Dino Campana: retrospettiva a cura di Enrico Gurioli 5: ad ogni poesia fare il quadro

xxxBiagio Cepollaro, Viaggio-11, 2014

Dino Campana: retrospettiva a cura di Enrico Gurioli – 5.

   

   

LA PITTURA DI DINO CAMPANA –Ad ogni poesia fare il quadro”
(Appunti per una mostra di pittura)

   

Rintracciare l’origine dalla tradizione visiva nei Canti Orficiattraverso una mostra di opere pittoriche della prima metà del ‘900 coeve di Campana che hanno rappresentato un terreno fertile per la sua ricerca del movimento e della contemporaneità nella poesia è l’obiettivo di questo lavoro. Scrive Pablo Picasso – “Spesso leggendo un libro si sente che l’autore avrebbe preferito dipingere piuttosto che scrivere, si può percepire il piacere che deriva dal descrivere un paesaggio o una persona, come se stesse dipingendo quello che sta dicendo, perché nel profondo del suo cuore egli avrebbe preferito usare pennelli e colori.” Così forse è anche per Dino Campana. “Ad ogni poesia fare il quadro” egli lo scrive in uno dei taccuini ritrovati che portava con se ma ciò che  sorprende non era soltanto la sua eccentricità di letterato quanto la sua cultura, “tutt’altro che incompetente anche in quell’arte non sua” come ebbe ad affermare Ardengo Soffici in “Ricordi di vita artistica e letteraria” pubblicato da Vallecchi nel 1930 a Firenze. Attratto dal futurismo pittorico, più che da quello letterario – , quello che si sviluppa attorno al 1911/13 con le espressioni artistiche del cubismo – per Dino Campana sarà il momento storico per una felice sintesi del rapporto tra poesia e arti visive, pittura in particolare. Si può interpretare così la sua affermazione di Campana fatta al Pariani di un possibile viaggio in Odessa patria del Raggismo, movimento d’avanguardia russo, lanciato da M. Larionov con un manifesto presentato in occasione della mostraIl bersaglio (Mosca, 1913) definito in Italia anche radiantismo, in occasione di una mostra tenuta a Roma nel 1917, Il Movimento rivela, in una sintesi di cubismo, futurismo e orfismo, forme spaziali risultanti dall’intersezione di raggi riflessi da vari oggetti (il raggio è convenzionalmente rappresentato da un tratto di colore). Anche il rapporto tra pittura e musica, e l’indipendenza dal mondo reale, descritti nel manifesto, sono motivi comuni alle contemporanee poetiche dell’arte d’avanguardia. L’opera più nota del raggismo è di Natalja Goncarova e si intitola “il ciclista”. Qui è evidente l’influsso futurista dalla introduzione del tema del movimento, ma vi è anche una certa ricerca per la veduta simultanea che ricorda le tematiche cubiste

Quello che verrà definito da Guillaume Apollinaire nel 1912 come “Cubismo orfico”, coniato per definire un movimento contemporaneo caratterizzato nei confronti futurismo da significative differenze, facente capo a Robert Delaunay e ad alcuni futuristi italiani diventa per Campana un ulteriore pretesto per avereun occhio attento e critico nei confronti degli avvenimenti contemporanei. Per Apollinaire è “……un piacere estetico puro, una costruzione che colpisce i sensi e un significato sublime, ossia il soggetto. È arte pura“. Per Campana l’orfismo diventa il significato della sua poesia che Apollinaire individua nella parte irrazionale dello spirito non priva di implicazioni mistico-magiche. Si tratta di una pittura fortemente evocativa necessaria per la poesia di Campana: per lui l’idea di una poesia “europea musicale e colorita” oltre che istinto, un fatto di cultura  come afferma Eugenio Montale. Da qui il repentino cambio di titolo della sua “impressione d’arte” da Il più lungo giornoaiCanti Orfici, come per sentirsi parte, con la sua poesia, di un movimento pittorico.[1] Nel dialogo surreale con il Pariani, Dino Campana cita di un suo viaggio a Odessa. Sembra un ulteriore riferimento per giustificare una sua incursione nel movimento d’avanguardia dell’arte russa, sviluppatosi nel periodo 1912-1916 tra i quali figureranno Michail Fëdorovič Larionov e la  moglie Natal’ja Sergeevna Gončarova , e  Marc Chagall, definito poi in Italia raggismo come l’evoluzione di una parte del Futurismo russo. Nel 1913 questo gruppo teneva la prima mostra in cui si presentavano opere raggiste (Il bersaglio), dove fece particolare scalpore “il ciclista” di Natal’ja Gončarova. Nel 1913 la poesia Giro d’Italia in Biciclettaera già stata scritta da Dino Campana nelle pagine del quadernetto consegnato a Papini. Solo sessant’anni dopo, con il ritrovamento del manoscritto “Il più lungo giorno” si saprà che era stata composta dal 1909 al 1912  la prima poesia del Novecento letterario italiano dedicata al Giro d’Italia.

