Il racconto del mese: “Buon cuore” di Silvia Diamanti

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BUON CUORE

racconto di Silvia Diamanti

              

Aveva i capelli stopposi. Fumava. Il suo corpo rinsecchito esalava scie insalubri.
Quando se n’era andata in ferie, aveva avuto la faccia tosta di lasciare la sua orchidea sul pianerottolo con un post-it fluo che recitava: “Al vostro buon cuore”.
La pianta era morta.
Al suo ritorno, era abbronzata arrostita. Il viso marrone unto lucido, cotto dal sole, ricordava un escremento di mucca. Aveva lasciato un altro post-it, questa volta più grande, attaccato parete. Ci aveva disegnato sopra una linguaccia.
Ben le sta, avevo pensato compiaciuta. Ma non ero soddisfatta.
Ogni sera, puntuale come l’alito cattivo di un dopo sbronza, invadeva il pianerottolo con un tanfo peggiore del picchiettare prodotto dai suoi tacchi. Lo accompagnavano stupide risatine al telefono, che aveva perennemente attaccato all’orecchio. Apriva la porta del suo appartamento, la richiudeva e vai di schiamazzi fino a notte inoltrata. Cantava, rumoreggiava.
Mi rigiravo nel letto infastidita, con l’impressione di sentire nelle orecchie rumori inspiegabili e nelle narici la sua stramaledetta puzza.
Elucubravo al buio, sotto le coperte.
Da quando si era trasferita nell’appartamento accanto al mio, qui al sesto piano, il corridoio e l’ascensore erano infestati dal lezzo stantio di sigaretta misto a un odore dolciastro, da crema solare. Un elisir mefitico che persisteva nell’aria, si diffondeva contagiando gli ambienti, permeando i muri in maniera inalienabile. Annebbiava, ammorbava.
Lo subodoravo ormai anche sui miei vestiti, nei capelli, tra le lenzuola.
Mi faceva andare su tutte le furie.
Fomentare i vicini contro di lei, pensavo.
Non avrebbe portato a nulla, era la risposta che mi davo immediatamente.
Forse, unico, il militare che sta qua a fianco, pensavo, un marcantonio, davvero un bel giovane forte e giusto, ma sempre via, in missione. Mi guarda a lungo, pensai solleticata all’idea nel groviglio di lenzuola madide di sudore. Forse lui mi darebbe ascolto. Ma gli altri?
Un rovello di pensieri, davvero.
In questo elucubrare notturno, ogni tanto avevo l’impressione di addormentarmi, per poi risvegliarmi di soprassalto. O forse mi addormentavo sul serio, e a svegliarmi di continuo erano incubi di cui non capivo bene i contorni.

Quella mattina mi alzai che era prestissimo. Mi sentivo esausta, come avessi combattuto mille battaglie. Però uscii per andare a prendere il giornale al solito orario. Appena fuori dall’uscio dell’appartamento, le narici mi si riempirono di quel fetore soffocante in cui riconoscevo il fumo delle sigarette legato a qualcosa che apparteneva alla pelle di chi, invecchiando, non ama più se stesso.
Scesi le scale di corsa, quasi scappai fuori, in preda a una rabbia terribile.
Al tavolo del bar lessi controvoglia il quotidiano, bevendo un caffè. Dopo vagai per il quartiere, in uno stato di inquietudine opprimente. Temevo che, tornando a casa, mi sarei imbattuta nel volto e nel corpo in cartapecora della vicina. Al tempo stesso, lo volevo.
Fu questo desiderio assurdo a prevalere.
Rincasando, notai che la porta del suo appartamento era socchiusa. Inutile dire quale caligine pestilenziale uscisse da quello spiraglio.
Afferrai il pomello della porta d’ingresso decisa a chiuderla con violenza, così che sentisse tutto il disappunto provato verso il suo modo di comportarsi. Invece trattenni il respiro e mi infilai dentro la casa, scivolando tra l’uscio e il muro. Mi muovevo con passi felpati, cercando di abituarmi al buio e al tanfo osceno che riempiva gli ambienti. A rinfrescare l’aria non bastava nemmeno la portafinestra spalancata sul terrazzo.
Strizzai gli occhi: lei era lì fuori, di spalle, e fumava. Parlava al telefonino, rideva in maniera irritante, e fumava. Si strusciava come una gatta in calore contro la ringhiera, si appoggiava coi gomiti, si sporgeva, la sigaretta accesa, immobilizzata fra indice e medio. Sghignazzava torcendosi viscida, peggio di una serpe. Si fermava solo per tirare avide boccate dalla sigaretta poi, malefica, sbuffava fumo dalle narici.
Il diavolo, il male fatto a persona, ecco cosa era quella donna.
Mi montò una rabbia, un impeto furibondo mai provato prima. Lasciai la penombra della stanza per proiettarmi verso di lei a passi decisi, carica di ira, coi pugni stretti al mento.
Non fu certo colpa mia se cadde dal sesto piano.
Si è trattato di senso civico, pensai appagata, dopo. Ne saranno sollevate le mie narici e le mie notti deliranti e il bel militaretto e l’umanità intera.
Respirai a fondo. Libera, finalmente.

               

WakeUpAndSleep Sitting Wood
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