Crivu di Patrizia Sardisco, nota di lettura di Paolo Polvani

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Crivu di Patrizia Sardisco, Plumelia edizioni 2016, nota di lettura di Paolo Polvani.

    

    

Leggere poesie scritte in un dialetto abbastanza lontano come quello siciliano significa all’inizio annaspare nel buio, aggrapparsi alla traduzione, cercare uno spiraglio, tentare di percepirne il suono, provare a immaginarlo, ma poi nel groviglio lessicale si cominciano a riconoscere alcune affinità, per esempio cummigghiari, molte vicinanze, si intuiscono ascendenze colte, si ripercorrono le tappe di dominazioni uguali, di stratificazioni, influssi, contaminazioni, si scopre la ricchezza di una lingua, il suo attraversare il tempo e farsi materia concreta, duttile, nelle mani di Patrizia Sardisco, e si cominica a riconoscerne la voce, ci si abitua al suo sguardo tagliente, al suo lessico terrestre, che sa di pietra, anzi di pietra lavica, della cui incandescenza è possibile scorgere ancora traccia, e tuttavia capace di restituire una miracolosa grazia, l’infinita dolcezza di questi versi:

esa esa
na vuci
i luna

nsapuna
i ntinni
‘e per’aliva

arricenta
i ruppi
e riri

‘un ti inni iri

levissima / una voce / di luna / insapona / i rami più alti / degli ulivi / risciacqua/ i nodi / e ride / non te ne andare

Crivu è il setaccio, e quale parola poteva meglio esprimere la funzione della poesia ? che è quella di trattenere le parole giuste, quelle per dire e solo quelle, passarle appunto al vaglio del senso, del suono, del ritmo, valutarne la compatibilità chimica, l’incastonarsi preciso in quel punto e solo in quello. Crivu è un piccolo e denso e significativo libro sulla scrittura, sulle parole che indagano una geografia esistenziale, e comprendono gli splendori e le miserie, le contraddizioni e le meraviglie che si intrecciano nella vita di ognuno e sono esperienza di una comunità.

Scrive il filosofo Giorgio Agamben nel libro Il fuoco e il racconto: “La parola ci è stata data come Parabola, non per allontanarci dalle cose, ma per tenercele vicine, più vicine”, e qui abbiamo qualcosa di più della vicinanza, della stretta parentela, sperimentiamo un tentativo di farsi lingua, di abitare dentro le parole, di farsene cibo e casa, un chioviri di nespuli, petri puntuti, vucca chi cerca a matri. C’è una grande modernità, un sapore di nuovo nell’interpretare la poesia, nel fare la punta alle parole, renderle appuntite perché si configgano nell’attenzione del lettore, ma c’è anche l’antica tradizione del canto, le movenze della ballata come in questo attacco:

e pi taliari a tia
l’occhi
‘un ci vonnu…

(e per guardare te / gli occhi / non servono…)

Una poesia che invoca l’oralità, chiama a raccolta le infinite sfumature sonore di cui la lingua si mostra ricchissima e articolata, un paesaggio in cui convivono il respiro dell’autrice e quello di una terra:

scriviri è crivu
ri ogni ura ‘rura
ross’a passari
            – a petra mmivu
ca senza tempu fiddulìa a lingua

(scrivere è setaccio / di ogni ora dura / troppo grande per passare / la pietra tagliente / che senza tempo lacera la lingua)

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in apertura WakeUpAndSleep, Sospesi

One thought on “Crivu di Patrizia Sardisco, nota di lettura di Paolo Polvani”

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