Nella esposizione delle opere di quel periodo e di quel movimento orfico che  Apollinaire andava teorizzando in quegli anni, si potrà dimostrare visivamente quanto possa aver influito su quell’aggettivo, Orfici che non compare mai nel manoscritto perduto, Il più lungo giorno, e che, in questo senso, legherebbe l’opera e il suo autore non all’ambito dell’esoterismo di fine Ottocento, ma a quello delle avanguardie di inizio Novecento. Una prima parte della mostra che serve per comprendere quanto di “pittorico” ed “europeo” vi sia nella sua opera spesso costruita con modalità apparentabili alla pittura. Quali sono i movimenti che influenzano maggiormente i suoi versi? E come si realizza quest’influenza? La capacità di assimilare nella sua poesia l’orfismo dichiarato da Apollinaire utilizzando diversi sistemi di segni che lo avvicinano alla cultura mitteleuropea che sarà fondamentale per la sua svolta astratta dai toni fortemente spiritualisti.

La narrazione.

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Giovanni Costetti ritratto di Dino Campana

L’unico dipinto ad olio esistente, che ritrae Dino Campana quando era ancora in vita nel 1913, è opera di Giovanni Costetti – “pittore misterioso e funereo, appassionato di Boecklin”, secondo Papini – di proprietà del Centro Studi Campaniani, è di fatto il simbolo di una esistenza del poeta passata anche per gli atelier di pittori. Spesso sottaciute, queste frequentazioni di atelier e di mostre di pittura rappresentano indirettamente un prezioso contributo alla “visività” dell’immaginario campaniano. Dino Campana vedeva ciò che lo circondava anche con gli occhi dei suoi amici pittori, e attraverso loro interpretava il paesaggio collocando i suoi ricordi in quel suo modo “di fare arte” attraverso la parola.  Questa interpretazione della realtà attraverso la pittura nei Canti Orfici si manifesta espressamente  nella “Fantasia su un quadro d’Ardengo Soffici” composta da  Dino Campana dopo aver visto la mostra futurista, nella libreria di Ferrante Gonnelli di Via Cavour a Firenze nel 1913. La Tarantella dei pederastila poesia con ritmo di tango  rappresentata in una tela dove si intravedono nella scomposizione dei piani due figure femminee, una vestita da ingresso in società e una nuda che ballano fra i tavoli, il pianoforte, tra i becchi di gas e le réclames di Buca Lapi in Firenze che Campana attribuisce a Soffici in realtà è di Umberto Boccioni ed è stato distrutto dall’autore.

