Da una nuvola all’altra. Comunitarismo e separazione, di Paolo Gera

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Da una nuvola all’altra. Comunitarismo e separazione, di Paolo Gera.

    

    

– Dimmi, enigmatico uomo, chi ami di più? Tuo padre, tua madre, tua sorella o tuo fratello?
– Non ho né padre né madre né sorella né fratello.
– I tuoi amici?
– Usate una parola il cui significato mi è rimasto sconosciuto sino ad oggi.
– La tua patria?
– Ignoro sotto quale latitudine si trovi.
– La bellezza?
– L’amerei volentieri, se fosse dea ed immortale.
– L’oro?
– Lo odio come voi odiate Dio.
– Eh! Che cosa ami dunque straordinario straniero?
– Io amo le nuvole…le nuvole che passano…laggiù…laggiù…le meravigliose nuvole!

(C. Baudelaire, Lo spleen di Parigi, Garzanti, Milano, 1989, trad. di A. Berardinelli, p. 9)

Nel poemetto di apertura de “Lo spleen di Parigi”, titolato “L’étranger”, Baudelaire ripudia ogni tipo di comunitarismo. Sostiene di non avere famiglia. Si dissocia da qualsiasi congrega: semplici sodali, patrioti, esteti parnassiani, borghesi capitalisti.
Invece di stringere la mano a qualcuno e di collocarsi nel gruppo per la foto di rito, egli spinge gli occhi verso il cielo lontano, nell’orizzonte. Appartenere alle nuvole e a null’altro, seguirne i movimenti, essere in combutta con loro. Nel componimento posto all’inizio de “I fiori del male”, “Benedizione“, il poeta si definisce “figlio ripudiato” e ancora si pone in un territorio inaccessibile agli altri, dove, “assistito da un Angelo invisibile”, “gioca col vento, discorre con la nuvola”. Aprendo le sue maggiori opere con queste due professioni di fede, Baudelaire definisce programmaticamente quale sia la vocazione e lo statuto del poeta moderno. E’ una posizione di estraneità e di spiazzamento. E’ una solitudine al di sopra, non dentro la società, è l’albatro re dell’azzurro, è la nuvola metafora di un altrove spirituale , è l’unico spazio agibile per non essere incatenato, colpito, vilipeso, dopo la ‘perte d’aurèole ‘, la ‘ perdita dell’aureola ‘ del poeta, come sostiene Walter Benjamin, avvenuta con la vittoria del capitalismo e dei suoi processi di mercificazione.
Delle nuvole di Baudelaire scrive proprio Walter Benjamin in “Angelus Novus”:

“Se può sembrare ovvio che l’aspirazione dell’uomo a una vita più pura, innocente e spirituale di quella che gli è data, si guardi necessariamente intorno in cerca di un pegno nella natura, esso lo ha trovato per lo più in esseri analoghi del mondo vegetale o animale. Diversamente in Baudelaire. Il suo sogno di una vita siffatta respinge la comunità con ogni natura terrestre e vagheggia solo le nuvole. Ciò è detto esplicitamente nel primo poemetto dello Spleen di Parigi.”

(W. Benjamin, Angelus Novus, Einaudi, Torino, 2014, p. 139)

Walter Benjamin appartiene per razza alla comunità dei perseguitati. Studia l’ebraico, ma accantona il progetto di passare dalla Germania alla Palestina. D’altra parte non si iscrive neppure mai al Partito Comunista. In una delle sue “Tesi di filosofia della storia” scrive: “la tradizione degli oppressi ci insegna che lo “stato di emergenza “in cui viviamo è la regola”. ( ibidem, p. 79 ). Lo stato di emergenza dei fascismi in cui vive piuttosto che spingerlo ad una scelta di tipo comunitario, lo spinge all’isolamento e alla scelta di un’attività intellettuale geniale e non inquadrabile. Alla fine, come molti altri intellettuali, cerca di fuggire dal fatale comunitarismo della razza. Dalla Francia occupata dalle truppe naziste varca il confine spagnolo, ma alla minaccia dei gendarmi di riconsegnarlo, si uccide con una dose letale di morfina a Port Bou, come volesse dimenticarsi più che della sofferenza, della propria predestinazione. Sceglie la morte solitaria per evitare la morte collettiva dei campi di concentramento. Paradossalmente con il suicidio cerca di aggrapparsi ancora alla comunità dei vivi, per non ritrovarsi affiliato alla sempre più vasta comunità dei morti, a cui il suo essere ebreo lo sta richiamando. Se la vita è singolarità, meglio scegliere di morire da soli, che essere falcidiati nella moltitudine del genocidio. Sulle comunità contrapposte dei vivi e dei morti, sul loro rapporto dialettico, ha scritto Elias Canetti in “Massa e potere “:

“Si immaginava che i morti fossero tutti insieme, come sono insieme gli uomini e si tendeva a supporre che fossero in molti.”

