Della distanza, di Giovanni Campi

distratti ritratti di ragazze con gatti_risultato

Della distanza, di Giovanni Campi.

   

   

(premessa)

Pure nel crepitio della confusione di voci, ritrovate ed intatte, le effigi del silenzio: è il silenzio della vostra anima perduta e del vostro animo perduto e della determinazione anch’essa perduta; è allora, e soltanto allora, che il pulsare del cuore principia la sua insidia, e il suo insedio. In vero, il cuore, di tra una pausa e l’altre, di volta in volta amplifica l’eco sua propria espansa e contratta minimifica: sistole l’in trae, e diastole l’es trae. Nonostante siate ancora lontani, lontani da Voi disperatamente, o solo distanti, distanti Voi da Voi stessi, la mente estranea o distratta essendo, pausato il cuore e insicura la mano; pletora di sangue il cuore il cerebro la mano Vi dona, e cosí sangue in sfumatura. Pletora o diastole l’es traendo, e sfumatura o sistole l’in, Voi, la frattura che Vi separa da Voi stessi, rimarginate.

   

(a parte)

Come pianto e riso convulsi ma avulsi d’ogni sorta di pedagogico moralismo, se bene debba contemplarsi, a piè di pagina, del sentimento di, lo si dia, se non proprio sordido, quanto meno sordo al tuono o rintrono del recensore: ecco, sordo e coglione, sornione, come di gatto che dia di matto, la cui ungula artigli d’un sol colpo lacerti laceri, resti d’estri e fracte fractaglie di fracti fragmenti di felicità.

   

(notucole)

La distanza, questo luogo dei punti del piano estranei e distratti, via via sfumando e da un centro come che sia e da ogni fuoco, questo centro che si discentra, e dissolve e strazia, questo fuoco vivo ridotto a cenere e polvere, o polta poltiglia al gran vento del destino, facendosi figura d’assenza vuoto buco, s’incunea di tra terra terragna di vacue cave e crude crudelità; cavica cloaca, l’alveo, tale diviene, da letto di fiume qual era: cavea, tetro teatro che si degrada, fogna dei gradi gradini tutti, gogna ove precipiti decapitata miniata memoria teterrima.
La lontananza, questo luogo dei punti del piano del disamore, di chi abbia la mente disperata, e il cuore matto, e la mano mutila, e tuttavia ciò sapendo alla perfezione, dato il dato “quanto piú sia ogni cosa perfetta piú chi che sia avverte e la gioia e il dolore”, codesta lontananza, figura torta d’iperbole, parabola di messia ignoto, procede tra dei labirinti labili e tinti come serpe, come cinico istrione, luogo eletto essendo nient’altro che un atro antro.

Come che sia partecipe dell’Ombre, del Sonno, della Notte, quasi un regno popolato da ungule di fiere, lunule di fiori, animule e  spirti, e vagole ali di luci di lucciole, il sentimento di ha a che fare con la piova che giova, la grandine che gronda digrada e gioca, e l’acqua frammista a neve: sentimento dunque d’etternità greve e al contempo leve, come dire c’erano una volta dei penduli veli, che, come vispi vespertelli, le ciance cianciavano, o soltanto un ps ps, ps ps, ps ps.

    

(narratio)

Siate pure come che siate, o confusi dalla confusione delle voci, o distratti dalla distrazione d’uso, gli arti lentamente dal crepitio Voi movete come principio di, fino al silenzio; dal silenzio, viceversa, Voi movete fino in fine al crepitio, ogni homo capovolto: tale è il moto immoto dell’anima vostra, che si anima delle voci crepitanti, o le voci del silenzio disanima di minima disamina mutola e minuta. Minugia d’anima, codesto gomitolo tessuto di tela di ragna, la mano, che a tutti è nota, districa scioglie e raccoglie; e piú e piú mani, e Mani ignoti a tutti, d’esso broglio ne tramano trame plene d’ordegni atti o a esplodere, nel caso di forze sanguifughe, o a implodere, nel caso di sanguipete.
L’homo che ognuno di Voi è, aperto il guscio suo avendo, l’uomo o uovo che sia, sua sia la vita, suo il cuore, suo l’oculo; e suo, solo suasiva parola o fola potrebbe dirlo, suo sia il cerebro di chi. Cerbero, di fatti, dall’atro antro ove abita e vive, rintrona d’ululo cupo: – “Nudo, il nodo si posa adagio.” – Quasi un rinculo di colpo di scena, dramatis personae dimentiche del loro ruolo, guitti o personaggi a tutto tondo, in una parola: gli attori tutti recitano le battute come da canovaccio.

