Rubrica Cultura e Società. Versi di Stefano Della Tommasina

Dismaland, foto  Christopher Jobson per Colossal

Rubrica Cultura e Società. Versi di Stefano Della Tommasina.

                             

          

Stefano Della Tommasina è nato a Massa il 28 gennaio 1962.
Laureato in Lingue e Letterature Straniere (cum laude) nel 1986 all’Università degli Studi di Pisa, lavora presso il T.C. Marina di Massa come Maestro di Tennis Nazionale.
Nel 2015 ha partecipato e vinto il concorso di poesia Opera Prima con “Museo Bianco”, poi pubblicato da Cierre Grafica – Anterem.
Sempre nel 2015 ha vinto il Premio Lorenzo Montano per la poesia inedita singola con “Global”.

*

XXIX

Caffè a Ventimiglia

“The sea, the snotgreen sea, the scrotumtightening sea.”
 (Joyce, Ulysses)

Il mare oggi è un immenso stomaco.
Le scaglie d’orizzonte ruminano gambi
relegando al gelo la digestione della stiva.
Si respira sudore freddo, sale sulle nuche
rattrappite, aliti d’argilla. Un sonno
rotto dai singulti. Un salmodiare di scirocco.

Quante volte il cucchiaino trasparente
gira, rigira la breve pausa dal dolore,
centilitri indigenti di caffè industriale.
“Credo sia inevitabile” pensavi
ad alta voce “orinare intendo, e defecare
con pudore tra gli scogli, “. Io guardavo
il mare verde, gli dei sopra l’argento,
Ulisse l’Africano e le sirene, la sirenetta
in continente delle fiabe , i profetini aguzzi
di una gelida pietà cattolica.

    

XXX

Crolla la borsa senza posa.
River Moon Rose En Vie Le
suonano antiorarie in Cina.
un antieroe dell’Ellade
si da alla macchia
stacca la spina all’Eurocosa.
Nel mediterraneo nuotano
le membra di una vecchia
madre. La lupa riconosce
i colli di una generazione
senza se ma, brancola su una profana
geologia che sbianca mezzobusti,
ceneri. Nel continente i crauti
fanno cattivo il tempo. Chi non ha tema
fissa l’orologio sulle tredici.
Finge sia una bussola. Va avanti.

     

XXXI

Little boy

(hiroshima mon amour)

Sesso davanti al bar del Paradiso
la stele implode nella bellezza
di un frappè con panna
gli astanti incrociano le dita
sanno che non è giornata,
fama desolata ai fianchi
delle particelle, piaghe da antico
testamento. Mon Amour, my little boy
(o, malamente: pargoletto mio)
mi guardi da un futuro spoglio, devitalizzato.
Evapori sulla moria dei pescatori
come un lenzuolo sollevato sulla pelle
sul dorso spigoloso delle sogliole, del piombo.

     

XXXIV

A Song for Europe

Europa di binari, di metallo
erba canina sui ciglioni
barbe di giorni arroventate
alla canicola di fine estate.
Esodo, lo stuolo ovunque, dietro
gli hangar, sotto gli elicotteri:
neppure la malinconia del vento,
e dei bambini sottobraccio
il pane sulla tavola, le briciole,
il tedio della guerra, tiepida guerra
dei murati fuori dal confine,
terra sconsacrata dentro le cartine.

    

XXXV

Timewind

“Where is the summer, the unimaginable Zero summer?”
(T.S. Eliot)

C’è sabbia nelle scarpe abbandonate nel solaio.
Liriche da spiaggia accanto al blu dell’occhio
il fiato corto della corsa di vent’anni fa.
Nulla ritorna dove il mare ha consumato
la mia striscia prima della colazione, vene
scolpite in forme classiche, ultimo album
dei ricordi. Scuoto l’interno: grani di
una clessidra all’aria, zero assoluto prima, dopo.

    

XXXVI

La radio

La radio del primissimo mattino
la madre che l’accende,
cantando Mina, interpretando
la sua voce appena sveglia.
Pochi finali tornano, il nitore
di una punta che ha segnato
il troppo bene, il male inutile
cullato nell’infanzia.
La rete elettrica dei nervi
i capillari vivi sulla celluloide
quando distruggevi il suo disegno,
staccavi figurine, rovinavi
il brio dell’opera.
Nel terzo tempo
spieghi ai muri il poco male,
il bene inutile passato tra le case
i grattacieli, luci intermittenti.
A volte tornano le sue parole,
note più grandi del primissimo mattino,
“Ricordati – dicevano – di amare”.
“Ricordati di respirare”.

                               

Dismaland, foto  Christopher Jobson per Colossal
Dismaland, foto Christopher Jobson per Colossal

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