(E. Canetti, Massa e potere, Adelphi, Milano, 1981, p. 50)

“La massa nell’aldilà è più grande e forte, e l’uomo viene tratto ad essa.(…) La massa nell’aldilà esercita un’influenza sui vivi e può nuocere loro ovunque. Secondo alcuni popoli, la massa dei morti è il vivaio da cui provengono le anime dei neonati. Da essi dunque dipende se le donne avranno figli. Talvolta gli spiriti vagano come nuvole e recano la pioggia.”

(ibidem, p.79)

Il comunitarismo dei morti, in cui credono gli uomini preistorici e i popoli primitivi, ha trovato la sua più forte ragione identitaria nell’Europa civilizzata, dopo i sei milioni di Ebrei sterminati nei lager. La memoria non distingue, unifica e piange insieme dopo stragi di questa portata. Dalla parte dei vivi si erige a Gerusalemme una comunità di piante immortali per ricordare i giusti che si sono battuti con tutte le forze per non lasciare andare altri Ebrei nella comunità dei defunti.
Anche Elias Canetti è ebreo, ma riesce a salvarsi emigrando a Londra nel 1938. Canetti ha un fiuto incredibile. La cosa che odia di più è senza alcun dubbio la morte, non si capacita proprio che possa esserci e che eserciti una tale tirannia sulla vita. La figura del potente legata ad un delirante tentativo di sopravvivenza rispetto a tutti gli altri individui, è alla base di interi capitoli di “Massa e potere”; la riflessione su quanta forza distruttiva possa concentrare oggi il potente nelle proprie mani, conduce Canetti alla famosa enunciazione di sapore messianico “tutti sopravviveranno o nessuno“ (ibidem, p.570). La determinazione assoluta a combattere la morte propria e del suo prossimo, lo porta a vivere lucidissimo e a capitolare soltanto alla soglia dei cento anni.
Giovani e anziani: ecco un’altra opposizione comunitaria ben radicata. Nella Grecia del VII secolo Sparta è la città dove l’individuo deve mettersi al servizio della comunità e diventare schiera ed esercito in sua difesa. Tirteo è il cantore delle virtù guerresche e l’etica della guerra deve contare su forze fresche, non sul supporto di vecchi uomini che hanno già dato il loro contributo di coraggio e di forza.

Via, combattete gli uni accanto agli altri, giovani,
non date abbrivo a fughe turpi, al panico,
fatevi grande e vigoroso l’animo nel petto,
bandite il gretto amore della vita,
ché la lotta è con uomini; non lasciate fuggendo,
chi non ha più l’agilità: gli anziani.
E’ uno sconcio che un vecchio cada in prima fila
e resti sul terreno innanzi ai giovani,
con quel suo capo bianco e il mento grigio, e spiri
l’animo suo gagliardo nella polvere,
con le mani coprendo le pudenda insanguinate
( spettacolo indecente, abominevole),
nude le carni: nulla c’è che non si addica a un giovine
finché la cara età brilla nel fiore.
(…)

(I lirici greci, trad. di F. M. Pontani, Einaudi, Torino, 1969, p. 19)

Duemilaseicento anni dopo non ho potuto esimermi dal rispondere a Tirteo. Ho vissuto esperienze dolorose che hanno coinvolto anziani a me prossimi, L’accanimento terapeutico oggi crocifigge gli anziani ad una condizione terribile, amplificazione di una solitudine che è norma per molti di loro . La rabbia e l’impotenza mi hanno spinto a scrivere una paradossale controelegia, che tiene conto dei nostri tempi, delle nostre battaglie, dei nostri ruoli per forza di cose più contraddittori rispetto a quelli fissati nell’inflessibile Sparta. I due gruppi comunitari, i giovani e i vecchi, nella mia poesia non si escludono, ma si integrano utopicamente nel nome di una giusta causa.

Quando disilluso chinerai il tuo bianco capo
e nelle ossa trafitte dal tempo
il cumulo degli anni, l’umidità dell’aria
sentirai forte, non abbandonarti
e non paralizzarti in stanche consuetudini.
Non lasciare la guida della vita
a medici e badanti e alla pietà dei figli,
prima che il male ti divori a pezzi
e i tuoi pensieri in frammenti confusi
non siano più incollati dal gioco dei ricordi,
prima che t’abbia un funereo ospedale
e una lungodegenza preludio della fine
offra il tuo corpo a cure vergognose,
non chiedere alla macchina un residuo respiro.
Gli ultimi giorni donali alla lotta ,
con le forze rimaste fuggi da te lontano
sulla mappa del mondo cerca guerra
per diritti soppressi, per libertà violate,
accanto ai campesinos costruisci recinti,
sali le barricate con i curdi
e spiani le tue rughe il vento dell’azione
che spira sull’assalto e la difesa;
non uccider nessuno, ma protesta e urla forte,
per scudo offri il tuo corpo ai ragazzi più esposti
che da anziano morire combattendo,
falcidiato insieme a mille giovani
è scelta dignitosa ed onorata.
Non chiuderai i tuoi occhi sui giorni ormai perduti,
ma il carro della luce ti porterà all’Altrove.

(P. Gera, L’ora prima, Rossopietra Edizioni, Modena, 2016, p. 88)

Io ora sto scrivendo su una fanzine online e in questo modo divento parte di una comunità virtuale di scrittori che non conosco personalmente: a molti di loro mai probabilmente mi presenterò di persona e mai stringerò la mano. L’attrattiva nasce però proprio da questo scorporamento, da questa negazione di identità figurale. Nella composizione variegata delle nuvole in cielo, come in un indirizzo di posta elettronica da cui riceviamo per la prima volta una mail, si possono immaginare i connotati che desideriamo. Se sono poi ripetuti questi messaggi di ignoto, ci rassicurano, controlliamo quotidianamente che siano arrivati, ci sconfortiamo se mancano.
La connessione è la speranza di una comunità fisica che mai si realizza. Questo è il suo carattere distintivo. Si tratta di un desiderio sempre vivo che mai raggiunge il suo oggetto. La comunità virtuale è il contrario del gruppo orgiastico. E’ il paradosso dei social network e dunque anche dei blog letterari: per creare comunità i partecipanti devono essere lontani, per creare densità devono essere rarefatti.
Ad indicare un nostro piccolo archivio informatico che anche altre persone possono condividere viene utilizzata la parola inglese ‘cloud’, nuvola. Quello che ne “L’étranger” era metafora di un isolamento elitario, di un volontario rifiuto sociale, ora lo è di una separazione che nello stesso tempo è apertura verso altri gruppi ed individui. Eppure nelle nuvole non ci può che essere solitudine, anche se magnificente, e noi come Baudelaire, consegnandoci alla loro fascinazione, ci consegniamo soprattutto ad una dimensione di estrema lontananza.

                  

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3 thoughts on “Da una nuvola all’altra. Comunitarismo e separazione, di Paolo Gera”

  1. Non posso non farmi venire agli occhi, delle Nuvole di Pasolini, quel cumulo di immondizie su cui finiscono a morire i pupi siciliani Totò-Iago e Ninetto-Otello, dopo avere mimato le passioni di amore e gelosia e invidia, mortifere anche se ritualizzate al ‘gioco’ delle marionette; quando, appunto a pezzi, guardano in alto le nuvole, belle e lontane, mentre Modugno-spazzino canta una struggente canzone popolare. Non lo so se quelle nuvole siano davvero da desiderare, se per Baudelaire -credo di poter affermare, con la sua ossessione negativa per ciò che è vivo e soggetto a putredine e al morso dei vermi – e per quei pupi di cui ho detto, le nuvole stanno a segno di una sconfitta della comunità, intesa, per me, non solo come insieme-massa, magari senza testa o con una testa manipolatrice esterna, ma soprattutto come rapporto interindividuale io-tu, che si moltiplica al noi senza mai cancellarsi in un anonimato corale. Fallimento dovuto ad un’impostazione del rapporto in antagonismo (l’altro – amore che sia, o borghese socialmente avverso, o lettore lontano, o diverso che fa paura – è il nemico, di cui non fidarsi, da combattere, uccidere, se possibile) e non amorevole. Certo, certo, oggi non sono i tempi migliori per smielature sull’amore. Eppure, ieri come oggi, che ci resta? Quale alternativa all’incontro e per di più amorevole? Anche i cattivi ricchi prepotenti moriranno di disastro ecologico, se. Non sto certo predicando alla nazarena- mi piacerebbe, però – ma spero in alternative, qui, sulla terra, sul palcoscenico per ora terribile ancora, di stupide mationette-pupi, e non lassù, lontano dalla carne, dalla putredine del tempo che passa (che se passa, c’è stato, vivo). Anche lontano dal Web. Nel senso che lo penso e lo voglio strumento di me vivente in ossa e pensieri e non creatore di un universo parallelo che per tanta parte mi esclude. Che bello, Paolo Gera, però, che ci spingi a pensare. Anche diversamente tra noi.
    Mil

  2. Versi incisivi, potenti, considerazioni e riflessioni che pienamente condivido. Così come condivido la ostilità di Canetti nei confronti del ruolo della morte, il suo desiderio di combatterla affermando in ogni modo la vita, sino all’ultimo respiro. Questo modo di reagire mi riporta ad Albert Camus, che lotta per l’uomo e chiama ognuno di noi alla condivisione di questa lotta contro l’assurdo , che non è soltanto tipico della morte ma ancora di più della lotta che contrappone uomo a uomo, che anticipa la morte attraverso l’orrore dell’odio, del disprezzo, del mancato riconoscimento di una dignità umana…Ho davanti agli occhi le immagini indimenticabili del film di Gianfranco Rosi, “Fuocammare”: questo è il dolore umano, guardatelo in faccia per una volta,dice l’autore, sappiate una volta per tutte a chi e a cosa voltate le spalle, ogni volta che vi allontanate dall’uomo per isolarvi nella vostra esistenza imbarazzata dal dolore, incapace di condividerlo. Bravissimo Paolo Gera, mi piacerebbe molto conoscerti.

Gentile lettore, all'autore di questo articolo farà molto piacere se vorrai lasciare un commento.

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