Le enigmatiche opere di Giorgio de Chirico tra il 1911 e il 1917 con la Tour Rouge del 1913 costituirono un’ispirazione decisiva per Campana, il pittore è probabilmente conosciuto da Campana a Firenze dove dipinse nel 1911 la sua prima piazza metafisica, l’Enigma di un pomeriggio d’autunno, nata per una ispirazione avuta in piazza Santa Croce. Ne La Notteleggiamo infatti: “Ricordo una vecchia città, rossa di mura e turrita[…] . Non risulta che Campana abbia conosciuto personalmente de Chirico ma nei sui testi mostra anche un altro volto della città, soprattutto della città italiana, monumentale e classica, sospesa. È terribilmente fuorviante voler collocare i suoi componimenti poetici in uno spazio geografico, paragonandoli a una descrizione da guida turistica ginnasiale senza tenere conto che questi luoghi non sono la semplice riproposizione delle città esistenti, ma sono invece impiantate, in modo immaginario, sulle fondamenta di un ricordo di quelle vere e, per quanto possano apparire monumentali e legate a temi classici, nascondono, nella loro apparente armonia, quelle l’atmosfere di sospensione metafisica fatta di torri rosse , di arcate, le stazioni delle partenze e dei ritorni, le ciminiere, le statue, le navi in porti in cui è assente il mare.L’idea di rappresentare visivamente i colori e il movimento e la sua ricerca sui rapporti tra oggetto e spazio hanno influenzato fortemente il poeta marradese.  Ai nomi più famosi di Michelangelo, Leonardo, Raffaello, Botticelli Segantini,  Dino Campana nei Canti Orfici  affianca anche altri pittori, meno celebrati.  Troviamo l’Annunciazione di Andrea della Robbia ne LaVerna, subito seguito da Liss e Ribera che ricompare, insieme a Dürer e a Domenico Baccarini anche in Faenza; opere di quest’ultimi presumibilmente viste  nell’antico palazzo rosso della Pinacoteca faentina.

Scarsità di denaro, costante stato di incertezza e salute malferma sono le comuni Scene della vita di Bohème di unDino Campana, il quale sembra più influenzato dalla lettura di Henry Murger che da Baudelaire,  e attraverso feconde amicizie con pittori, tenta assieme a loro di uscire dall’angusto clima di provincia dei letterati abituati più alle dicerie dei salotti borghesi che alle forme artistiche astratte entrando nella cultura postribolare lacerbiana che si respirava nei caffè italiani portata un po’ dalla bohéme parigina in Italia.Futurismo e vocianesimo erano  due forme espressive giovanili e impetuose, provenienti da uno stesso ceppo: entrambe volevano fare del nuovo, abbattere il vecchio pesante edificio di cultura borghese, stretta in schemi ormai superati che soffocavano il libero divenire dell’arte. Quando si rende conto che, presso la enigmatica e poco affidabile  «Ditta Soffici-Papini and Compagni», come direbbe Ottone Rosai, “c’è spionaggio e complicità di carne venduta” abbandona l’ambiente angusto fiorentino, avaro di riconoscimenti,Dino Campana si divide  tra Rubiana, Milano e Firenze, cominciando a frequentare il gruppo familiare di Cesare Tallone, il quale  con grande prestigio teneva sin dal 1899 la Cattedra di pittura e del nudo dell’Accademia di Brera, dove presumibilmente  ha incontrato Carlo Carrà e Umberto Boccioni. È significativa la lettera che Campana spedisce a Carlo Carrà nel 1917 nella quale afferma “Caro Carrà sono tanto contento di avere visto la Lombardia che avevo sempre amata senza saperlo nell’Emilia”. Altro significativo incontro è quello con il pittore russo Zygmunt Perkowicz, ospite dei Tallone, frequentatore amato ed assiduo della Granvigna in Piemonte, che aveva lasciato un dipinto sul muro della casa. Si tratta di “quelle tracce sui muri” che Campana voleva fossero cancellate.Poi c’è Remo Chiti che veniva dalla Difesa dell’Arte  un giornale dove Campana, “uomo ancora inedito”, cercò d’offrire la sua collaborazione «per far passare un po’ di giovine sangue nelle vene di questa, vecchia Italia» e dove Chiti scrisse sul “dolce e severo!” Giovanni Segantini, pittore amatissimo da Campana.

