Dino Campana: retrospettiva a cura di Enrico Gurioli 1

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Dino Campana: retrospettiva a cura di Enrico Gurioli – 1.

   

   

“Dino Campana e la follia dei Canti Orfici”

Dino Campana cominciò a frequentare l’Università nel 1903, anno in cui fu iscritto alla Facoltà di chimica di Bologna. In realtà questi studi furono brevi, irregolari e discontinui; il giovane in preda alla sua chimera – forse un disturbo bipolare diagnosticato con un carico perverso di ineluttabilità come dementia praecox – passò più volte dall’ Ateneo bolognese a quello di Firenze transitando poi per Genova, cambiando anche l’indirizzo degli studi per la chimica farmaceutica. Si comincia a delineare una sua ribellione giovanile verso una condizione imposta privilegiando una propria scelta verso una trasgressione creativa, una espressione artistica sostenute da una vivacità intellettuale distante dalla formazione accademica del tempo.

Nel 1906, Campana decide di iniziare la sua prima grande fuga verso il Nord Europa: viaggi vissuti in famiglia senza alcuna plausibile giustificazione, che lo terranno lontano da casa per parecchi mesi. Dopo l’arresto a Bardonecchia – forse era stato attratto in Ascona dai teosofi di Monte Verità- spingeranno il padre, imbarazzato direttore didattico di paese, a scegliere per lui un temporaneo internamento nel manicomio di Imola – successivamente a Firenze – giustificati solamente sulla base di un carattere instabile e di una condotta di vita irregolare. Le inopportune scelte paterne contribuiranno a fare di Campana il poeta italiano matto per eccellenza, aprendo in seguito la via ad oziose discussioni circa il rapporto fra ispirazione e follia, come se queste due istanze fossero state determinanti per la sua poesia. Di fatto quelle scelte del padre interpretavano la psichiatria esercitata nei nuovissimi manicomi come una pratica  prevaricatrice e prepotente di acchiappa matti destinata al mantenimento dell’ordine pubblico e del conformismo sociale. Nasce così il mito del poeta “vagabondo”, in rivolta contro la società borghese, associato a Rimbaud, pronto per improvvise partenze e misteriosi ritorni a Marradi. Per dirla con Carlo Bo “Marradi se lo sarebbe portato addosso fino all’ultimo”.

Dino Carlo Campana era nato a Marradi nel 1885, un antico paese sviluppatosi attorno a un cinquecentesco convento di clausura delle suore domenicane che sta nel versante adriatico dell’Appennino tosco romagnolo a una settantina di chilometri da Firenze. E la città toscana esprimeva il principale centro di attrazione culturale per quel paesone di montagna. Per Dino, la città in Arno, rappresentava una vicinanza naturale e non una scelta esistenziale. Dino Campana diventerà per molti intellettuali fiorentini del tempo, uno di provincia, senza fissa dimora, solo, isolato per di più estraneo alle camarille che influenzavano la vita letteraria dell’epoca. Era indifeso; meglio ancora difeso da nessuno, anzi per molti indifendibile perché ritenuto sostanzialmente matto anziché essere l’espressione vivente di un inquietudine artistica ancora irrisolta.

A Bologna, vissuta da Dino come scelta esistenziale, invece viene accolto e vissuto come un autentico poeta ispirato riuscendo a far convivere la sua stravaganza con la brillante goliardia universitaria felsinea. Ha già con sé i progetti poetici che confluiranno nella sua unica opera, i Canti Orfici. Frequenta l’ambiente della goliardia e i goliardi stessi gli propongono di pubblicare sui loro fogli e così Campana diventa ufficialmente poeta: alcuni dei suoi testi più importanti escono sul “Goliardo” e sul “Papiro”, e preannunciano il libro completo dei Canti Orfici che verrà stampato da una modesta tipografia di Marradi solo nell’estate del 1914. Hölderlin, Goethe, Dürer, Novalis, Nietzesche, Beethoven, Wagner, sarebbero diventati i padri del Faust “giovane e bello” descritto dal Campana nel suo libro mentre andava in giro sognando la purezza della poesia nella notti italiane.