Noi, tutti noi, si è in presenza di un testo incompiuto, un abbozzo, o un embrione di testo, un testicolo, lo sviluppo della cui trama è da ricercare di tra le righe, come s’usa dire; già ché quel che resta è soltanto una lapide di frase, e piú e piú lapidi sparse qua e là, a testimonianza di un passato di fede, civile e religiosa, di fervore, di tremore, di panico timore. Or dunque, imaginate codeste lapidi tra l’assi d’un teatro spuntare di poco, o di punto: alcune interrate, non venute alla luce, come di non nati affatto; d’altre a mala pena si leggono le epigrafi, scritte in linguaggi desueti o in lingue morte; di talaltre l’epigrafe è scolpita da mano scultorea, incisa da maestri orafi, o vero inscritta da un amanuense in cerca di lavoro ché la gran copia è andata distrutta. Detta la gran copia in altro modo, il copione, da cui le battute tutte son tratte, questo menomo testo di cazzo, non è nient’altro che una burla, un capriccio, uno scherzo, e pur tutta via impresarî di gran nome, di dichiarata fama nazionale, d’indubbia capacità professionale, van battendosi per averne i diritti. I critici, gli specialisti del settore, in unanime coro ne van gridando le lodi per ogni dove: una vera corsa all’articolo che non usava è oramai gran tempo. I recensori hanno un gran daffare, si vedono spulciare testi tra i piú divariati: polverosi manuali dimenticati, dizionarî destinati alle biblioteche di provincia, breviarî o enciclopedie intiere, tutti i testi vengon consultati, appuntati e, com’è uso oggidiano, messi in rete; viene indetto, di tra gli irretiti, un concorso alla miglior citazione; e si taccia dell’alte rappresentanze cittadine a gara di poltrone o sedie curuli, delle prime seconde e terze file, riservate tutte al loro entourage, meglio tacere, di fatti, i meriti delle emerite cariche altissime delle signorie vostre pronte agli umanitarî ajuti solo quando è in ballo il ballo di sanvito, e andare a capo.

Come che sia, sta di fatto che colui che, dando fuor di matto, fusa facendo a chi fuso sia, altri non è se non un gatto; quel che segue, e un poco precede, è dunque storia d’anime d’animali, come dire, una storia di carta pesta o di carta straccia, da cestinare, un fumoso fumetto fumante, un cartone animato d’una favola che favella venti.
L’incipit del racconto essendo stato disperso di tra le rovine, non resta altro che immaginarlo siffatto: – “C’era una volta un re”, o “Nella notte dei tempi”, o “Era una notte buia e tempestosa”, o “L’alba del nuovo giorno che verrà”. – Tuttavia, codesta ridda di voci, che fa tanto rissa verbale, castello di sabbia o di carta, la cui torre sia quella di babele, che fondamenta non ha, né alcun fondamento; codesta vox di populo vox di dèo, intiero borgo o paesotto che parla; codesta costruzione in scatola o in scala; codesto mercatino delle pulci non chiarisce affatto, anzi, n’oscura il tutto. E però, fa specie il ritrovare, in esso testicolo, cose da nulla, quisquilie: un barattolo di latta, a esempio, di nessun conto e di poco o punto prezzo, un pezzo d’anticaglia che contenga e intatto conservi un giocattolo d’epoca, quale che sia: un ninnolo, un dondolo o un pendolo, o anche un carillon la cui musica sia quella della nenia, della cantilena, della filastrocca.
Dunque, noi tutti essendo nel bel mezzo, in guise da noi difformi o simillime, come parti partecipi, talvolta al di sotto, talvolta sossopra, nove mode s’inventano d’antiqui modi: parti d’attori vengon recitate, e interpretate, da comparse guitti buffoni, nel mentre parti di parti del tutto vengon captiosamente  poste in altro da sé, e cosí deposte. Tale è il traffico d’organi che altrimenti verrebbe detto donazione, o dono di sé: dono di parte, o di parte del tutto, o di tutto se stesso.
Cosa mirabile quante altre mai, cosa che ha un po’ del fiabesco, ma senza morale, un po’ dell’alchemico, ma senza formule, è la fola che segue, a chiarimento di quanto s’abbia da dire:

