Dalla parte della radice di Marco Luppi, note di lettura di Gabriella Modica

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Dalla parte della radice di Marco Luppi, Eretica Edizioni, 2016. Note di lettura di Gabriella Modica.

    

    

È la prima volta che, cimentandomi con la stesura di una riflessione in materia di poesia, mi vedo nella necessità di rispondere -sebbene a modo mio- personalmente a quanto consegnato all’opera del Poeta Marco Luppi.

Un buon ritratto è un segno di matita e il vuoto intorno
Chi guarda deve completare l’immagine
Ignazio Silone

I contorni ci definiscono. Ci servono a sopravvivere al circolo vizioso della sopravvivenza a catena che caratterizza l’umanità più o meno da sempre: dal singolo alla moltitudine si impone che ci sia un limite, un sistema di elementi riconoscibili. Un sistema a mio umile dire inconsapevole e tendenzialmente (ma non necessariamente) soggetto all’implosione.

Parlo con cognizione di causa. Il disegno mi è stato compagno e custode nella vita -per varie vicissitudini- con più forza delle parole. Forse perché le parole percorrono dimensioni più rumorose, che mettono più paura,che contemplano lo stanziarsi fiducioso e arreso al silenzio, e bisogna avere le forze per attraversare il limite, per arrivarci.

È vero che un buon ritratto ha il vuoto intorno. Ma quello è un fatto di tecnica, di costanza e di perseveranza. Se ci accostiamo a un ritratto a matita e lo osserviamo bene, ci accorgiamo che esso ha delle cancellature e in qualche caso delle linee che fuoriescono volutamente dal contorno. In quel caso, quando chi ha eseguito il ritratto è consapevole del suo mezzo, vuol dire che ha perfettamente interpretato il senso dell’idea: rendere riconoscibile un’idea e permetterle di evolversi, cambiare, eventualmente andar via e partorire nuove idee (le linee che fuoriescono dal contorno). Le cancellature hanno due valenze: la consapevolezza del proprio percorso e il bisogno di dimenticare. Si passa inevitabilmente dalla seconda per giungere alla prima. Ad ogni modo lo schizzo iniziale cui seguirà un ritratto dichiara universalmente una natura che resiste alle delimitazioni.
Le linee di costruzione di quello che diventerà un limite col vuoto intorno indicano la discesa in materia di una dimensione apparentemente insostenibile, e troppo vasta per essere vista in toto. Un Universo in un recinto. È l’eterno dramma necessario cui è costretto l’uomo coartato al limite delle possibilità inventate ad hoc.

Per le parole è lo stesso. Ungaretti diceva che le poesie possono solo avvicinarsi, dopo un faticoso lavoro di aggiustamento, ritorni, “puliture”, al vero Infinito che l’uomo porta con sé.

Per Raccontarlo, questo Universo, c’è un presupposto necessario che Marco Luppi dichiara con decisione: Non mi stupisco.
Quando non ci si stupisce, quando si è, per così dire, spregiudicati nell’osservare si acquisisce la capacità di andare oltre, dentro e fuori quel limite di cui si è discusso finora.
La funzione sostenitrice della poesia insiste sul fatto che essa dispensa risposte a interrogativi che il lettore si pone, magari in tempi e luoghi lontani da quelli in cui la stessa si fa visibile, ma le dispensa esattamente nel momento in cui gli occhi di chi legge incontrano le parole di chi ha scritto.

Da “Non mi stupisco


Dell’odio che unisce
molto più
di quanto l’amore
riesca a fare.

Dei rapporti che ciclicamente passano
dall’amicizia all’odio
per poi conquistare
l
’indifferenza necessaria a ripartire.


L’approccio di Luppi è tutto questo e tutto ciò che contiene. Dentro e fuori.
Tanto, troppo per un solo individuo.

“Non mi stupisco ma non reggo all’indifferenza, perciò mi appello al giudizio.” È una sana presa di coscienza, onestamente dichiarata.