Le influenze letterarie del suo viaggio in Argentina non vengono colte dalla critica letteraria del tempo, culturalmente arretrata, vissute come suggestioni visionarie di un pazzo e non visive di un poeta più attento a tradurre i propri sensi in poesia che alla mediazione e rielaborazione ragionata della parola. Il viaggio a Buenos Aires verrà persino negato da Ungaretti, il quale si ricrede soltanto dopo il ritrovamento del passaporto di Campana.

La scomparsa – o l’occultamento – de Il più lungo giorno per mano di Ardengo Soffici ha regalato, ormai da un secolo, la leggenda di un canto orfico scritto da un matto da manicomio. Non è così. Campana proponeva ai tipi di Lacerba, Soffici e Papini, ciò che era oscuro al mondo intellettuale italiano, anche  ai cosiddetti futuristi, e si propone quale divulgatore della conoscenza attraverso la traduzione dal tedesco delle più moderne concezioni filosofiche sull’uomo, concezioni relative a quel cambiamento concettuale allora in atto che ha portato la vita inconscia al centro del determinismo umano grazie alla  psicoanalisi.

Nel giro di qualche giorno, mentre i Canti Orfici erano appena freschi di stampa a Marradi, si apriva il primo vero conflitto mondiale con l’invasione austro-ungarica della Serbia, e parallelamente, con una fulminea avanzata tedesca in Belgio, Lussemburgo e nel nord della Francia, le truppe germaniche giungevano a venticinque chilometri da Parigi. Gli effetti della guerra ormai entravano di prepotenza nel dibattito culturale europeo, mentre a Firenze si consumava attorno alla Lacerba l’esperimento di rendere in grafica la poesia; l’immagine aggiungeva forza dinamismo e pregnanza alla parola, sottolineandone il significato, mentre la redazione stava assumendo una posizione sempre più filo interventista. La veste tipografica data ai Canti Orfici era totalmente estranea alla forma grafica del periodico fiorentino Lacerba, dove la forma dei componimenti creavano un ulteriore piano di lettura talvolta staccato dalla volontà stessa dell’autore. L’ineffabile estensore dei Canti Orfici mise un sottotitolo in lingua tedesca “Die Tragödie des letzten Germanen in Italien” come per dimostrare una sua estraneità al conformismo della cultura italiana contemporanea e ambire a una dimensione artistica più vasta, mitteleuropea o nordeuropea.

Nel luglio del ’14, mentre Campana cercava di vendere attraverso i pochi estimatori e amici bolognesi e fiorentini i suoi Canti Orfici, nell’universo mondo era ormai cominciata la lunga incubazione di una nuova guerra internazionale. Dai tempi di Napoleone non c’erano più stati conflitti di questa portata, ma ora tutto era diverso. Lacerba pubblicava con il provocatorio titolo: Guerra antimilitarista. “La guerra che si sta combattendo in questo momento in Europa è una guerra di un carattere affatto particolare. Essa è anzitutto una guerra antimilitarista. Due nazioni che da quasi mezzo secolo tenevano in orgasmo i popoli civili l’hanno voluta, preparata e scatenata: i popoli civili hanno pur dovuto rispondere all’aggressione ed oggi tutti combattono di mala voglia, ma con la ferma volontà di farla finita una buona volta e di preparare un periodo di pace. Prendere parte a questa guerra – e gli uomini più avversi alla violenza l’hanno capito – vuol dire partecipare a un opera di civiltà” Insomma “noi vogliamo esaltare il movimento aggressivo…lo schiaffo ed il pugno”, fino ad arrivare alla glorificazione della violenza estrema. Era l’ordo ab chao degli ambienti teosofici fiorentini. Campana non poteva certo andare d’accordo con il Papini, artista riconosciuto dalla cultura dominante e intellettuale prestigioso, fondamentalmente qualunquista, a cui Dino Campana aveva scritto “ … E se di arte non capite più niente cavatevi da quel focolaio di cancheri, che è la Firenze e venite qua a Genova e se siete un uomo d’azione la vita ve lo dirà e se siete un artista il mare ve lo dirà.”.