“C’era una volta un regno, laddove null’altro mai stato, non umani né animali, né tanto meno vegetali, detto prima d’allora il nulla, che venne inondato d’un equoreo liquido, il mare magnum, al centro del quale n’emerse un che di terragno. E di tra essa terra terragna, fatta com’era di melma e fango, la noctiluca bianca ombra, questo pallore candido, questa scia di fosforo, illuminava di timido languore maninconioso i minimi movimenti dei minuscoli esseri, gli animalculi, i quali popolarono il suddetto regno fino allora inabitato. Vagole ali di luci di lucciole, ora accese, ora spente, guizzi volanti di fuochi fatui, si vedevan levare quasi a disegnare dei giochi d’ombre cinesi in scatola, delle miniate metamorfosi, delle figure retoriche in scala ridotta: uno e piú schizzi, preparatori al volo finale, tali che le ali, libere di, libere da, vaghe di nulla, nel volo ultremo andavano a perdersi, per sempre, per sempre.Vispi vespertelli, nelle ore del destino ad essi destinato, ore fatali, bendate, se non cieche del tutto; queste mani alate, noctivaghi penduli, in giro si vedevan andare, o in circolo, a mordersi la coda, a disegnare girotondi nell’aria: capovolti sossopra come su d’un’altalena, penduli dal moto perpetuo, codesti giramondi o mostri da baraccone facevano mostra di sé, e come d’incanto, di tra fumi e nebbie, apparivano acrobati, funamboli, equi equilibristi, buffi buffoni, illusionisti e incantatori, la corte dei miracoli tutta appariva, come d’incanto, ma, come d’incanto, questo riflesso del folle folletto che in ognuno di noi è, l’incantesimo che appariva, per sempre scompariva, e piú non era, e nel nulla andava, a perdersi, per sempre. Lunule d’unghia, ora concave levandosi, ora convesse calando, simillime a spicchi d’un frutto ignoto, si vedevano disseminate ovunque, e nel caelicolo e nel terragno e nell’equoreo, quasi a significare un disegno degli dèi, il loro volere o soltanto l’errore: tarsie o graffî, geometrie di figure o forme deformi, ieroglifici, segni dell’anima, dell’emotione, un disegno animato. Nel solco cosí inseminato, il seme, tale miserrimo seme lasciava tracce di sé, che andavano a perdersi; dovunque sparso, il seme andava perso, per sempre perso, per sempre. Quali spirti spiritelli o animule d’anime, le vagole ali di lucciola, i vispi vespertelli, le lunule d’unghia, codesti animalculi del regno, dalle forme divariate, talvolta prendendo piede, e corpus intiero, di tra il liquame putrebondo, talvolta assumendo pose, ed etereo peso, di tra sbuffi e batuffi d’ovatta caelicola, in fine si vedevano andare, e poi non piú venire. Dunque, quali anime o spettri, gli animaletti fatti di nonnulla comunque abitavano quel regno, e lo vivevano: le creature noctivaghe, il latte poppando dal seno della madre perla, dell’equa madre equorea, l’alito o soffio di vita ricevendo da Eolo, padre dei venti caelicolo, da balie ondivaghe si lasciavano cullare. E, cosí cullate, il regno vivevano come un segno del destino, o come un sogno di; in sogno dormendo sonno beato, lo vivevano col senno di poi. Sonnambule, un gioco giocando di tenerezza fatto, le anime animate, le creature, reggia o castello abitavano; e d’incanto, image di magie esse creavano: la culla da nulla che era tale diventava, un letto di carte e foglie, fatte volar via dall’albero della conoscenza da Eolo. Di vento in vento, Eolo, di fatti, là le andava posando, ove ogni cosa, da cosa qual era, rosa diventava: rosa del deserto o rosa dei venti, un fiore, il fiore regina. Come compagne di gioco, gli dèi scelsero l’Ore gemelle, e i giochi eran fra i più divariati: l’altalena, i quattro cantoni, il quadrato. Sempre alternandosi, una l’altra sospingeva verso sopra nel mentre era sotto, o verso sotto nel mentre era sopra, cosí come dall’altra sospinta era l’una. Ora l’una ora l’altra, in un’alternanza senz’alcuna alternativa, fuor di testa i numeri dando, numeri di funamboli o equilibristi, di chi le carte in favola mescolava; storie raccontando che non fossero rette, né lineari, ma piuttosto contorte, le Ore gemelle, immota la ruota del tempo giro girando, pendolo perpetuo che dondola e dondola, una tela tessevano o un tessuto, di fino tramando il filo che legava e i numeri e le storie a sé: un unico tappeto, di seta, di larve larvali, e larvate, di bachi bacati, tale in fine era il fine del gioco. E allora, sul tappeto volante, via volavano l’infinite ali e variopinte dove quando tutto è possibile, nell’incanto dei cantoni, nel regno dei cartoni, vaghe di nulla, o solo di giocare. Di giocare ancora una volta, e poi ancora, cosí, le mani tenendosi strette in un tenero abbraccio, le une nell’altre, e l’altre nell’une: mani e ali tremule e vagole, in volo a una a una, e tutte, tutte insieme, a schiera, a raggiera, a raccolta, nuove figure formando: ali d’angelo custode, che custodisce, mani di piú angeli custodi, geometrie poco note, o del tutto ignote, disegnavano. Man mano si popolava dunque il regno d’animali o di creature, d’angeli o d’Ore gemelle, e in somma di personaggî a tutto tondo il di cui raggio era però infinito o finito come soltanto un giro girotondo o una trottola, un gioco o un giocattolo sa. Di tanto in tanto, dall’acque la madre, l’equorea equa madre perla, tiritere iterando, filastrocche filando, offriva loro il seme suo e il frutto di; cosí come Eolo padre caelicolo, di vento in vento i venti ventando, e i numeri, e le storie, si offriva, se stesso in forma di alito o soffio di vita offriva. Cosa mirabile è quanto accadeva nel mentre che: capriole, tuffi, salti mortali, colpi, frulli d’ali, che nel ventre moto movevano immoto ché fatto solo per dire – ecco, io sono qui, io sono ora, io sono un altro, – venivano reiterati ora in ricordo di allora. Le creature, in vita invitate da, si muovevano, e giocavano. Ogni gioco era ora in ricordo d’allora. E via cosí: tutto è niente, o solo un ricordo ora d’allora.”

