Dialoghi con l’altro mondo di Salvatore Contessini, note di Gabriella Modica

Doris Nolan

Dialoghi con l’altro mondo di Salvatore Contessini, La Vita Felice Editore 2013, note di Gabriella Modica.

   

   

La scrittura è il marchio pesante dell’esistenza sulla leggerezza tagliente del foglio di carta.
Fogli sparsi di una libertà il cui diritto è sancito dalla scrittura stessa.
Cos’è che manca a un suicida? Forse l’interrogativo dovrebbe essere rivoltato: cosa ha in più un potenziale suicida? Quale vita sarebbe l’alternativa alla morte? Quali ostacoli non ha superato un suicida?
L’opera di Salvatore Contessini ci pone di fronte alla necessaria quanto raramente ricercata riflessione sul rapporto che abbiamo con quello che forse è l’argomento che siamo più esperti ad aggirare: la morte, quella degli altri e con discrezione, quella nostra.
La lettura di questo testo pesa sulla coscienza del lettore, perché tratta un argomento che nella quotidianità, per istinto di sopravvivenza ci lascia del tutto o quasi indifferenti:

da Dialogo Impari


Mi guardi e non comprendi
i tuoi occhi scivolano
sui miei versi
con leggera diffidenza.

Undici poeti che hanno vissuto il conflitto tra l’Io in Terra e la personificazione di questo con la propria poetica, con la scrittura. Un conflitto difficile da reggere, se non è accompagnato dal profondo rispetto di cui la vita ha bisogno non tanto e non solo da parte di chi vive quel conflitto, quanto e soprattutto da parte di chi ne è interlocutore prossimo o lontano.
In molte di queste vicende umane c’è ogni forma di reclusione, volontaria o involontaria, subita personalmente o da cari. Il filo conduttore delle vite che terminano volontariamente è il terrore di vivere dovendo limitare la propria libertà in luogo del vivere conformandosi all’altro-a tutti i livelli-, anche da punti di vista strettamente stilistici.

… non adattarti per fuggir la morte;
anzi da te la vita nel deserto
fatti – che sia per gli altri nuova vita;
Carlo Michelstaedter

da Dialogo Primo

La terra spoglia rifiuta culto
e ne processa ombre come rito
chiede dell’uomo nudo il demone
che priva il volto di figura.

L’assenza è un ambiente di ricerca che sembra incuriosire in modo particolare l’Autore come forma, come entità quasi vampirica:


Cospetti di giudizio seviziano concetti
sono fantasmi esangui che mordono l’assenza.

I dialoghi della silloge interrogano chi dimora in questa dimensione. Chiedono il perché della morte, come dell’esistenza.
E le risposte giungono talvolta sibilline, talvolta scandalosamente chiare negli stessi testi.
Ciò che appare chiaro è che in realtà l’altro mondo è solo un termine, un’espressione umana per designare qualcosa che di fatto appartiene all’esistenza in modo uguale a quello che riteniamo reale, tangibile.



Vita, morte,
la vita nella morte;
morte, vita,
la morte nella vita.
Noi col filo
col filo della vita
nostra sorte
filammo a questa morte

Ognuno degli interrogati da la risposta sul suo senso dell’esistenza. In alcuni casi

Cara vita che mi sei andata perduta
con te avrei fatto faville se solo tu
non fossi andata perduta.
Amelia Rosselli

Dialogo Sesto

Un’altra vita ancora ci appartiene
che questa non ancora consumata
è appena sufficiente a raccontare
quanto l’abbiamo amata
quanto non c’è bastata.
Ho colto la fanciulla spinta dai segni
e dall’urgenza errante d’esperanto
fino alla donna, alla sua lingua
mito di donne, che canta del tormento
e dal lamento. Narralo ancora,
il volo privo d’ali che hai compiuto.
Tutto il mondo è vedovo se è vero che tu
[cammini ancora
tutto il mondo è vedovo se è vero! Tutto il
mondo
è vero se è vero che tu cammini ancora, tutto il
mondo è vedovo se tu non muori! Tutto il mondo
è mio se è vero che tu non sei vivo ma solo
una lanterna per i miei occhi obliqui

In questa risposta di Amelia Rosselli la presa di coscienza è chiaramente già un testamento. Il testamento di chi ha compreso una vita che gli sta sfuggendo dalle mani, forse per la convinzione di non poter contenere la potenza della propria scrittura.
Di fatto, chi interrompe la propria vita, è chi ha intuito, forse lontanamente, forse appieno e inutilmente, che a tanta Poesia è sfuggita la quintessenza di mano: la quintessenza poetica che compie la trasformazione di ciò che è dentro come di ciò che è fuori dell’eremo interiore.

E forse, anche quella di ritenere un potere trasformativo della poesia è una presunzione che nasce dallo sperare in qualcosa d’altro, che non è migliore, più giusto, più bello o più brutto. Semplicemente altro.

da Dialogo Settimo

In attesa che si consumi un sacrificio
io sono la coscienza che avete rifiutato
io sono una statua di rame perduta nel
labirinto del tempo
il vostro carnefice
troppo leggiero per voi
scavato come tomba in terra Licia
uno strapiombo di mantica da segni
a cui nessuno concede curatela.
All’aldilà manca la guida
la conduzione d’istruzione certa
la grande mano di padre che conduce.
Quello che percorriamo è spazio dell’incerto
spoglio di numi che assolvono tutela,
un ambito deserto sprovvisto di orizzonte
indifferenza sostenuta, protratta per la vita.

L’intera Silloge è dedicata dichiaratamente, a undici poeti che hanno posto fine alla propria esistenza, spesso in un’età ancora troppo fragile che non s’è data il tempo anche lì, di scoprire che le soglie dell’altro mondo si trovano ovunque nel quotidiano, in special modo quando non ce ne accorgiamo. G. M.

9788877995254

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