglia.

E inizio da qui a parlare di questo libro/scrigno, Credere nell’attesa di Miriam Bruni, Terra d’Ulivi Edizioni. Un qui molto lontano e ancestrale, com’è solo la preghiera, e il brano di Lewis la dice lunga, seppur implicitamente, sull’origine e motivazioni del pregare. Il deserto è sempre dietro la porta di casa, né l’abitudine a sgranare rosari immunizza da quell’aridità: ci vuole un cuore pulsante e un digiuno che graffia perché consapevole di potersi placare solo in quel dire e ribadire a Lui la nostra fiducia – da pag. 5

Solo Tu, solo Tu mi vedi intera e sai
lenire l’incomprensione amara, che ci

rode e a tratti ci sbrana. Non credessi
all’invisibile, Signore, una fossa avrei 

scavata, quante volte, a seppellirmi
viva. Ma sei tu l’Oltre che vado cercando. 

Che sento, che vedo, è a Te che io chiedo
protezione profonda, l’incursione del Bene

nelle mie piazze, e la pace tua dolce
sulle mie pene. E un poco di luce, quel 

tanto che basta per avanzare senza
troppa paura e a sera renderti ogni mia 

cosa, sia essa gaia e fiduciosa, oppure
triste e polverosa. Che vita vien fuori, 

sarai Tu a dirlo, alla mia fronte
imperlata di Cielo, e alle mie mani 

tese a raccogliere del tuo splendore
l’eterna manna, mio Redentore.

Si dice che la poesia non preghi ma faccia pregare, eppure in questo libro, tra queste pagina, sembra di cogliere l’hic et nunc in cui s’ aggruma una sofferenza tra le più acute che l’autrice spande sul foglio affinché, alchemicamente, attraverso i segni che ribolliranno sul bianco, si trasformi nella meta più ambita: la speranza. È un filo sottilissimo a separare questa dall’illusione: il rischio è di adagiarsi troppo nell’attesa di tempi migliori e crogiolarsi non attivandosi, o di scattare troppo in avanti sostenuti da una visione che non appartiene al presente.
È necessario quindi rimanere ben radicati alla realtà, per quanto dolorosa e inaccettabile, perché la speranza sia sempre più credibile e si concretizzi in un ventaglio di possibilità. Una strada tutta in salita: è sperare la cosa più difficile, a voce bassa e vergognosamente. La cosa facile è disperare ed è la grande tentazione (Charles Peguy)
Ecco che “vedo” Miriam chiamare per nome il suo dolore e, pensosa ma ritta, affrontarlo … – da pag. 59

E’ agosto e ho iniziato la chemio.
Nello sforzo costante alla pazienza
le mie labbra sono chiuse.
Devi guardarmi
come una muta nube, madre.
Agli uccelli di cui odo il suono
cerco di dare un nome,
come col verso delle bestie
di fattoria o di cortile. Ma qual è
il verbo dei cortei celesti?
E’ da sola che lo imparo,
nella pace che mi coglie
se li guardo, come quando
sul finire del fuoco puntualmente
mi ristoro di brace

e ancora – da pag. 12

Spoliazione 

Dei due massimi emblemi
del femminile: capelli e seno;
caduti entrambi in una
manciata di settimane.  

Ma resto donna e a tratti
mi assale una pena
che mi schiude e poi richiude
come il sogno che non si fa  

reale. Fossi di pietra, ora,
non sentirei dolore
per le miriadi di cellule
programmate a morire.  

Non sentirei pesantezze,
fastidi, nausee, timori.
Ma nemmeno questa musica
o le vostre preghiere.

Ma faremmo un torto a questo bel libro, alla sua autrice, se non mostrassimo anche il “lato rosato” delle sue parole. Rosata com’è la quiete, una modalità altra di essere felici. In essa non si soffre più la resistenza, l’assenza di fatica nella vita normale è inedia, ma nella quiete diventa l’attimo più vicino all’infinito – da pag. 62

Le foglie d’ottobre
cominciano a cadere, sì,
a scricchiolare
sotto le suole, mentre noi
di felicità
fatichiamo anche solo
a parlare. Invece
del cielo
gli stormi d’uccelli
fan piste di ghiaccio
su cui eseguire
-beati e veloci -coreografie
da lasciare estasiati.
Ancora la calura
non raggiunge
i piani alti.
Si irradia mansueta
la sera e San Luca
è una torta illuminata.
Sono tornate
le rondini
a graffiare la luna,
a suonare
i tasti del cielo
-spensierate.

E ancora – da pag. 35

Per chi può volare alto
il pervinca
è un aperto nascondiglio,
non li puoi vedere in cielo,
ti accontenti
dei rubini tra le spighe verde-luce,
delle api a crogiolarsi,
strofinarsi
dentro i fiori. Per chi è povero
di sogni realizzati è ricchissima
miniera la natura; le colline
a inizio giugno
ricoperte da criniere
e le nubi a incoronare
l’orizzonte così belle che vi affondi
con la mano della mente,
mentre foglie, fili d’erba
e petali leggeri, tutto ti ricorda
che da un vento
di carezze tu nascevi.

Ciò che barra il cammino è sempre la paura -s’incarna, stravolge, sa come sradicare i piedi dal reale- così la strada si biforca: da una parte la disperazione, quello stare nel deserto che è fissità e attesa dell’ineluttabile di cui parla il vecchio diavolo Berlicche; l’altra… l’altra esige un colpo di reni per approdare al coraggio della vita e della sua difesa estrema: e la preghiera, qui, non è l’auspicio di una maggiore energia che ci faccia approdare al coraggio di cui sopra, ma è già quel colpo di reni.
E termino con una breve poesia che, a mio avviso, appartiene a tutti noi, a me che mi diletto di poesia sino a scriverne più o meno indegnamente – da pag. 9

Sono loro ad ordinare
“Fammi fiume, fammi pane”. 

Sono loro, le parole
a farsi vive, necessarie.

E quanto siano necessarie e salvifiche a Miriam, a tutti noi che continuiamo a proteggere la parte migliore, l’essenza, quella, forse, più vicina all’anima, lo spiega ancora e mirabilmente Shakespeare
Dà al tuo dolore le parole che esige. Il dolore che non parla, sussurra
bensì a un cuore troppo affranto l’ordine di schiantarsi.

copertina bruni
in apertura Ivo Mosele, La mantide profana, particolare

2 thoughts on “Credere nell’attesa di Miriam Bruni, recensione di Angela Caccia”

  1. E’ vero: questa raccolta oscilla tra la confessione e la preghiera. Barcolla sotto la Croce e danza tra le nubi. Rappresenta una svolta nella poesia di Miriam: dobbiamo rimanere in ascolto con fiducia.

Gentile lettore, all'autore di questo articolo farà molto piacere se vorrai lasciare un commento.

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