E bene, se tale è il testo o testicolo di cui sopra, testo dispersivo e elusivo, reticente anzi che non preclaro, fatto com’è fatto solo di segmenti e fragmenti, e di circoli senza capo né coda, qual siano le cose a dirsi ci si chiede. E pure, dovrebbe esser chiaro al meno questo, che, rinunciando a dire, non dicendo quel che mai detto prima, negazione doppia, bifronte non, che non dice non dice, che non dice al quadrato, comunque qualcosa e non niente va a dirsi: non si dà umana umanità, se non la si intenda come materia, come cosa, come pietra, e in cosiffatto modo la si accarni, la pietra viva tatuata sulla pelle carne divenendo: giada gli occhi, porpora e oro bianchi i seni, avorio le mani, strie di marmo il viso; e né si dà naturale natura, né anima animata d’animale, che non siano intese per ciò che son state: detriti di mare, infinite spire di cielo e terra insieme, tessuto tappeto di lava, che infoca, schegge di lunule e soli, per quel che concerne la natura, e inerenti all’anime animate d’animale costituende vite, ali in bozzolo, cuor di cucciolo, universo nervo emozionale, grillo pendulo, e parlante. Come particole d’un tutto, ch’è stato detto regno del nulla, tramando di fino tramando un’unica trama e piú e piú trame, sull’ordito intreccî di fili d’arianna che al labirinto introducano tessendo; queste tessere, piccoli menomi nulla, parti particole del dire di là a venire, tessendo tessuto a mano un tappeto di foglie e di sete, quante altre mai preziose e pregiate, quel tappeto volante che contenga le storie mille millanta; queste tessere sian tali da formare della natura una miniata miniatura, minutiosa tanto d’inattitudini quanto d’inezie. Minuta sia dunque l’umanità, minime l’ali d’animali, quel poco a ché, in fine, vi sia un indizio d’inizio, come dire un punto, o un asterisco, sotto di cui celansi le non inesatte coordinate da seguire nel tragitto; ecco, se soltanto s’avesse una mappa che c’informi dell’orme deformi che piedi e peduncoli dietro di sé lasciano come tracce d’uno che sa, allora noi certo si saprebbe come proseguire, e dove e quando andare.

