Dentro un discorso di parole, inediti di Tommaso Di Dio

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Dentro un discorso di parole, inediti di Tommaso Di Dio.

     

        

Nella mia poesia cerco qualcosa che ignoro. In uno spazio circoscritto dalla non consapevolezza, cerco di essere il più lucido possibile, il più preciso e il meno ambiguo. Lungo il tragitto, accade la scrittura, che invece si appoggia a tutto ciò tommaso_didio_fotoche so. In questo senso, da un lato, il linguaggio è per me strumentale, dall’altro, è l’unico luogo in cui ho speranza di trovare quello che sto cercando. Praticando la scrittura, ho il presentimento di imparare non ad afferrare, ma a far sfuggire. Vorrei registrare che, nel corso del processo, appare qualcosa che sembra un sollievo; e aggiungo che, ogni qual volta il testo è preso in scopi che sconfinano i miei, lo sento più completo e liberato. TDD

     

Tommaso Di Dio (1982), vive e lavora a Milano. È autore del libro di poesie Favole, Transeuropa, 2009, con la prefazione di Mario Benedetti. Nel 2012 una scelta di sue poesie inedite è stata pubblicata in La generazione entrante, Ladolfi Editore. È giurato, per la sezione under 40, dei premi letterari Premio Castello di Villalta Poesia e Premio Rimini. Nel 2014, esce il suo secondo libro di poesie, Tua e di tutti, Lietocolle, in collaborazione con Pordenonelegge, tradotto in francese da Joëlle Gardes per Recours au poème éditeurs.

    

Dentro un discorso di parole. E poi, fuori da questo.
Sopra un tavolo, seduto su di una sedia
qualcuno va, sguardo
che vede la porta e scatta
il rumore di una serratura. Infine il vuoto
spazio oltre il cemento, oltre il balcone
oltre foglie oltre cielo
fotosfere dove
sono
le cose che vede. In un’eco di cenere
e luce morta di stelle; ecco il forte
brillare dei lampioni e dei vetri della città.
Nella mente, ecco come corre
un mondo dentro l’altro; mentre cresce
nelle bocche degli invisibili
che ti odiano e ti amano
la canzone
delle tegole rotte, cadute.

*

Apro il libro e trovo
una fotografia del mille ottocento settanta.
I vetri grandi e trasparenti; vedo
sopra un palazzo, l’insegna
dello studio di Nadar. Adesso
ci sono nuvole qui, rumore di pneumatici.
Adesso che è ottobre, novembre.
Adesso che le metropolitane incrociano
i passeggini e le braccia. Quell’uomo che guarda
chi è, invece in alto, sopra il tetto
pressoché invisibile fra le fioriere e il busto
di pietra minuscolo e col volto
macchia bianca, anonimo privo
di ogni dettaglio. Saranno
dispersi e racchiusi, in un segno integro
e muto. Saranno capovolti dal gelo
e dall’aritmia dei cieli saranno
sprangati dentro una montagna
dove una pioggia scarna
lavorerà le loro fondamenta. Mentre qui
le metropolitane incrociano
i flussi meccanici dei passanti
resta, ad ognuno,
il sospetto che una volta, almeno
in una nuvola amorfa, in un’alba
lungo la pianura
uno sguardo fermo sulla neve.

*

Dal balcone all’altro muro; l’animale
che spicca il volo
sopra il piccolo campo e popolato
dove giocano i bambini. La voce poi
che da lì proviene; e si spande
nell’aria grazie al vento, le foglie
il rumore delle macchine. La pressione
aumenta; schiaccia l’aria, divarica
il tubo del condizionatore. Il catrame
per il lungo accumulo di calore
premuto a sua volta preme; e si agita
nell’aria adesso il corpo a corpo di miliardi
molecole che pazze
costruiscono
spezzano. Ma il muro rimane muro.

                     

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