Dino Campana era lontanissimo dai piani nobili dei circoli letterari dove gli italiani sembravano abbandonarsi al culto di D’Annunzio e al dinamismo di  Marinetti i quali, nei momenti in cui s’incontravano, si scambiavano reciproche simpatie di facciata. In realtà si detestavano. Marinetti per D’Annunzio era un “cretino fosforescente con lampi d’imbecillità” e D’Annunzio per Marinetti era la “Montecarlo di tutte le letterature”: però lui era il punto di riferimento della letteratura italiana  e quasi tutti gli scrittori ci si dovevano comunque confrontare.  Dino Campana non amava D’Annunzio e lo aveva definito in maniera geniale “il vate grammofono”. Da Torino dove ormai da qualche mese viveva vendendo la Gazzetta del Popolo per strada, fra i portici di piazza Castello e di via Po, Dino Campana,  dopo i precari successi economici dei Canti Orfici e la bravata notturna di Firenze conclusa con una solenne bastonatura a un pezzo grosso della massoneria italiana, si era sentito legittimato a scrivere una lettera in risposta al saggista  Emilio Cecchi che in un articolo contenente una feroce critica a Papini, in un passaggio  aveva  definito il libro di Campana una: “accozzaglia inverosimile di idiotaggini e accenti virili; un museo da fiera, con qualche numero bello.”

Nello stesso periodo in cui Dino Campana scriveva da Torino a Cecchi,  lungo le spiagge acciottolate del Ponente ligure, tra i villini di Borgo Peri, il Grand Hotel e i cantieri navali dove si allestivano gli ultimi brigantini a palo di Oneglia,   si stava consumando una intensa e breve relazione d’amore fra Giovanni Boine e Sibilla Aleramo. Lei quarantenne forte di una bellezza  dalla pelle ambrata, altera e dolce, nobile nei lineamenti, passionale, eccessiva e candida, riscattava se stessa e la sua complessa gioventù  con uomini che dovevano possedere almeno un paio di requisiti. Essere più giovani di lei e appartenere alla comunità artistica del Regno. Per amare il  ventottenne Giovanni Boine aveva lasciato il pittore Michele Cascella di sedici anni più giovane  che le aveva dato “una stagione di gioia…” Boine aveva comunque vissuto intensamente quella  impossibile storia d’amore. Per lui, cattolico rigoroso, la relazione con l’Aleramo si era chiusa con una bruciante considerazione “Volevo amarti, ti ho amato. Un assieme di cose che mi stanca ora analizzare han deviata la mia febbre verso un affetto questo da figlio a mamma. Non potrò avere per te che della devozione e della tenerezza. Volevamo essere uomo e donna e non si può.” Avrebbe scritto dieci giorni dopo ad Alessandro Casati “ Si rompe con una donna per tante altre ragioni oltre quella che dici. Tollera ch’io ti scriva che ho rotto con l’Aleramo proprio come chi riesce a scampare da un pericolo grosso: l’affogamento in mare o la prigione.” Aggiungendo poi “Mobilitazione! Ti raccomando i Canti Orfici di Dino Campana. Nascono dunque ancora di poeti in Italia? Mi par chiaro che ormai poesia solo i pazzi ne possano fare. E perciò che le scimmie dei poeti mi somigliano scimmie di pazzi. Così taluno dei futuristi e molti dei lacerbisti.”

Per Sibilla Aleramo era il segno di un nuovo mondo letterario rappresentato da Dino Campana tutto da esplorare.

                 

Daniele Pezzoli, "Siamo in missione per conto di Dio" - in apertura "Amore che vieni amore che vai"
Daniele Pezzoli, “Siamo in missione per conto di Dio” – in apertura “Amore che vieni amore che vai”

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