Giunto che sia al punto di cui sopra, nelle mani avendo le carte del destino, all’homo non resta altro se non prenderne alcune, a caso, e farne regni e regge e castelli; naturalmente, ora che può scegliere, l’homo si fa re. Nessuno, nessuno mai che, per sé, non scelga appunto d’esser tale, il re. Tuttavia i ruoli da ricoprire son tanti, il buffo buffone, ad esempio, nessuno vuol esser tale? Forse che nessuno voglia far ridere? Divertire è divertente, sapete? Chi vuol la parte di guitto sguattero o comparsa? Nessuno? Ma non è possibile che chiunque sia re, e d’altro canto uno soltanto può esserlo. E il desiderio del re essendo il sollazzo, il trastullo, gli altri solo a ciò devono attendere. In vero l’imago di sé stesso nello specchio riflesso, di sé come quell’uno, una fantasia è di chi che sia, e l’attesa d’esserlo si fa ossessa; tutti si dicon votati, e portati, vocazione avendo, e voce e azione tali da comportare personaggî e ruoli da prim’attore. Le voci di costoro, stentoree, tutte insieme si van sentendo, confuse, diffuse, profuse; voci vocianti non mai sovvoce, non sommesse, né dimesse, che cianciano, che blaterano, che brontolano e rantolano, quasi come dei ranuncoli che bacio attendano da principessa o regina. Ma è il caso di non andar oltre, e pausare ponendo punto contro punto e a capo: ma a capo di che?

Posto il postulato che segue, che ognun di noi ha natura naturalmente umana, e però complessa, divariata, magnifica, con ciò intendendo o un labirinto, le cui traverse vie l’une nell’altre s’intersechino, o un tessuto d’arti, i cui vasi sangue comunicando sé stessi diano altro da sé ricevendone, o in fine una tela aracnoidea, i cui fili, trama tramando, ordito ordendo, in un intreccio s’intreccino o garbuglio di figure in torto contorto intrico intrigante; in tal modo convergendo, vie vasi e fili, in unico centro, ne consegue come corollario che alcuno v’è che anima d’animale abbia animata da, e come diramata, e che gli stessi, o altri, abbian vita vitale vegetale, e che costoro sian perseguiti come reprobi refusi di cosa qual sia, e l’aculeo puntuto d’acuzie su le tempie puntando perseguitati a ché si giunga a un punto morto.
Ognuno ha di sé una memoria, teterrima la mia che atterra e sotterra, in terra terragna, ciò che mina di matita minima e minuta vuol piuttosto riportare alla luce: che nasca e cresca il ricordo di chi. Imaginate come in luogo del cerebro s’abbia un groviglio di materia, una matassa, una matta matassa che dia di volta sé stessa e la sostanza cui formasi, una sorta di barba muta e atra, con crini e code di serpi, un granvermo; come in luogo del cuore s’abbia un garbuglio di nervi fibre e fibrille, un gomitolo di piú e piú fili con cui dia di matto, d’ungula giocando, quel gatto di cui sopra, di cui sotto, quel gatto di cui sossopra; e come in luogo delle mani s’abbiano tessere d’ossa, ossesse, esanimi ma unanimi, arti intessuti di latte e sangue, protese a chiedere ajuto, e in preghiera giunte e congiunte: in modo che codesti organi, cerebro e cuore e mani, forma e forme avendo proprie del caos, del caso, del fato, ciò nonostante siano testimoni del passato che ritorna; e le ipotesi, del groviglio, del garbuglio, comportino l’essere ancipite, periclite, precipite. Allora, dissepolto che si abbia il ricordo di chi, la pagina si riempie d’emotivo accento ed emozionato, di segni, di linee, d’ablativo jato e melanconico: mossi noi si è d’una forza che c’instà, e possiede, la quale ha nome di volontà di memoria.

