Della propria voce, antologia del Gruppo ’98 poesia, recensione di Carla Villagrossi

Pietà, Kim Ki-duk, 2012

Della propria voce, antologia del Gruppo ’98 poesia, Qudu ed. 2016, recensione di Carla Villagrossi: la voce polifonica della ricerca e della creatività femminile.

    

    

PAOLA ELIA CIMATTI

L’autrice affonda in prima persona nella realtà attraverso la parola. Nella terra e nel volo, la parola non può essere taciuta, non va trattenuta. Le parole sono musica, danza, onda in movimento, possono tuttavia fermarsi nella composizione di una figura tratteggiata, nella forma del linguaggio. La parola è la minima unità isolata, il luogo nell’universo, l’energia che si rinnova. Quando l’autrice si chiede se ancora la scrittura debba continuare “Cosa mai c’è ancora da dire – da ridire”[1] sente cantare i passeri, la voce della natura risponde per dire ancora e sempre che la parola rende viva la donna creativa.[2]

    

LEILA FALA’

La poesia è il quadrante, la bussola orientata sull’uscita. L’eclissi di sé avviene con il pensiero ordinario che mette in scena i piccoli malintesi, le minuscole azioni consuete collocate nei soliti luoghi del vivere alla deriva. Per dare un senso alle suggestioni del fare minuscolo, l’autrice costruisce un’eco alla voce di Virginia Wolf, antenna ricevente della scrittura femminile.
Rimane immobile sulla soglia la donna una e trina[3], incerta se arrivare alla strada o al giardino, rannicchiata[4] nelle spirali di un risveglio lento che potrebbe annunciare un possibile cambiamento, una premonizione di consapevolezza. Potrebbe anche restare nel nulla che induce al silenzio, nell’incertezza che sa nascondere e sottrarre al mondo.

      

ZARA FINZI

Zara Finzi arriva subito e con urgenza alla questione del tempo “potrei – dico potrei – drizzare / la schiena contro l’effetto del / tempo che passa, rimpicciolisce i corpi / e allunga e affina le ombre.”[5] Un continuo divenire, il tempo della nebbia che avvolge la convalescenza e il ritiro, il tempo del nulla che la donna senza paura sa affrontare.[6] Il tempo della memoria affievolisce le azioni, attenua i colori e le voci degli eventi anche dolorosi. È un processo benevolo che rende accogliente il passato e privilegiata la vecchiaia.[7] Si abbandona al tempo Zara Finzi, con passo filosofico alza le chiuse dei ricordi, si lascia percorrere dalla vertigine del tempo che traccia i destini, le solitudini, la spirale che governa il progredire, la stasi, la noia, l’attimo insignificante.[8]

     

SERENELLA GATTI LINARES

L’autrice si occupa del tempo, della ricerca del significato e del senso, miti che controllano la storia personale, percorre Kronos in modo trasversale con la libertà di andare e tornare, un’acrobazia che il sogno e la fantasia senza limiti rendono possibile. Con la consapevolezza che l’arte possa fare la differenza, che possa fermare o esaltare il quando e il come, per dire a sé e al mondo: “non vivrò invano / non sarò foglia secca / nell’agitarsi di chiaro e scuro / canterò contro ogni difficoltà / lascerò tracce / e saranno parole”.[9]

     

LOREDANA MAGAZZENI

L’autrice si presenta come amica dei poeti, quella che li presenta.[10] Questi cari amici, però, sono inspiegabilmente assenti, se non contrari, sordi o distratti, concentrati sui loro stessi interessi. La poesia che si struttura sugli enunciati autoreferenziali, non vede chi sta oltre la cerchia e parla piccolo. La poesia che Loredana Magazzeni evoca, si struttura nell’espansione della mente, cerca l’alterità come antitesi al non essere. “Spalancati ai paradisi dell’immaginazione / gli artisti e i vagabondi dell’aria /considerano schiavitù l’essere solo se stessi”. [11]

    

PAOLA TOSI

La poesia nasce dal minimalismo del gesto umile “Annotare, Annotare, Annotare / intanto pulivo gli specchi”.[12] Fragili versi che non sopravvivono all’attimo fuggente. La filosofia del quotidiano è intensa e disarmante nella sua semplicità “il caffè che borbotta in cucina / una tazzina profumata tra le tue mani / solo una punta di zucchero grazie!”[13] Quando il tempo non smette di tenerci in scacco ecco la parola che rimane: “Sfoglio le vostre facce / ripasso ad una ad una / le voci / voi, il mio libro di poesia”.[14]