Del resto è lecito il confronto tra la narrazione di Campana e il coevo mondo pittorico per comprendere il cromatismo dei suoi versi, come diventa opportuno rifarsi alle impressioni di Cezanne in quella montagna di Sainte-Victoire da lui dipinta, anzi interpretata  quasi a voler sostituirne la materialità della rocciache per Campana diventa sogno.  Con la frequentazione dei pittori Dino Campana non abolisce la realtà ma la sostituisce, creando un mondo parallelo. “Poi fuggii. Mi persiper il tumulto delle città colossali, vidi le bianche cattedrali levarsi congerie enorme di fede e di sogno colle mille punte nel cielo, vidi le Alpi levarsi ancora come più grandi cattedrali, e piene delle grandi ombre verdi degli abeti, e piene della melodia dei torrenti di cui udivo il canto nascente dall’infinito. Si potrebbe affermare che siano stati i pittori, primi tra i veri artisti, a fare di Campana un mito affascinante, tenebroso e dalle forti tinte. Non a caso in alcuni documenti ritrovati in seguito egli si definiva pittore. Un “Irrequieto e insoddisfatto spesso rompendo il consueto silenzio nel quale s’immergeva per intere giornate annunciando a gran voce la propria disistima nei riguardi di questo o di quel letterato combinava tali scompigli da mettere in imbarazzo gli stessi amici”. In questo senso sono preziose le memorie scritte di Ottone Rosai e di  Luigi Bartolini il quale tenne a dormire, nella sua camera, “per alcuni giorni, forse una quindicina, Dino Campana. […] Nessun altro allora gli avrebbe dato ospitalità”. È il periodo della Grande Guerra, momenti in cui Dino Campana incontra nei Caffè fiorentini artisti come Roberto Marcello “IRAS” Baldessari e Achille Lega.

Amicizia e ospitalità sono ricorrenti nei rapporti di Dino Campana con i pittori contemporanei– a onor del vero non traspare mai un suo giudizio sulla loro arte e sulla loro appartenenza a qualsiasi movimento culturale – ed è proprio in questi ambienti eterogenei che si forma la sua sensibilità artistica. Secondo Concetto Pozzati, Dino Campana durante la sua inesplicabile presenza in Argentina si recava spesso a trovare lo zio Mario, estensore delle locandine destinate agli spettacoli di Ettore Petrolini rappresentati in quegli anni con successo nei teatri argentini. Che Campana conoscesse il celeberrimo Petrolini e Mario Pozzati è testimoniato da Giuseppe Raimondi il quale a Bologna “Al Caffè San Pietro, lo rincontrai con Giannotto Bastianelli, con Binazzi, con Pozzati, che, pure essendo a quel tempo il più rinomato cartellonista italiano insieme a Cappiello, si applicava ad un lavoro di pittore, quale, in Italia, poteva essere quello di chi, allontanan­dosi dal futurismo (e da cubismo), tendeva alle ricerche «nuove» di Carrà e di Morandi. Pozzati aveva portato fra di noi il suo amico, l ‘attore Petrolini, che nelle frequenti tournées, prediligeva Bologna. Così, un giorno, trovai, nel consueto angolo del caffè, seduto fra Binazzi e Pozzati, Petrolini che rasato di fresco, compunto e rispettoso di codesti ami­ci artisti, sfogliava e tagliava le pagine di una copia della Gaia Scienza di Nietzsche, appe­na comprata.” Raimondi è convinto di una intesa artistica di Campana con Morandi basata sulla comune sorpresa davanti al “mistero delle cose” A Bologna le polemiche sul classicismo e il futurismo  vennero risolte in Accademia dell’Arte con una classica mostra collettiva organizzata il nel 1914 all’Hotel Baglioni dagli sconosciuti artisti Giorgio Morandi, Osvaldo Licini, Giacomo Vespignani e Severo Pozzati, pittori i primi tre, giovane scultore il quarto che vince il “Premio di Scultura del Ministero della Pubblica Istruzione”.