Resta a dirsi appunto il resto, il taciuto non detto: sovvoce sovvoce le voci di dentro ci parlano, senza profferire parola alcuna ci parlano, e dicon quel che non piú dicibile. Semplicemente ci amano, e chiamano.
Dunque, l’umana umanità, luogo dei punti del piano estraneo e al ricordo di chi, e al ricordo ora d’allora, centro che si discentra, fuoco che in dissolvenza incrociata si disloca, esploso, e cosí sfumato, come sanguifugo ordegno della sistole, disfasi in mille millanta pietre e pietruzze, e granuli granelli, in fanga mota polvere. E la natura naturale, luogo dei punti torti contorti del piano, forma e forme avendo proprie d’una geometria metafisica, come d’una figura retorica, parabola del messia ignoto, o come spirale che spira e spira, facendosi però pira, infocata scheggia e infinita di lunule e soli, terra terragna ad acqua equorea frammista, imploso che sia il sanguipeto ordegno della diastole, cosí raccolto, si ricompone in tessuto d’arti, in tessuto tappeto di lava volante. E l’anima animata d’animale, luogo di costituende vite, luogo dei punti del piano della notte notturna ma noctiluca, accese di fatto le vagole ali come fioca luce di lucciola, che ora si accende e ora si spegne, animula, spirto, fantasie di carta pesta, di carta straccia, l’incanto cantando del fato o della fata l’incantesimo, e il filo filando d’una filastrocca o cantilena, ecco si dondola in fine sull’altalena, e va, e viene, e va. E coloro che han vita vitale vegetale, la loro dimora essendo il luogo dei punti del piano al centro attratti o d’esso distratti, mal detto che sia l’errore, questo doppio re reiterato in medio, di natura proba o fusa, d’animale umanità, d’umana animalità, costoro l’anima loro animata amano, e animano; e cosí il cuore, il cerebro, la mano amano.
L’homo, insicura avendo la mano, pausato il cuore e estraneo il cerebro, nonostante la distanza, gli arti lentamente muove, e d’immoto moto la eco sua propria espandersi o ritrarsi ascolta. Pletora di sangue sé da sé l’es traendo in diastole, e in sistole l’in sé in sé traendo sfumato sangue, l’homo, aperto o chiuso il guscio suo, l’homo o uovo qual sia, sua sia la vita, e suo sia l’oculo.

Dal loculo ove abita e vive, codesto atro antro, d’ululo cupo Cerbero rintrona: – “Nudo, il nodo si posa ad agio.” – Dell’ombra è qui il luogo, e del sonno, e della notte, ma in terra terragna s’interra e sotterra ogni vacua cava, ogni cruda crudeltà, cosí alla luce portando e il ricordo di chi, e il ricordo ora d’allora. Qual è quel granvermo, quel trifauce cane che tono tonando ciascun rintrona, e cosí s’acqueta, cotale diventa quella fiera di crudeltà, quella figura di mostro: gli spirti spiritelli confonde, e l’anime tutte, le quali vorrebbero essere sorde e al crepitio e al silenzio che mutolo parla, e senza dire alcun ché.
Come dire che quel che avviene è senz’avvenire alcuno: passo dopo passo il passato, e passim, e oltre, quel che fu senza mai divenire.
Cerbero, prima ancora del disfare, fatto fu tale: cane trifauce, il granvermo, e crini e coda di serpe, Cerbero ulula striscia serpa; corpo di drago, occhi di foco, unghiate le mani, Cerbero adunghia infoca squarta; lingua triforcuta e zanne bramose, ventre da gigante, e piedi infiniti, Cerbero, cane antropoide, nell’atro antro posa il piede, e sventra e sbrana, e brama e azzanna, e striduli stridori stride, stridenti; tra i denti, come tra sé e sé, Cerbero, codesto uomo fiera, guardiano di quel luogo, in varie guise e diverse, chi a lui viene per vie traverse dritto guata, gl’occhi dall’occhio trafitti, e infitti. L’homo entra, nell’atro antro s’addentra, e con Cerbero s’incontra e non solo: sotterra torte tormente e contorte incontra, e torture, e crudeli crudeltà di cave vacue, ma prosegue. E ora come allora un fiume trova e ritrova, un letto di fiume, su cui s’adagia e riposa: l’ovale alveo, da specchio qual era, atro tetro teatro diviene, una cavea, una cavica cloaca, la fogna dei gradi gradini tutti, ove discendere, inabissarsi, e la propria miniata memoria teterrima decapitare e precipitare. Là, in quel luogo che è il non luogo a procedere, là pur si procede, ma l’unica azione ad agire è la voce, non altro.
Ognuno è dentro di sé solo, e di tra le sue proprie entragne s’addentra, e ne incontra sé dannati, e torturati, e altri, tutti coloro che abitano quel luogo: la dimora dei morti.

Della bestia la voce, Cerbero feroce, atroce è.
La radice nel nero affonda, s’innerva, al di sotto s’inalbera: capovolto è l’albero della conoscenza, e il suo frutto.
L’animule confuse i volti rivolti hanno al panico, all’urlo, all’urgenza d’una preghiera, quale che sia, qual è: – “padre mio, che sei sotterra, dammi un segno dall’assenza tua; e colma, e ricolma!”

           

Daniele Pezzoli, "Pola289" - in apertura "Distratti ritratti di ragazze con gatti"
Daniele Pezzoli, “Pola289” – in apertura “Distratti ritratti di ragazze con gatti”

One thought on “Della distanza, di Giovanni Campi”

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