Dispacci di Narda Fattori, nota di lettura di L. Paraboschi

mother

Dispacci di Narda Fattori, L’Arcolaio ed. 2016, nota di lettura di Luigi Paraboschi.

   

    

Scriveva la Fattori in una precedente raccolta dal titolo “la vita agra“, volendo lasciare un “consiglio- avvertimento” alla nipote

se non hai passioni e sogni grandi
                    resti all’anagrafe solo un rigo nero

ed in questo ultimo lavoro, dal titolo significativo DISPACCI, non fa che ribadire il concetto sopra esposto, quello della passione per la scrittura e per la lettura che sembra essere dominante, come scrive in questi versi della poesia Viaggi


nei libri il viaggio bambina fu con Sandokan
con Nietzsche più tardi e saputa ma non ho imparato
a discriminare il grano dal loglio

Da questo nuovo cammino che ha intrapreso essa invia poesie nelle quali parla di sé spesso in modo diretto, alludendo al suo modo di aver vissuto, e usa il titolo che ho precisato, forse perché tradizionalmente si adotta il termine “ Dispaccio di agenzia “ per indicare un sintetico rapporto giornalistico o di agenzia giornalistica, quasi un avviso, e talvolta anche un breve rapporto militare dal fronte di guerra volto a condensare gli avvenimenti e ad aggiornare il ricevente sullo “status quo“ di quanto accaduto.

E l’aggiornamento di Fattori è un riassunto composto da tante immagini, tante sensazioni, tante emozioni tra le quali direi che i motivi conduttori girano attorno ai temi degli : affetti perduti- solitudine e del distacco- delusione nei confronti delle aspettative e dei rimpianti – la fede e l’immigrazione.

Uno dei primi dispacci lo si incrocia nelle poesie di apertura, dedicate al padre alla madre ed alla sorella, tutti citati con nome e cognome, ma credo sia stata l’assenza (forse) troppo repentina della figura del padre a rendere ancora forte e vivo il bisogno di aiuto nel cuore dell’autrice, e questi sentimenti così ben condensati nel corso della poesia “Lui” possiamo viverli attraverso la sintesi racchiusa in questo verso finale:

ci vuole la mano di una padre per un bambina

ma se la mano del padre è mancata, anche il legame con la madre cui fa cenno nella poesia “e tu madre“ (forse) non è stato portato avanti troppo a lungo nel tempo, come possiamo leggere qui:

il nodo si sciolse e molto passò
del bene e del male
nel coagulo nudo dell’essere vivi

ed infine c’è la figura della nonna, evocata dalla poesia “Vespro“ che “muoveva piano la labbra arse/ e si segnava al vespro” – e che ha lasciato un vuoto interiore nell’autrice da indurla a concludere così:

io ormai dico crepuscolo e già non vedo  

Ma agganciandomi a questo “non vedo“ vorrei riprendere altri versi raccolti dalla raccolta precedentemente citata “la vita agra”, che suonavano: 

Perché se sopravvivere è una fortuna
                                    allora il prima e il dopo la vita
                                    appartengono al segreto
                                    di una divinità terribile e troppo umana

per giungere a questo breve passo della poesia di questa raccolta “Enigmi“ che dice:


mi restano mani nude inabili alla poesia
restie alla preghiera

la mosca unisce due zampine all’interno
della ragnatela- Vanamente prega

E questa mosca che “vanamente prega“ unendo le zampine è la stessa “mosca“ che dirà nella poesia “Single“

misuro a spanne la dimensione
                      della mia anima
non più ampia di una tovaglia

e concluderà la stessa poesia affermando

La mia anima è più piccola della tovaglia
poggia-piatto all’americana

single per non dire sola

E’ un’amara conclusione quella di questa “mosca“ – per giunta “single” – una conclusione amara ma lucida, quasi impregnata di disperazione, come si può leggere nella poesia “la forma del finire“ dalla quale stralcio alcuni versi

finire dimenticando il volo le ali
lasciare che il niente pettini
le piume e sostare senza fretta
alla porta che non si conosce

nessuno sussurro nessuna preghiera
nel silenzio tondo la nescienza
dell’essere stati del non essere più

Parafrasando il titolo di un famoso romanzo americano oserei dire, (ma lo scrivo con il rammarico, cosciente di una realtà che vivo in prima persona), che questa non è poesia per …giovani; c’è molta amarezza, una sofferenza chiusa, quasi senza speranza, di chi avverte lo scorrere del tempo e l’incalzare dei giorni, e le delusioni che derivano da una presa di coscienza del reale sempre più avvertita con consapevolezza.

A conferma di quanto detto riporto parte della poesia Avvenne

Avvenne che inciampo’ sul primo scalino
infausto incontro con la diminuzione

il corrimano era bastato fino a ora
e passi studiati lentezze contro sole

non ha re-imparato la rincorsa
l’epidermide bruciata dallo sfregamento

sta seduta in silenzio
lei che aveva sempre profetato 

Ma raggiunta una certa età, quando le condizioni fisiche non sono più quelle di un tempo, non si può non concordare con la Fattori: spesso quel corrimano che ha sostenuto per tanti anni le nostre illusioni ha ceduto sotto il peso metaforico dei “pensieri poco profondi” e lo scoprire che “i fiumi di un tempo si sono trasformati in fossati” può condurre alla conclusione espressa da questi versi della poesia “la mia sera“

la mia sera è un albero con foglie residuali

che si accostano ai versi successivi dove risalta l’ incertezza fideistica di quel “ brivido” che la coglie e lo sgomento esistenziale di quel non so


la mia sera è una nuvola sfilacciata che s’allunga
sotto la volta del cielo- s’attarda – guarda la terra
che l’ ha generata e un brivido la coglie – non sa
ancora se sarà brina pioggia o neve di peso lieve
                                              o tracimazione

Lo sguardo dell’artista è talvolta acido e sarcastico nei confronti della stupidità e della cattiveria di questa società, come nella poesia 2014-2015

2013-2014-2015 abbiamo scavalcato
il dosso del tempo ancora morte
lutti cupidigie rapine e omicidi
stradali cioè di umani in strada
un’ammaccatura alla carrozzeria
un mazzo di fiori sul ciglio
                           del fosso

Fra smartphone iPod e tablet
vocifera la solitudine on line 

E concludo questa lettura stralciando qualche verso da questa poesia dal titolo Abbi pazienza perché essa ha, per me, un sapore amoroso forse involontario, quasi un invito rivolto ad un partner immaginario, magari ultraterreno, ad un rapporto fisico che rassomiglia un po’ ad un amplesso tristemente mortale


Abbi pazienza ho navigato tanto
la vela è stracciata e si beve il vento
 

prendimi quando il sonno
mi picchierà sulle tempie e l’orologio
sarà qualche minuto indietro
una dimenticanza succede invecchiando
aspetta ora rimedio…….sii paziente
aspettami …..sarò qui subito subito.

Siamo così giunti alla fine della lettura di questi Dispacci e ne abbiamo riportato la sensazione del malessere dell’autrice che si estende anche all’animo del lettore il quale non può fare a meno di essere coinvolto.
Quando si termina questo viaggio si deve riconoscere alla Fattori una lucidità di pensiero, una profondità nelle considerazioni di poetessa e di cittadina-testimone del mondo tali che diventa obbligatorio considerare questa opera un esempio attento ed alto di come sia possibile coniugare il valore letterario congiuntamente alla poesia civile.

                             

La madre, Vsevolod Pudovkin, 1926
La madre, Vsevolod Pudovkin, 1926

Gentile lettore, all'autore di questo articolo farà molto piacere se vorrai lasciare un commento.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: