Dino Campana: retrospettiva a cura di Enrico Gurioli 4

Asta Nielsen 1891-1972

Dino Campana: retrospettiva a cura di Enrico Gurioli – 4.

   

   

La “strabiliante danza della parola” su Dino Campana

   

In una lettera che Emilio Cecchi inviò da Firenze a Giovanni Boine il 29 novembre del 1916 sta scritto: “Vidi Campana,….()..l’ho trovato meglio di un anno fa: è tornato in Mugello. Giusto a Campana, senti che frase di epigrafe mi disse di avere letto in una delle sue passeggiate verso Settignano i giorni che era a Firenze: “X e Y etc etc qui aspettano la fine del tempo” Non è vero che è un grande? E pensa che l’avrà scritta giù, questa battuta di poesia, un povero prete di campagna, o qualcosa di simile.”
Ecco un testo sulla quotidianità di Dino Campana capace di cogliere il senso vero, profondo, anche ironico di una frase scolpita presumibilmente in una lapide; la frase non è certo dissimile a quei giochi ambigui di parole che si ritrovano in molte sue composizioni e anche in Batte Botte.

Leonetta Pieraccini, una trentenne pittrice colta e di famiglia benestante allieva di Mario Fattori, denuncia con una preoccupante lettera inviata al marito Emilio Cecchi lo stato di alterazione comportamentale di Campana pochi giorni prima di essere definitivamente rinchiuso in manicomio di San Salvi. La coppia, coinvolta fin dall’inizio nell’avventura letteraria di Dino Campana, cominciata con la pubblicazione dei Canti Orfici, poi scossa dal tumultuoso rapporto con Sibilla Aleramo, ha rappresentato assieme a Boine e a Novaro, Binazzi e pochi altri, una fonte attendibile per delineare un quadro sufficientemente coerente sull’esistenza del poeta attraverso l’utilizzo di quanto scritto e pubblicato, nel periodo in cui Dino Campana era presente a se stesso.
Siamo nel 1918. Il poeta Dino Campana ormai è quasi completamente dimenticato dai letterati impegnati in guerra. Restavano in Firenze gli ultimi artisti della cosiddetta Pattuglia Azzurra de L’Italia futurista diretta dal diciottenne Primo Conti; si ritrovavano attorno ai tavoli del Caffè Moderno a redigere la propria particolare passione per le attività inconsce dello spirito. Per Dino “Firenze nel fondo era un gorgo di luci, di fremiti sordi: / Con ali di fuoco i lunghi rumori fuggenti / Del tram spaziavano: il fiume mostruoso / Torpido riluceva come un serpente a squame. / Su un circolo incerto le inquiete facce beffarde / Dei ladri, ed io tra i doppi lunghi cipressi uguali a fiaccole spente / Più aspro ai cipressi le siepi / più aspro del fremer dei bussi, / Che dal mio cuore il mio amore, / Che dal mio cuore, l’amore un ruffiano che intonò e cantò. / Amo le vecchie troie / Gonfie lievitate di sperma / Che cadono come rospi a quattro zampe sovra la coltrice rossa / E aspettano e sbuffano ed ansimano / Flaccide come mantici”.[1] È l’ultima descrizione di una Firenze notturna vista dalla valle dell’Arno fatta da Campana poco prima di essere accompagnato nell’ambulatorio dell’ufficiale sanitario di Lastra Signa, consegnato ai medici dell’Ospedale psichiatrico fiorentino di San Salvi.
Dopo di chè la ricerca sulla vita di Campana porta ogni giorno a scoprire lati oscuri dell’esistenza di artisti del Novecento a lui legati in una vita scandita dalla sofferta “chimera”, dagli intrecci familiari amicali dati dalle reti di Sibilla Aleramo, dagli ambienti esoterici e letterari fiorentini, la Grande Guerra, nonché dall’ascesa di Mussolini e dalle esistenze letterarie legate al fascismo, legittimate dall’OVRA e dall’industria culturale del tempo.
In questo labirinto esistenziale ognuno dei protagonisti della vita di Campana ha celato o evidenziato qualcosa di comodo, ingenuamente utilizzate come preziose testimonianze, soprattutto dopo la sua morte, molte delle quali usate da una critica letteraria divisa fra Antifascismo, Fascismo, Strapaese e cultura del Novecento.
Vuoti di memoria, omissioni, errori e documenti inoppugnabili presi come simbolo di una inquietudine hanno reso verosimile l’esistenza di Dino Campana. Una ineccepibile condivisione biografica confezionata a suo scapito.
In una intervista fatta a Dino Campana nel 1914 da Paolo Toschi, pubblicata su Il resto del Carlino nel 1926 – seppur in una strabiliante danza della parola- il giornalista fa dire al poeta incontrato in una osteria: –    Sa, professore, quando ho dei soldi bevo cognac vero, a bottiglie; ma adesso faccio il figlio di famiglia, e mi illudo così bevendo bicchierini su bicchierini, di acqua tinta. Fin che sia in questo paesucolo.(…) Che cosa sa Lei della nostra campagna? Io si la conosco: quasi tutti gli anni io vado a mietere, insieme con le opre e guadagno bene! Mangio, bevo e dormo con quei villanacci puzzolenti e ci sto come un papa: ma ci vuol nerbo e reni forti: io sono forte, sa! (…)lo so tutte le più belle canzoni di tutti i paesi del mondo: l’ho imparate nei miei viaggi. (…)- lo soy Argentino. No soy estranjero…(…) Questa l’ho imparata a Buenos Ayres quando facevo il doganiere laggiù. Mi ero imbarcato ad Amburgo come mozzo in un transatlantico della Amburg America Linie: sbarcato in Argentina, non tornai più a bordo. Là conobbi negri, ebrei, greci, tutte le razze. Ecco una canzone tunisina… e quesťaltra spagnuola e questa… ultima creazione dei Boulevards…(…) lo ho sempre girato il mondo senza spender nulla. Molta parte l”ho fatta a piedi: quando non ci arrivavo più, ricorrevo alla polizia. «Chi siete? Dove abitate?» eccetera: e mi  rimpatriavano per corrispondenza. Una volta a Vienna, mentre chiedevo del denaro (ero veramente male in arnese) mi arrestarono. Mi ricordai allora che in quella città abitava un mio stretto patente, un alto prelato conosciutissimo. Dissi loro: Badate,Io sono parente così e così… Non mi credono: io insisto, s’informano e trovano che è vero; mi rilasciano. Anche un’altra volta fui arrestato, quando studiavo chimica a Bologna. Fu un caso buffo. Esco per istrada e ti vedo una serva che teneva al guinzaglio un bulldog tutto ciccia e occhiacci; mi viene un‘idea, un capriccio: strappo alla donna il guinzaglio, e incomincio a far mulinello: il cane rotea per l’aria e guaisce e abbaia e si slancia in una girandola fantastica: la serva stride come se la squartassero: gente accorre da tutte le parti, mi circondano mi afferrano: vengono gli agenti e mi portano dentro: affare di poche ore”.
In questa intervista c’è un autoritratto sufficientemente verosimile di Dino Campana anche se, dopo quello che aveva combinato negli anni, per Paolo Toschi il poeta “Aveva gli occhi piccoli e brillanti con uno sguardo da alcoolizzato che a tratti sorrideva, a tratti gettava lampi sinistri: e il volto, gonfio e ispido dalla barba incolta, gli si illuminava via via di beatitudine o di apparente ferocia.”
L’articolo cominciava così “«Ora è rinchiuso nel manicomio di Castelpucci». Così terminavano le brevi notizie che Papini e Pancrazi hanno scritto di Dino Campana davanti a una giudiziosa scelta delle sue cose, in quell’antologia degli Scrittori ďoggi, di cui i giovani letterati sogliono dir male fin che non sperano di comparirvi anche loro. I cancelli di un manicomio si chiudono dietro a un’esistenza umana più tristi e tremendi di quelli di un cimitero: perché la scomparsa di uno che vive tra i vivi è notata, commentata, rimpianta; ma quando uno s’allontana dal mondo in tal modo, si fa silenzio ed egli passa poi dal regno della follia in quello della morte senza che quasi nessuno se ne accorga.”[2]
Invece era vivo anche se chiuso in manicomio. Già condannato a morte dai contemporanei.