    

ALESSANDRA VIGNOLI

Indagini nel profondo, sguardi nel vuoto, vedute d’ombra in cerca di acque rigeneranti, desiderio di fresca rugiada e di vita fiorita. Il sonno arriva e consente l’impensabile e l’impossibile, un volo nel firmamento, lontano. “Sola minuscola / nel cosmo infinito / sottile quasi schiacciata / in quel volo / che misura l’animo …”.[15] Leggera e dolce, in punta di piedi, con silenziosa fatica, l’autrice raggiunge le grandezze infinite del cosmo. Promesse di gioia sublime: “Da un filo d’erba tra i denti / esce stupefatta la primavera”.[16]

     

VANNIA VIRGILI

Il verso richiama la finzione, il solenne spettacolo celeste, lo spazio sul palco, la cerimonia del tè; l’autrice compone narrazioni per costruire significati. Offre, attraverso l’immaginazione una fluida sensazione di verità, reale quanto una rappresentazione. Lascia spazio all’interpretazione Vannia Virgili, non stringe la storia ai fianchi del lettore, gli indica una modalità affacciata al balcone del mondo.[17] Un’immagine, forse sognata, ci indica il percorso “C’è una terra di passo / che non so dire dove / ogni forma è aperta da confini e / ponti accarezzano le menti…”[18] In primo piano la terra desiderata, il mito offre una dimora per le figlie che brillano di luce propria. Cercando il mare delle origini, si trovano le storie e la rinascite.

     

ANNA ZOLI

Anna Zoli, utilizza la forma del diario poetico, del racconto libero dalle cronologie obbligate quando evoca una vita prenatale, una nascita, un’età bambina e un’esistenza adolescente. La voce poetica svincolata dai controlli, può fantasticare nel flusso dei ricordi e liberare un bagaglio privato, scomodo nei contenuti. I versi sono utili riflessioni. Il passato, celato nel cassetto (dei segreti?), è richiamato all’ordine e al controllo.[19] Mentre il buio incombe sulla disarmante scrittura che rianima i fantasmi, l’esistenza celata riappare con il suo irritante disordine esistenziale, anelato quanto temuto.

     

GIOVANNA ZUNICA

La madre ingombrante danza nel vuoto, appare e scompare creando ferite che tolgono il respiro. Serve allora proteggere il cuore. Quando la città si anima di spettri pericolosi, l’organo vitale deve essere riparato.[20] Le parole sono pervase dai fantasmi materni quando incontrano il centro abitato dove “pensieri affamati / s’arrampicano su muri scorticati / scivolano su ringhiere malferme / balzano su tetti assolati …”[21] Sono pensieri che sfuggono, che vivono la città come randagi senza meta. La ricerca della parola ne sigla l’assenza, come una madre scomparsa, così la parola muore colpita dal silenzio e dalla mancanza.[22]

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[1]   AAVV, Della propria voce. Antologia di poesia, Qudulibri, Bologna, 2016, P. E. Cimatti, Nonostante, p.24
[2]   Ivi, P. E. Cimatti, Una donna creativa, p.27
[3]   Ivi, L. Falà, Una e trina, p.29
[4]   Ivi, L. Falà, Rannicchiata, p. 32
[5]   Ivi, Z. Finzi, p.43
[6]   Ivi, Z. Finzi, p.44
[7]   Ivi, Z. Finzi, p.48
[8]   Ivi, Z. Finzi, p. 50
[9]   Ivi, S. Gatti Linares, p.56
[10]  Ivi, L. Magazzeni, L’avvelenata, p. 72
[11]  Ivi, L. Magazzeni, Puralità dei mondi immaginari del poeta, p. 68
[12]  Ivi, P. Tosi, p.77
[13]  Ivi, P. Tosi, p.79
[14]  Ivi, P. Tosi, p.83
[15]  Ivi, A. Vignoli, p.94
[16]  Ivi, A. Vignoli, p. 91
[17]  Ivi, V. Virgili, Sirena operaia, p. 99
[18]  Ivi, V. Virgili, (C’è una terra di passo), p. 103
[19]  Ivi, A. Zoli, p.115-116
[20]  Ivi, G. Zunica, Era bionda e gentile, p. 122
[21]  Ivi, G. Zunica, Pensieri affamati, p.123
[22]  Ivi, G. Zunica, E dalla bocca, p. 125

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copertina-costa
imagine di apertura: Pietà, Kim Ki-duk, 2012

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