Lettere dal mondo offeso, intervista a Christian Tito

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Lettere dal mondo offeso, intervista a Christian Tito, a cura di Paolo Polvani.

   

   

Benvenuto Christian.
Lettere dal mondo offeso, di recente uscita con L’arcolaio ed.

Puoi raccontarci il cammino di questo libro? Come è avvenuto l’incontro col poeta Di Ruscio? Come si è arrivati alla pubblicazione?    

Questo libro, che spero abbia appena cominciato a camminare e mi auguro sia capace di farlo soprattutto fronte-cartolinaattraverso le sue gambe, ha avuto una genesi piuttosto lunga e molto impegnativa. Lo è stata dal punto di vista emotivo poiché uno dei due personaggi sono io che ho realmente vissuto la storia narrata al suo interno  in forma epistolare e finisco col perdere la persona Luigi e il poeta Di Ruscio, l’altro personaggio, a cui mi legavo profondamente nell’ultimo anno e mezzo prima della sua morte; ma faticosa e complessa è stata anche dal punto di vista editoriale  perché costruirlo nel modo più efficace che ci era possibile non é stato facile nonostante certamente molto entusiasmante dal punto di vista creativo. Dico “ci” era possibile perché é stato il frutto di uno scrupoloso e quasi maniacale lavoro collettivo di cui sono molto grato alla curatrice Enza Valpiani, all’Editore e poeta Gianfranco Fabbri e al poeta Sebastiano Aglieco che  ha scritto la postfazione. Ciascuno, nel suo ruolo, é stato fondamentale nell’obiettivo comune di creare un  libro equilibrato e ben strutturato; inoltre loro, a differenza mia, avevano il giusto grado di distacco (poiché ovviamente conoscevano Di Ruscio come poeta, ma non avevano avuto con lui quel legame intenso e filiale che ho avuto io)  che era necessario per preservare la giusta lucidità e scansare tutti i rischi a cui  ero esposto personalmente e dunque anche il libro.
Altra cosa interessante é che l’incontro di persona tra me e Di Ruscio non c’è mai stato, ma credo che il libro stesso testimoni quanto questo dettaglio, apparentemente non da poco, risulti invece sorprendentemente trascurabile poiché “incontro” c’è stato eccome ed è stato possibile attraverso la parola a cui, evidentemente, sia io che lui abbiamo dato tutto il peso di verità che essa può veicolare.

   

Mi ha colpito molto questa tua frase, nella quale molti si riconosceranno: “si può essere poeti solo in segreto”.

Pensa a quanto ho appena finito di dire: il peso di verità che la parola può veicolare… Viviamo tutti in un mondo che usa la parola per riempire le nostre teste di menzogne, a cominciare da gran parte della  stampa  che dovrebbe contribuire a costruire persone informate sul reale,  dunque consapevoli, e della politica che dovrebbe lavorare per il bene collettivo e per costruire, per tutti, una società migliore; invece, attraverso la menzogna fanno, non sempre, ma quasi,  l’esatto contrario in un panorama che così appare ai miei occhi perduto e che, continuando su questa strada, sembra votato all’autodistruzione. Siamo  tutti schiavi di un occidente in cui l’uomo é strumento dell’economia e non viceversa. Dunque poeti si può essere solo in segreto per questo semplice motivo: perché, se lo si é veramente, si comunica veramente e si vive diversamente almeno in quella comunicazione; ma, fuori da quello spazio privilegiato, io e Di Ruscio siamo o siamo stati inseriti nella società, non vivevamo certo sulle nuvole: io in farmacia, lui in una fabbrica e,  come tutti, gran parte del nostro tempo nell’interazione col mondo menzognero abbiamo fatto o facciamo anche noi finta. A questo proposito cito uno scritto di Luigi che mi pare straordinariamente indicativo e legato a quanto affermo, quasi lui avesse trovato la formula per preservare il proprio equilibrio e la propria ricerca utopica secondo il biblico eco dell’ occhio per occhio dente per dente…

Aristotele nella sua morale ha scritto che agli schiavi la menzogna possiamo anche dirla io invece vi consiglio di non dire mai la verità ai vostri sovrapposti qualsiasi essi siano anche di tipo religioso, cercate di dire la verità solo ai vostri simili, fate vivere il nemico in un mondo inesistente, nella perenne incertezza, fateli vivere nella menzogna, dovete ingannarli.

     

Hai scritto nel libro: “Credo che un incontro possa chiamarsi tale solo quando, dopo che esso è avvenuto, i soggetti non sono più esattamente gli stessi”, che cosa sostanzialmente ha cambiato in te questo incontro?

Di cose ce ne sono molte, tutte decisive nel mio cammino di crescita e  trasformazione personale. Credo che esistano delle potenzialità latenti in ciascuno di noi, sia positive che negative e, a volte, gli incontri che facciamo possono avere una funzione  catalitica  di processi che altrimenti non si compiono. Di Ruscio dimostra con la sua scrittura che essa può essere strumento di resistenza umana in un pianeta prevalentemente disumano, che può avere una funzione formativa e strutturante pari a poche altre cose e che,  se costruita su queste solide basi, finisce con l’avere un inestimabile valore di testimonianza e di speranza per quanti si avvicinano ad essa. Ditemi se oggi non è di questo che abbiamo bisogno; io certamente ne avevo e, incontrarlo, prima come autore e poi come uomo, mi ha dato molta più forza per continuare la mia ricerca e il mio percorso esattamente in questa direzione.

     

Mi pare che un elemento che ha giocato un ruolo importante nel vostro legame sia stato l’esperienza della fabbrica; lui, avendola vissuta dall’interno come operaio nella Christiania Spigerverk fabbrica di chiodi di Oslo, tu, avendo perso tuo padre che ha lavorato tutta la vita all’Ilva di Taranto e, in buona parte a causa di questa esposizione continua all’ambiente locale compromesso,   morto prematuramente.

Questo è indubbiamente vero ed è un aspetto che ricorre molte volte nel libro; aleggia anche quando non ne parliamo direttamente. Mio padre è morto qualche anno prima che conoscessi Di Ruscio. Perdere il proprio padre nella vita di un uomo è universalmente una prova molto dura soprattutto se, come nel mio caso fortunato, è stata una figura di riferimento e di guida importante. Ovviamente associare una diretta responsabilità al luogo dove ha lavorato può generare verso di esso molta rabbia mista a dolore oltre a una grande dose di frustrazione e questo è un mix che può essere pericoloso. La rabbia è  un’energia potentissima, ma,  se opportunamente elaborata e ripensata, può anche essere usata come carburante costruttivo; altre volte, e la cronaca attuale ce lo mostra incessantemente, può essere  fucina di violenza e di devastazione verso sè e verso gli altri. Per me, l’incontro con un operaio di origini marchigiane che decide di sopportare, accettandolo, ma anche ripensandolo, l’inferno quotidiano della fabbrica (a volte Luigi si dichiarava come illuminato da una misteriosa gioia anche in reparto), per essere libero, almeno qualche ora al giorno, di realizzare la sua vocazione di scrittore, è stato decisivo. Mi sono reso conto di questo:  mentre il nostro rapporto diventava più confidenziale (e alla luce di quella confidenza capivo il senso profondo di tutto quanto della sua opera avevo letto in relazione alla fatica a volte alienante del suo lavoro) modificavo anche io il mio rapporto con la mia traumatica storia affettiva. Credo che una testimonianza di questo sia resa bene da un documentario che ho poi girato sull’Ilva di Taranto, dove, a fianco al dolore, si assiste a una sorta di sublimazione speranzosa della rabbia pur rimanendo presente una traccia di lotta viva verso tutto ciò che lede la dignità umana e opprime i lavoratori. L’unico rammarico che ho è che Luigi (oltre a mio padre ovviamente) che ci teneva tanto a vederlo, non ha potuto farlo perché il cortometraggio è stato terminato un anno dopo la sua morte. Certamente, però, lui in quel piccolo film è presente significativamente con tutta la eccezionale forza della sua poesia. Per me è stato particolarmente commovente però, almeno mostrarlo ai suoi familiari e riceverne dal suo figlio più giovane, il musicista Adrian Clemens Di Ruscio, con cui siamo poi diventati buoni amici, un ritorno pieno di entusiasmo e di sincera gioia liberatoria.

     

Condivido in pieno questa tua affermazione: “Io credo che una bella poesia se ha forza universale sia in grado di emozionare anche un contadino o un muratore, altrimenti non ha senso di esistere”. Eppure sembra esserci una bella distanza nella realtà dei fatti!

Sai, queste parole le scrivevo quattro o cinque anni fa, sostanzialmente le sento ancora rappresentative del mio pensiero, anche se imparo ogni giorno che la poesia è fatta anche di infinite letture, di studio, di continuo esercizio e applicazione. Nel tempo ho imparato che anche testi meno accessibili hanno o hanno avuto funzioni importanti nelle possibilità che il linguaggio offre alla poesia, ma, per me, il bersaglio della poesia e dell’arte in generale è  sempre stato e credo resterà sempre il cuore dell’essere umano coi suoi misteri, le sue luci e le sue ombre e, il cuore, contadino o ingegnere aerospaziale, è comune a tutti.

     

C’è una bella verità che esprimi nel libro dialogando con Di Ruscio in maniera molto diretta e ironica: “Attraverso la poesia possiamo cantare le nostre care mogli e i nostri gatti, ma difficilmente possiamo comprare loro un gelato”. Ti sembra più un limite o un presupposto di grande libertà ?

Certamente la seconda che indichi. La poesia per me è una zona franca in cui mi sento libero, felice anche nel dolore; vi applico, credo, la stessa concentrazione del bambino quando è assorto nei suoi giochi, infatti per me è un gioco nonostante, altro insegnamento di Luigi,  non mi prendo (non più per fortuna)  troppo sul serio pur dedicandomi ad essa appunto come al più serio degli esercizi.  Ti faccio un esempio per me indicativo: ultimamente, diciamo così, il “segreto” di essere anche uno scrittore ogni tanto, per forza di cose,  viene fuori. Sai quali sono  le prime cose che mi chiede chi lo scopre?  “Stai facendo i soldi?”,  “Hai venduto molti libri?”. Spesso sono persone a cui voglio anche molto bene, ma dimmi una cosa, chi è  schiavo?  Se si facesse arte con l’intento di fare soldi o con una finalità diversa dal puro piacere e dal bisogno semplicemente di farla si finirebbe, anche in questa “zona franca”, col fare il gioco di un sistema che mercifica tutto. Vivere di arte è un privilegio di pochi, ma è anche un enorme rischio per la libertà dell’artista. Io sono felice di poter comprare il gelato a mia moglie e i vestiti a mio figlio dando a Cesare ciò che è di Cesare; è un equilibrio che, almeno oggi, non vorrei mutare perché, realmente, mi lascia almeno in poesia la libertà a cui non sarei disposto a rinunciare.

     

Tu scrivi: “Anche noi eravamo diversi, tanto, ma alcuni elementi ci hanno accomunato”. Quali erano le maggiori diversità? E la vicinanza era data solo dalla poesia? 

DI-RUSCIOCaratterialmente io e Luigi eravamo profondamente diversi. Luigi era noto per essere estremamente impulsivo e ruvido, bastava un niente per perdere la sua stima o accendere la sua ira; a causa di questo ha perso anche molte amicizie importanti anche se poi riconosceva che, nella maggior parte dei casi, era proprio per le sue asperità strutturali. Io sono un persona tendenzialmente mite, molto  paziente e diplomatica; è rarissimo che perda le staffe anche se, come tutti i miti, se accade è meglio girarmi alla larga. Condividevamo alcune caratteristiche di fondo che spesso sono proprio connaturate agli animi artistici ossia una grande apertura e curiosità verso la vita e l’uomo in tutti i loro aspetti; una sana inquietudine di fondo di chi si pone continuamente interrogativi provando a ipotizzare risposte nella consapevolezza della loro transitorietà; una sensibilità decisamente fuori dalla media che in certi momenti viene avvertita come una risorsa, in altri come una maledizione.
A partire da queste premesse le nostre poesie erano diverse ma, come persone curiose e avide di sapere, eravamo profondamente affascinati dai risultati di questa diversità. Io credo di essere stato tra i suoi più grandi  ammiratori come poeta e scrittore; lui, dopo un po’ di circospezione, mi ha riconosciuto come poeta (riconoscimento di cui mi onoro, visto che quasi mai pronuncio quella parola riferendomi a me stesso) e ha anche accettato di fare una nota per la mia seconda raccolta nonostante  io fossi , e mi sento tuttora,  un autore  in fase di costruzione…

    

Il tuo è un bel libro sull’amicizia, sulla poesia, sul potere che essa ha di far instaurare una comunicazione profonda tra generazioni ed esperienze molto lontane, sei soddisfatto dell’accoglienza che ha ricevuto dopo un paio di mesi dall’uscita? 

Consentimi,  Paolo, di rispondere alla tua domanda approfittando di questo spazio che gentilmente mi offrite, con la comunicazione che girai ai miei contatti il giorno dopo la prima presentazione e raccoglieva le mie sensazioni di quella esperienza:

“ L’altra sera, finalmente, le lettere dal mondo offeso si sono affacciate sul mondo. Non potevano che cominciare il loro viaggio verso gli altri alla Libreria del mondo offeso. Se quel luogo non fosse esistito, io, probabilmente , non avrei conosciuto Di Ruscio (o lo avrei fatto molto tempo dopo, magari quando lui era già partito verso il suo Iddio ridente) e, conseguentemente, anche il libro non sarebbe esistito. É stata una serata per me molto bella, toccante e sentire alla fine un importante poeta e critico (che ho avuto il piacere di conoscere anche di persona per l’occasione) ringraziarci perché, contrariamente a quanto spesso gli accade alle presentazioni di libri, si era divertito (anzi: non si era annoiato), è stato un segnale molto incoraggiante. Ma è stato bello soprattutto perché c’erano molti uomini che non hanno la poesia tra i loro principali interessi e Di Ruscio neanche lo conoscevano. Ebbene, sentirle visibilmente partecipi, guardarle negli occhi, parlare con loro , mi ha fatto capire una cosa: questo libro è per le persone. Non per i poeti, non per i critici e non per i vari addetti ai lavori appunto. O meglio, se tra di loro c’è qualche persona, allora lo è, altrimenti possono tranquillamente ignorarlo come le “non persone” fanno solitamente con ciò che è altro da loro. Poi ho capito anche un’altra cosa: forse è un libro che può e deve incontrare gli altri non necessariamente nelle librerie, ma, probabilmente, nelle scuole, sulle tracce di qualche insegnante appassionato e illuminato, o nelle carceri, quelle che conservano un barlume di umanità e ovunque l’umanità sia, appunto, offesa. Dovrebbe finire nei luoghi dove qualcuno è in una dolorosa ricerca di guida e senso per la propria vita come smarrito e addolorato ero io prima di scriverlo. Ecco, compatibilmente con la mia vita familiare e lavorativa, sono pronto a prendere in considerazione le più assurde proposte di presentazione che mi verranno fatte. Ovunque ci sarà curiosità e accoglienza per il libro io cercherò di esserci. Probabilmente mio nipote tra un paio di settimane mi porterà nella sua scuola dove il suo insegnante di lettere dalla lunga coda, gli occhi carichi di passione e un cuore al posto di un programma vuole invitarmi. Poi tra Natale e Capodanno credo che aprirò la mia casa d’infanzia nella mia città natale ai vecchi amici e compagni di Taranto dove in maniera informale parlerò del mio libro bevendo insieme un aperitivo. Insomma: mezzi matti, stravaganti, sognatori, fatevi sotto, io ci sarò perché ,da sempre , io sono con voi. “

Ecco, posso dirti, che sia io che l’Editore siamo molto felici della risposta e dell’interesse che il libro sta suscitando. Stiamo  anche organizzando  la prima ristampa poiché la prima edizione è praticamente esaurita. Non immaginavamo che questo sarebbe successo (se mai fosse successo)  in un tempo così breve. Potrei addirittura ipotizzare di comprare un gelato a mia moglie , un lecca lecca a mio figlio e dei croccantini di marca a Julietta. Miracoli della poesia…

     

A proposito: che ne pensa Julietta a essere finita nella corrispondenza di due poeti? Non è una gatta tigrata, vero?

3Julietta è una gatta tricolore: nero, bianco e arancione ed è tigrata solo su quest’ultimo. Su cosa ne pensi di essere finita in un libro non saprei, dovresti chiederlo a lei… certo è che le piace molto stare vicino ai libri che amo e solo a quelli,  questa è una cosa misteriosa che non so spiegare. Comunque, a parte gli scherzi, quella di fare “precipitare sulla carta” anche i gatti della propria infanzia o, come nel caso della mia  Julietta, i gatti della propria vita, é un’altro aspetto che credo sia venuto naturalmente dialogando  con Di Ruscio. Lui aveva questa dote per me splendida  di far convivere sulla pagina particolari quotidiani apparentemente insignificanti con riflessioni sui massimi sistemi, anzi, spesso, a questi arrivava proprio a partire da quei particolari. Poi, un’altra cosa che io ho amato moltissimo nella sua opera é che, senza rinunciare a denunciare e a indignarsi degli aspetti più brutali e inquietanti della nostra società, riusciva sempre a scrivere di qualsiasi cosa con un fondo d’ironia e dei tratti a volte esilaranti. Per Luigi la scrittura era una gioia terapeutica, una necessità che gli consentiva sempre di sognare, di reinventare il mondo e meglio sopportare la sua dura vita di operaio.

Per me queste sue parole sono indimenticabili, davvero mi hanno cambiato la prospettiva dello sguardo e non solo nella scrittura. L’eredità impagabile di un incontro vero.  Credo siano le migliori per ringraziarvi e salutarvi con affetto…

Non disperate, mettetevi a scrivere le poesie, ne ricaverete rilassatezza, felicità gestuale, leggerezza nei contatti con il prossimo vostro, sentirete la presenza degli Dei in prossimità della tua ombra, gioia lavorativa, aumento vertiginoso nella creatività in tutti i campi, sviluppo della personalità. Leggermente folle correrai verso tutte le sciagure, ti crederai inseguito da bande antiblasfemiche armate di mazze ferrate, sfuggirai ai pericoli con rapidissime fughe, potrai metterti a volare come niente fosse, diminuzione vertiginosa della rigidità muscolare e anche mentale, diminuzione dei mali di testa, sarai in preda a dolcissimi spasimi sessuali. Iscrivere poesie a occhi chiusi, sgranare frasi una dietro l’altra con la massima velocità sino al punto che la battitura segue perfettamente il ritmo delle pensate anche quelle più stravaganti, velocità massima nel concatenare libere associazioni, scrivere con la schiena bene appoggiata alla spalliera della sedia, tenere la testa non troppo reclinata sulla tastiera, da oggi tutte le ore sono le nostre mi disse un poeta, fa’ rimbalzare tutto sulla tastiera. Piove, nevica, suona il telefono alla porta tu inchiodato davanti alla tastiera della macchina da scrivere.

                    

sogni (yume) - akira kurosawa
sogni (yume) – akira kurosawa

4 thoughts on “Lettere dal mondo offeso, intervista a Christian Tito”

  1. Grazie a VR , grazie in particolare a Paolo Polvani per la bella intervista e sopratutto
    a Christian che ammiro per la chiarezza in cui delinea la cornice del Di Ruscio poeta/uomo mostrando di averne ben compreso il messaggio.
    PS. Rilevo che: Polvani all’intervista, Tito alla presentazione del suo libro, Devicienti al primo commento. Però che bella compagnia…..

  2. Conservo ancora gelosamente le e-mail scambiate con Luigi. Le tengo per me, non le diffondo, non erano sempre linearmente poetiche. La consapevolezza iniziale della malattia e le conseguenze di tale certezza avevano avuto un impatto particolarmente forte su di lui e io che, in qualche modo volevo allontanarlo da quella morsa, ho subito la sua raffica feroce ma. Non è stata sufficiente ad allontanarci. Anch’io ho un’età in cui l’amicizia con la stessa compagnia non lascia indifferenti e comunque l’ho attraversata più volte, anche per me stessa, quella geografia del buio, dove la parola impiega un po’ per riaffacciarsi e non ha più il peso di prima. Il libro di Christian Tito lo sto leggendo, dirò di quel percorso appena ultimato. Grazie per queste anticipazioni.
    ferni

  3. Cari amici, grazie di cuore per il vostro passaggio e per l’affetto verso quel grande poeta e scrittore che abbiamo tutti amato e sentito vicino. Sono tanto felice che , nel mio piccolo, io possa contribuire con questo libro ad ampliare l’interesse verso di lui e a mettere in luce tutta l’umana presenza dei suoi ultimi mesi.
    Grazie, inoltre, per le note di stima nei miei confronti, spero di ripagarle anche in futuro. Antonio, sai della reciprocità sincera di quanto affermi circa la nostra amicizia; Marco, le tue parole mi lusingano; Fernanda la tua testimonianza è e sarà preziosa come tutto ciò che scrivi. In fine, ringrazio pubblicamente te , Paolo, per la velocità con cui hai letto il libro appassionandoti e formulando le stimolanti domande , saluta tutti gli amici di V. R. Christian

Gentile lettore, all'autore di questo articolo farà molto piacere se vorrai lasciare un commento.

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