Sibilla Aleramo, lo aveva abbandonato e dimenticato da tempo. Da Firenze era tornata a Roma. Per uscire da uno stato d’indigenza, dopo avere ottenuto un colloquio con Benito Mussolini, era diventata una convinta sostenitrice del fascismo. Le era stato concesso un mensile di mille lire e un premio di cinquantamila lire dell’Accademia d’Italia.[3]
Bino Binazzi, anch’egli ridotto in miseria era stato, forse, l’unico vero amico di Dino; sempre più isolato moriva di setticemia a Prato, il 1° maggio del 1930.
Ardengo Soffici, ormai fascista intransigente, invece rompeva un inquietante silenzio pubblicando una pietosa analisi su Dino Campana dopo poco più di 16 anni da quel loro primo incontro di Firenze. I testi degli articoli di Soffici pubblicati il 16 e 30 ottobre del 1930 a Torino sulle pagine de La Gazzetta del Popolo raccontavano i rapporti suoi e di Papini con Dino Campana e l’inutile tentativo per averlo come collaboratore a Lacerba, arricchendo il ritratto del poeta di Marradi con un ulteriore contributo verso il suo spessore di letterato. Poi si legge: ” Campana mescolava al suo discorso frasi rivelatrici intorno all’Olanda, alla Francia, ai porti d’Inghilterra, alle pampe americane come uno che avesse tali siti familiari.[4].
Ardengo Soffici ritraeva “il pazzo di Castel Pulci” in quella   che assomigliava viepiù a una pubblica testimonianza utilizzando però, nel racconto, i verbi al passato. Era una strabiliante danza della parola anche nella declinazione del verbo! “Campana si sentiva fatto per dominare, non per essere dominato. Aveva un orgoglio consapevole. Del suo nutrimento ideale non faceva parte agli altri se non per rivelarsi a se stesso. Era troppo geloso del suo mondo interiore, per confidare a qualcuno il segreto della sua vita spirituale… Scontroso e suscettibile con quelli che avessero osato indagare sul suo passato o porgli il problema del suo avvenire, era affabile e cordiale con chi rispettava il suo segreto… Ma in Campana l’abituale tenore di vita subiva talvolta delle deviazioni penose, degli arresti improvvisi, delle fratture furono tali… e ci si trovava di fronte un soggetto rissoso, pericoloso, magari sanguinario… ”[5].
Il testo si chiudeva con la pubblicazione di una lettera ricevuta il 16 dicembre 1917 in cui Campana scriveva. “Caro Soffici, ho deciso di finirla. X+++ [Sibilla] mobilita contro di me il fango delle vie ma preferisco morire piuttosto che tornare con Lei. Il commissario mi ha fatto chiaramente comprendere che se non torno con X+ + + [Sibilla] mi manda al fronte. Tu mi hai visto e sai il mio stato. meglio dunque che abbrevi le mie sofferenze. Sono contento di averti incontrato. Io ti voglio molto bene e tu mi sei bastato per rendermi la fede nel destino di noi tutti e del nostro paese. Ma inutile spettatore lo lascio e sii tu solo a accogliere la mia fede rinnovata nella quale ti bacio. tuo Dino”.
Soffici invece concludeva con “Non si suicidò; ma di lì a poco fece una fine forse peggiore della morte. Da allora le mura del manicomio fiorentino di Castelpulci custodiscono il segreto straziante della sua pazzia”.
Che interpretazione anomala! Il senso della lettera è un altro, Campana avrebbe preferito morire al fronte piuttosto di tornare con Sibilla: la frase di Dino “Ho deciso di finirla” (riferita alla storiaccia con Sibilla) andava interpretata in tutt’altro modo. Quanto veniva pubblicato a Torino invece sembrava un articolato rapporto su Dino Campana nonché l’annuncio pubblico di una propensione al suicidio. Assomigliava a una celebrazione funebre – in gergo un “coccodrillo” – oppure a un buon suggerimento per “quelli che avessero osato indagare sul suo passato o porgli il problema del suo avvenire”. L’articolo, unico nel suo genere, avrebbe dato comunque una giustificazione plausibile di un suicidio di un poeta poco conosciuto “affabile e cordiale con chi rispettava il suo segreto…”!.

Dino Campana, ”soggetto rissoso, pericoloso, magari sanguinario…” stava invece vivendo a Castel Pulci anche una ritrovata notorietà per un lavoro poetico a cui aveva dedicato l’intera esistenza con un ritmo scandito da quell’inestricabile orologio della propria chimera: due sensibilità antitetiche in un unico corpo. Lui aveva detto al Pariani in quella sgangherata intervista raccolta in manicomio dal 1930 al 1932 di essere stato in giro per il mondo, di avere contezza di ciò che stava succedendo all’esterno e sostanzialmente di essere pronto per tornare in libertà. È una diagnosi del Pariani seguita dalla convinzione che Dino Campana intendesse “lasciare l’ospizio, non per riprendere la letteratura, mancando ormai la voglia, ma desiderava vivere fuori e guadagnarsi il necessario con modesto impiego.”[6]
Campana avrebbe potuto uscire in quell’inizio dell’anno del 1932 per andare incontro un benigno destino che lo rendesse nuovamente poeta alla nuova vita italiana come sperava Toschi, oppure conservare il segreto straziante della sua pazzia fra le mura del manicomio fiorentino di Castel Pulci come pensava Soffici?

Dino Campana invece muore il I° marzo 1932, per “setticemia primitiva acuta”.[7]
Almeno, questa è la diagnosi ufficiale; la verità, nei suoi riguardi, sembra ancora una volta negata: si dice che egli fosse morto per una ferita procuratasi scavalcando un recinto di filo spinato in un tentativo di fuga il 27 febbraio. Fuggiva da chi e da cosa? Come un qualsiasi ladro di polli.
Non elimina il dubbio sulla misteriosa morte neanche il dettagliato racconto che fa il Pariani della straziante agonia di Campana. Sei anni dopo a Firenze, l’editore Vallecchi affidava di fatto a Carlo Pariani la verità ufficiale sulla morte di Dino Campana. “Il 27 febbraio entrò in Infermeria con febbre e stato generale in apparenza discreto. Il 28 la temperatura superava un poco i trentotto gradi ed appariva un eritema diffuso, con macchie rosso accese non rilevate. Indi la febbre crebbe oltre i quaranta, mantenendosi poi alta con oscillazioni. Fu veduta una infiltrazione edematosa degli organi genitali; la pelle di questi e degli arti inferiori si ricoperse di chiazze rossastre. L’aspetto era di malato grave; viso terreo, lingua arida e impaniata, sudore, vomiti, diarrea, sensorio ottuso; le mani annaspavano, vaneggiava inquieto. Il polso irregolare svaniva rapidamente; i farmaci cardiaci rimanevano inefficaci. Intravide prossima la fine e, affannando, disse al capo infermiere: «Setaioli, mi salvi, ché sto morendo». Si spense alle ore 11 e tre quarti del 1° marzo in età di anni quarantasei e dopo quattordici anni di manicomio, per setticemia primitiva acutissima o infezione microbica diretta e virulenta del sangue, che serpeggiava nei dintorni.” [8]
In questo caso lo strabiliante uso della parola in un referto medico rende ancor più incomprensibile il decesso. Dino Campana non voleva morire, non doveva morire così: forse non sarebbe mai uscito da vivo da San Salvi. Nessuno indagò su questa tragica morte liquidata poi con una frettolosa sepoltura.

Nel frattempo l’edizione dei Canti Orfici stampata da Vallecchi a Firenze era misteriosamente scomparsa dalle librerie. Il libro era stato scritto da un poeta vittima di una leggenda letteraria tesa a mostrarlo errante e vagabondo per l’Europa, visionario, pervaso da una inquietudine creativa, morto mentre cercava di fuggire dal manicomio infine, perché negarlo, segnato sino alla seconda metà del ‘900 da un isolamento culturale sembrato irrevocabile.
Abbiamo avuto notizie sicure – scriveva tra il sarcasmo e l’ira nell’articolo “Pazzi in rialzo” pubblicato sulla rivista L’Ultima nel 1946, lo scrittore Giovanni Papini emarginato di fatto dal mondo della cultura ed appoggiato dai soli cattolici tradizionalisti, – che si stia ridicolmente e pericolosissimamente esagerando il significato storico e il valore artistico dell’infelice poeta di Marradi”… “Un esame sereno della sua opera dimostra a chiare note che egli fu scarsamente originales’era nutrito molto di letteratura francese dell’ultimo Ottocentoe che non può essere presentato, se non da fanatici tendenziosi, come autentico e grande poeta”. Concludendo poi che “anche l’Italia ha il suo ‘poète maudit’, il suo mentecatto di genio”. Questo pensava Giovanni Papini.
Il mentecatto di genio, cialtrone e trasandato, non poteva certo andare d’accordo con il prolifico e affettato Papini, artista riconosciuto dalla cultura dominante dei primi anni del ‘900, intellettuale prestigioso a cui aveva scritto nel maggio del 1913 E se di arte non capite più niente cavatevi da quel focolaio di cancheri, che è la Firenze e venite qua a Genova e se siete un uomo d’azione la vita ve lo dirà e se siete un artista il mare ve lo dirà.”[9].

Erano passati poco meno di trenta anni dall’invettiva di Campana spedita da Genova al disprezzato Papini quando un gruppo di letterati fra cui Emilio Cecchi, Domenico De Robertis, Enrico Falqui, Franco Matacotta, Federico Ravagli “ben armati” di argomenti convincenti sull’opera letteraria del poeta folle, ricostruiranno in tempi e con modalità diverse la strabiliante danza della parola in Dino Campana. Ciò nondimeno si deve essenzialmente a Enrico Falqui la sistematica raccolta e divulgazione completa dei componimenti di Dino Campana: raccolta di testi, frammenti, abbozzi e varie scritture, disvelate con parsimoniosa generosità dal di lui fratello Manlio Campana all’editore Enrico Vallecchi il quale, dopo avere preso l’eredità della casa editrice dal padre decise, nel 1939 –appena un anno dopo la pubblicazione a Firenze dellaVita non romanzata di Dino Campana scrittore e di Evaristo Boncinelli scultore” del Pariani – di riprendere la pubblicazione dell’opera del poeta “pazzo” nato fra i monti del Mugello.
Quanto sia stato problematico questo lavoro “rivoluzionario” destinato al recupero dei testi disgiunti dal destino tragico del poeta italiano e quanto fosse stato poco collaborativo il fratello di Dino Campana figura quasi silenziosa durante gli anni di vita del poeta è testimoniato da una lettera che Falqui stesso inviava a Vallecchi: “Bisogna assolutamente svegliarlo. Scrivigli (via Hauel, 4 Palermo) che gli eventuali scritti inediti del fratello poeta saresti pronto a comprarli, purché li mostri, li dia e così offra il modo di far cosa degna. Che razza di tipo[10].
Dopo la stampa della princeps il manoscritto venne nuovamente custodito dalla famiglia a Marradi: il saggista Giovanni Bonalumi, recatosi nel 1946 a Marradi per studiare il manoscritto, apprese dalla moglie di Manlio che “durante la battaglia d’Appennino” il quaderno era stato “bruciato” e “con molte altre carte del poeta gettato nel fiume sottostante la casa”. Irrimediabilmente perduti?
È opportuno sottolineare che la riscoperta di Campana incontrava ancora serie perplessità in una vasta area di scrittori legati alla cultura accademica. L’operazione editoriale messa in piedi da Enrico Falqui era stata considerata deprecabile per il direttore alla Scuola Normale di Pisa, Luigi Russo, che scrive ne La critica letteraria contemporanea che nonostante “i vari De Robertis, i vari Falqui, i vari De Michelis, i vari Bo e Muscetta” Dino Campana poteva “tutt’al più interessare i medici ed essere registrati nella cartella clinica del povero e caro malato” biasimando aspramente i nuovi critici colpevoli di annunciare “la nascita di un grande poeta, a ogni volgere di stagione.”
La querelle investiva e divideva la critica letteraria italiana, alla quale si può aggiungere anche l’intervento di Antonio Baldini il quale in un articolo pubblicato nel Corriere della sera del primo febbraio del 1941 chiedeva a gran voce , il rispetto nei confronti dei classici gravemente messo in crisi: “oggi, dalle medesime cattedre, dove si ammettono, quando non proprio si suggeriscano, esercitazioni e tesi su Marinetti, Ungaretti, Quasimodo”.
Era l’apoteosi per la strabiliante danza della parola sulla poesia del Novecento. Con uno scenario di questa natura nel panorama letterario dell’epoca si possono soltanto immaginare le resistenze e le motivazioni degli eredi di Dino Campana anche se alla fine, a più riprese, alcune parti non sempre autografe del poeta, vennero messe a disposizione della critica letteraria.
Così pure, contravvenendo forse a una volontà espressa da Campana con la frase “le mie lettere sono fatte per essere bruciate” nel 1958 con una discutibile operazione editoriale la Vallecchi pubblica il carteggio Campana-Aleramo curato da Nicolò Callo. Lo scambio epistolare con l’Aleramo nulla aggiunge allo spessore letterario di Campana . “Eppoi non si potrebbero ottenere che delle lettere: si cadrebbe cioè in un ginepraio troppo doloroso e alla fine infruttuoso.[11] Sosteneva Falqui. Insomma nell’arco di poco più di trent’anni, e siamo al 1971 con il sorprendente ritrovamento, annunciato da Mario Luzi, del manoscritto Il più lungo giorno fra le carte di un negligente e distratto Ardengo Soffici, la frammentata opera letteraria di Dino Campana poteva dirsi completata assieme al preziosissimo lavoro di Gabriel Cacho Millet, giornalista e scrittore argentino trapiantato in Italia; il quale   attraverso una infaticabile ricerca di documenti inoppugnabili sull’esistenza sventurata di Campana scrive : “…nessuno pensi di aver raschiato il fondo. Il poeta di Marradi, autore di un piccolo libro infinito, vi darà molto filo da torcere. Non ho dubbi.”[12]

La strabiliante danza della parola su Dino Campana non è ancora terminata. EG

 

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*Enrico Gurioli è giornalista e scrittore di mare. Nel 2012 ha pubblicato per Pendragon Editore Barche amorrate. Dino Campana. La vita, i canti e i misteri orfici e, sempre per Pendragon, nel 2013 ha curato il libro I canti marini di Dino Campana.

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[1] D.Campana, Notturno teppista, in opere e contributi a cura di E:Falqui, op.cit., p.290

[2] Paolo Toschi, IL   RESTO   DEL CARLINO, Bologna, 27 novembre 1926.

[3] Wikipedia Sibilla Aleramo

[4] A. Soffici, Comparsa di Campana e Campana a Firenze, in Gazzetta del Popolo, Torino 16 e 30/10/1930

[5] A.Soffici, Dino Campana a Firenze, in Ricordi di vita artistica e letteraria, Firenze, Vallecchi, 1931

[6] Idem c.s.

[7] Lettera ad inumare i resti di Dino Campana, in data 2 marzo 1932 in Dino Campana fuorligge a cura di Gabriel Cacho Millet, Palermo, Edizioni Nocecento, 1985, p.156

[8] C. Pariani , Vita non romanzata di Dino Campana scrittore e di Evaristo Bonicelli scultore, op.cit

[9] Lettera di D.Campana a Papini del maggio 1913 (in D.Campana.Souvenir d’un pendu op.cit. p. 58)

[10] E. FALQUI, lettera a E. Vallecchi, Roma, 25 notte [settembre 1941].

[11] Enrico Falqui, cartolina a E. Vallecchi, Roma, 19 aprile 1941.

[12] G.Cacho Millet D:Campana Lettere di un povero diavolo – Edizioni Polistampa – Firenze 2012

                             

Asta Nielsen 1891-1972
Asta Nielsen 1891-1972

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