Di matrice donna, di Angela Caccia

Eva Gonzalès, Nounou con bambino, 1877-78_risultato

Di matrice donna, di Angela Caccia.

   

    

Secondo un antropologo – di cui non ricordo il nome – le tante differenze di razza, pelle, quelle geografiche, culturali, religiose, di fatto, farebbero tutte capo all’unica vera differenza riscontrabile in questa nostra umanità: uomo – donna.
La premessa non vuole creare steccati, semmai è un Dare a Cesare quel che è di Cesare, in quel meraviglioso gioco che è l’edificazione di un noi…

Ogni giorno

Per le parole d’amore che non sai dirmi
per il tuo sguardo che fugge quando le ascolta

perché mi sei platano e godo la tua ombra
e m’improvviso ramo se ti sorprendo foglia

perché so che sai piangere
e ogni lacrima è una promessa mantenuta

per quella tua ironia così urticante
che cela una preghiera e spera in un perdono

perché mi sei porto e faro, ed io
sono la rondine che vola basso sul mare
mentre si avvicina il temporale

… ogni giorno io ti sposo.

È frutto di una lenta e paziente costruzione –di un tempo che si fa storia e storia imprescindibile- il desiderio di stare insieme “per sempre”, non c’è amore che nasca e perduri senza quella, più o meno consapevole, prerogativa temporale su cui si pongono le basi di una famiglia. E la donna, forse un po’ prima dell’uomo, impara presto a “vivere al plurale”

Mi è devota la mia casa
-un randagio che dorme
così accucciata sulla strada-

parole importanti qui si rompono
e ricompongono -stampigliate
sulle curve delle fronti, alle pareti,
se il sacro è nello sguardo
-noi- la sua sacralità

i respiri in un tepidario
quelli vecchi
restano appesi
ad un soffitto basso

l’incognita è sempre
a un passo dal presente, solo
tra le sue mura un vissuto
ha radicato il certo: i tempi dell’affetto.

Amare, allora, per la donna, acquista un significato smisurato: l’esperienza della maternità ha ormai identificato il verbo amare con quello di curare. Imparerà a sue spese che ogni suo agire, la sua prima funzione, avrà la stessa finalità di quando reggeva il figlio dalle braccia e gli insegnava i primi passetti: renderlo autonomo.

Sapevi di bozzolo

La pagina bianca che
avrei scritto
così mio mi allungavo di te
io il ramo e tu la foglia
ero il Piccolo Principe
tu la rosa.

Sapevi di bozzolo e
modulavo al tuo respiro
il mio a farti compagnia
… odoravi di buono
nel castello
con me
tra le fate.

Piangevi e mi bagnavi le labbra
supplicai in silenzio l’istinto
in silenzio crebbi madre.

Passeggiammo poi un crinale di solitudini
con bolle colorate di rabbia e d’allegria
– strane alchimie della pubertà.

Ora sei altro da me
Ora sei l’uomo che io sognavo
e tu non speravi. Ho spinto il tempo
e lui ti ha colmato di sé
… lui ha spaccato a freddo quest’anima
che era nostra, che era una.

La tua è la metà vigorosa
non ha sofferto il taglio

la mia è di madre
e non legittima dolore.

Ma non si smette mai di amare/curare!… e una madre torna sempre a sostenere, come può come sa, il passo traballante…

NOI L’AURORA

E chiedi a me
il senso della vita

a me
che ho mille risposte
e nessuna
– forse una certezza:
di lui, mio padre,
mi resta un’orma fonda
e la sua morte.

Un rubino il sole stamattina
il cielo lo reggevano gli alberi
un abbraccio questa notte d’estate
e noi abbandonati
senza più pelle
nella sua nota
dolcissima e muta …

Restiamo insieme
ti prego
in quei pensieri informi
ciottoli che si staccano
da un monte, rumori sordi,
alcuni senza tonfo
rapiti da una pietosa luna

e insieme
nell’ultimo spicciolo di notte
saremo noi l’aurora
gli occhi puntati ad est
e il fiato corto.

                         

Eva Gonzales, Donna con ventaglio, 1869-70 - in apertura  Nounou con bambino, 1877-78
Eva Gonzales, Donna con ventaglio, 1869-70 – in apertura Nounou con bambino, 1877-78

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