Dino Campana era stato coinvolto marginalmente dalle nuove tendenze pittoriche europee che si originavano da Cezanne e da Van Gogh, Picasso vale a dire il Cubismo e l’Espressionismo, che avevano intrigato giovani artisti come Giorgio Morandi, il quale era stato invitato  con una delle sue Nature morte alla Prima Esposizione Libera Futurista alla Galleria Sprovieri e, quasi contemporaneamente,  alla Seconda Secessione Romana, con il Paesaggio di neve, mentre il gruppo futurista era stato programmaticamente escluso. Allo scopo di limitare il più possibile i guasti provocati dalle rivalità accese gli artisti e gli uomini di cultura in genere avevano la buona abitudine di sedersi ai tavoli dei propri gruppi e i loro rapporti si risolvevano, per evitare scontri nefasti, a mezzo di corrispondenze epistolari che un cameriere s’incaricava di recapitare negli opposti tavoli del Caffè San Pietro della centrale Via Indipendenza. Il locale, è uno degli storici cenacoli bolognesi, famoso per le sue “colazioni alla forchetta” non fa rimpiangere certo a Campana la  frequentazione alle Giubbe Rosse, al Paszkowski e al Gambrìnus di Firenze dove egli più volte aveva tentato di vendere i suoi Canti Orfici. Lunghi divani rossi, le pareti “piene di ceffi e di puttini“, un pomposo specchio e “le scelte melodie di un abile concerto“. Secondo il giovane pittore Ferruccio Giacomelli bastano “pochi centimetri di velluto rosso e un bicchiere d’assenzio” per star bene al San Pietro. D’estate i tavolini occupano tutta la strada di fronte e accolgono le signore più belle di Bologna. Nell’800 era considerato un covo di liberali contrari al governo pontificio. All’inizio del ‘900 divenne ritrovo di artisti e di letterati bolognesi o di passaggio in città. Va segnalata anche una copia dei Canti Orfici con dedica al pittore futurista faentino Giovanni (Giannetto) Malmerendi, dove possiamo leggere “all’amico Malmerendi in segno di stima Dino Campana”. La copia autografata è stata esposta al Museo San Francesco di San Marino nel 2006, insieme ad alcune lettere di Boccioni e Marinetti a Malmerendi. In quegli anni la bottega di Riccardo Gatti era punto d’incontro di molti futuristi.

Certamente la presenza di Campana in qualsiasi località non sfuggiva alle forze dell’ordine perché scambiato per spia tedesca.  Convalescente per una malattia di sette mesi, il poeta si trasferisce a fine maggio del 1916 a Livorno, frequenta la villa della pittrice marradese Bianca Fabroni Minucci, ad Antignano. Qui è arrestato e sbeffeggiato dalla stampa locale ma Dino, prima di tornare a Lastra a Signa dai genitori – il padre era stato nominato nuovo direttore didattico della locale scuola elementare-   scrive una lettera al giornale, contro la città e i livornesi, proclamandosi poeta germanico perseguitato ed errante. Ricevuta questa lettera, piena di insulti, Athos Gastone Banti, direttore del Telegrafo firmando un articolo dove, definisce Campana: un coso brutto e strano, dal pelo rosso e dall‘aria sospetta. Inoltre, senza mezzi termini, lo accusa di fare in pubblico discorsi scemi, discorsi cretini. Consigliato dall’amico scultore Mario Moschi, Dino Campana sfida a duello il Banti, nominando padrino il pittore giapponese Takeda, con studio a Firenze poi manda a monte la sfida cavalleresca pentendosi di quanto paventato. È ormai preso da un possibile incontro con Sibilla Aleramo “Leggo il Rubayat di Omar Kaimar. Questo libro è eccellente e ben tradotto.” Dino dai monti che circondano Marradi aveva risposto sfoderando le ingenue armi dell’artista stanco e snervato: soprattutto stava dimostrando di conoscere la traduzione di Mario Chini, fratello di quel Galileo Chini che nei primi anni del Novecento aveva affrescato alcuni palazzi gentilizi di Marradi, pittore certamente conosciuto dal giovane Dino, figlio primogenito di una delle famiglie abbienti del paese. Ci si avvia ad una rapida conclusione dell’esistenza vissuta dal poeta che frequentava la pittura per segnalare la sua scomparsa dalla scena della propria esistenza nel 1918 quando Giuseppe Raimondi chiese  a nome del gruppo dei letterati bolognesi informazioni su Dino Campana, al giovane pittore Primo Conti. Campana fu suicidato? La possibilità che nel frattempo fosse calata su Dino una non tanto inconscia damnatio memoriae, diventava ogni giorno sempre più concreta.

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[1]L’approfondimento sui contenuti di questa seconda parte relativa al cubismo orfico è rimandatoalla lettura dello studio: Tra poesia e pittura: il suono nuovo di Dino Campana di Manuela Spinelli – Université Paris Ouest Nanterre La Défense

        

Biagio Cepollaro, "Icona-32" - in apertura "Viaggio 11"
Biagio Cepollaro, “Icona-32” – in apertura “Viaggio 11”

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