Il giudizio è necessario. Ci aiuta a sopravvivere.
Tutto quello che abbiamo intorno, dentro e fuori dai contorni è talmente immenso, pur nella sua bruttezza che non possiamo farne a meno; è quell’Universo da cui si nasce tutti. E non potendolo contenere tutto per il rischio di esplodere (che nel gergo umano si dice impazzire), si ricorre al giudizio.
Alcuni, molti, confondono il giudizio con la sentenza. Ma questa è un’altra storia.
Il giudizio ci serve a costruirci, a difenderci, a crescere, a tornare sulle nostre conclusioni.
Quando la poesia è così curata e accudita, il limite si smaterializza senza possibilità di contrattacco, perde forza e si dissolve nel travalicamento di tempo e spazio, condensati nel tempo e nello spazio poetico, che non sono lineari.
Attraverso il raccontarsi schietto e autodiscorsivo Luppi suggerisce due punti interessanti: ciò che nel giudizio ha la connotazione di un fastidio si riferisce alla mancanza di attenzione verso le cose importanti: quello che vediamo, quello che diciamo, gli sforzi immani e patetici che facciamo per essere un “noi” piuttosto che un “Io”;
mentre ciò che è degno implica la dimestichezza con le regioni degli affetti.
Il primo giudizio investe la mente, il secondo il cuore. Due Governi che necessitano di accurate relazioni diplomatiche, per essere compagni di viaggio.

Di dieci in dieci

Le cose che non mi piacciono:
I bambini che parlano da adulti;
Gli adulti che parlano da bambini;
L’indifferenza;
La mediocrità;
La retorica;
Il senso di appartenenza;
La demagogia;
L’approssimazione;
I sistemi onnicomprensivi;
La calunnia (dal Devoto-Oli: [ca•lùn•nia] s.f. ~ Diceria o imputazione cosciente-mente falsa e diretta a menomare l’integrità morale o la reputazione altrui).
Le cose che mi piacciono:
Le persone che cantano ferme al semaforo;
L’odore di terra bagnata;
L’indignazione;
I sorrisi che non sanno di bugia;
Il ricordo del profumo di soffritto che preparava mia nonna;
La sorpresa sul viso di un bambino;
L’ispirazione;
I suoni dei giochi all’aria aperta;
I rapporti saldi che non necessitano di frequenta-zione;
Passare il tempo nei tuoi occhi a guardare sogni che corrono veloci.

Ciò con cui non entriamo in simpatia, manca di ciò con cui non entriamo in antipatia (per dirla col Poeta), ne riempie il vuoto esterno. Il limite non è ciò che osserviamo, ma come lo osserviamo, e con chi lo esploriamo.
In questi versi molti sono i compagni di viaggio e di esplorazione: I ricordi d’infanzia, i colori svaniti, gli scrittori sapienti di questioni dell’oscurità esistenzale come del disagio delle società.
Perché bisogna sapere di non esser soli, mentre si compie un viaggio da soli. Occorrono alleati, per contemplare i luoghi che hanno smarrito la linfa dove la materia si prosciuga, si scioglie, si ossida, si modifica, per passare a uno stato altro.

Quando

Quando un poeta
muore
diventa mare –

qui giace il poeta Vicente
aprite la tomba
nel fondo di questa tomba si vede il mare. 1

1 Vicente Huidobro, Epitaffio.

Luppi si muove nella sua poesia in modo intransigente, fin dall’inizio, dimostrando un’attitudine di forte dimestichezza con quelle stazioni in cui la parola attende paziente di percorrere le più sotterranee gallerie, che porteranno ad altre stazioni ancora, dove sarà obbligatorio fare a pugni per proseguire. Oppure tornare indietro magari un po’ malconci, recuperare le cose smarrite per strada, e poi ripartire.

Preferisco

suggerire domande
piuttosto che risposte
– un po’ come i bambini
con i loro perché
a una giusta risposta
di una domanda sbagliata
preferisco
una risposta sbagliata
a una giusta domanda.
A domanda sbagliata
non occorre risposta.

E, sebbene Luppi marchi i suoi versi a fuoco con l’intento di incenerire qualunque possibilità di pochezza, come di snobbismo, regala generosamente anche la soluzione a tutti i quesiti che ci siamo posti durante la lettura.
Una stretta di mano dopo aver assistito a un film che proietta calme mattine profumate di terra bagnata, malinconiche vedute della città in un giorno di pioggia e burrasche:

Un solo verso

Adducendo amore.

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in apertura Ivo Mosele, Tracce nell’onda, particolare

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