Due mail (del novembre 2009) sul Poetry Slam, a cura di Ennio Abate

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Due mail (del novembre 2009) sul Poetry Slam, a cura di Ennio Abate.

   

   

Questo scambio di opinioni avvenne all’interno della mailing list del «Laboratorio Moltinpoesia» (2006-2012) che, da me coordinato, si riuniva periodicamente per discutere di poesia e suoi problemi presso la Palazzina Liberty di Milano, sede allora della Casa della Poesia presieduta da G. Majorino. Il sig. X con cui discuto era tra i partecipanti più attivi di quegli incontri ma ha preferito mantenere l’anonimato, avendo nel frattempo preso le distanze da alcune delle sue affermazioni. Io invece poco mi sono ricreduto delle mie. Che sono – va detto onestamente – da osservatore esterno benevolo ma guardingo. Va aggiunto che l’ostilità in quegli anni verso il poetry slam m’impedì di ospitare nella Palazzina Liberty gli “slamisti” convenuti per un incontro che voleva essere un inizio di inchiesta sul fenomeno nell’area milanese. E. A.

     

Sig. X a Ennio Abate:

Il poetry slam è, secondo me, un passo avanti rispetto alla poesia scritta e poi letta in silenzio, oppure letta in un reading. Nel Poetry Slam il poeta comincia ad accorgersi di avere una voce, uno strumento che forse non aveva ancora ben considerato. Potrebbe essere un salto di qualità l’andare verso una forma di creatività verbale della parola?

Una recitazione smorta dove ci si limita ad usare la voce come mezzo, decide premeditatamente di non tentare di restituire e far rivivere un po’ l’evento della creazione. Sembra impossibile, bisognerebbe essere attori. Sennonché gli attori difficilmente ne capiscono di poesia. Tocca ai poeti, se lo vogliono, di inventarsi qualche stratagemma.

Il Poetry Slam è rivolto verso questa intenzione, e credo che i poeti tradizionali che vi partecipano dovrebbero tenerne conto. Altrimenti diventa una semplice gara di poesie.

Personalmente ravvedo un limite nella comunicazione scritta: che è formata da geroglifici che vanno tradotti. Esattamente come si traduce dal dialetto all’italiano, solo che avviene più rapidamente. Ad esempio: il suono A della voce ha un suo pentagramma che si scrive disegnando la lettera A. Leggendola, e pronunciandola, viene tradotta in un suono che poi ha anche un senso. Il lavoro di traduzione comporta una certa fatica, anche per questo credo che molte persone leggono poco. Lo so, voi penserete a ragioni culturali più complesse, ma io dico che questa potrebbe essere la prima, semplice ragione per la quale leggere può essere complicato.

Leggere al pubblico con il solo suono della voce, rendendosi imperscrutabili, magari per rispetto dell’arte della scrittura, vuol dire non voler uscire dalla scrittura stessa.

Qui stiamo muovendo delle accuse alla scrittura. Ma sono le stesse accuse che vengono fatte alle altre arti, di essere diventate cannibalesche riproduzioni che la cultura sta facendo di se stessa, arrivando a parlare quasi solo a se stessa e per se se tessa.

Questo ha portato al fatto che i poeti di oggi sono soli ma non vogliono rendersene conto. Sono degli inguaribili romantici. E poi molto è già stato scritto in poesia, ce ne sarebbe da restare incantati ancora per tantissimi anni, insomma ne abbiamo le scorte.

E’ finita. Questo è quello che vorrei dirvi. E’ il momento di avere fiducia, di liberare la poesia dalla scrittura. E di trovargli altre sedi come la visionarietà, la filosofia, la teoria, il silenzio, il dialogo e molte altre. Ho detto delle sedi, non delle poetiche, delle sedi per la poesia. E questo accade sicuramente nella poesia detta a voce. Perché questo è, quasi, l’antico canto.

Il canto, che bella e giusta parola. In fondo è il termine che mi sembra più appropriato per indicare la poesia della voce. Che è una nuova forma di poesia. Se volete anche un ritorno alle origini, ma non è detto che non ce ne sia bisogno.

Tuttavia il Poetry Slam ha il limite di essere ancora una trasposizione della parola scritta, seppure scritta anche per la voce. E’ ancora un meccanismo a metà, in fondo la sua novità risale già a una dozzina di anni fa. Si sta diffondendo qui in Italia ma con una certa lentezza, per questo si stenta a vederne i frutti se non per il fatto che diverte anche la gente. Ma non è poco.

Il passo successivo potrebbe essere la presenza dell’artista uomo/donna poeta.

Per questo servono nuove scritture. Anche, e dico anche, quella su carta.

    

Ennio Abate a Sig. X:

Caro…,

provo a rispondere alle tue note, dopo aver sottolineato i passi che mi dicono (in positivo o in negativo) di più.

Non sono convinto che il poetry slam sia di per sé (in quanto poetry slam) «un passo avanti rispetto alla poesia scritta e poi letta in silenzio, oppure letta in un reading». Certamente si tratta di un fenomeno da interrogare e capire nelle cause (materiali e culturali) che l’hanno fatto nascere e diffondere. E mi pare che Lello Voce [1], ad esempio, indichi bene il suo forte legame «con la nascita di nuovi media, come i registratori e riproduttori di suono». Per questa via, a suo parere, la poesia avrebbe riscoperto le sue «radici sonore» e al contempo acquisterebbe un significato antiaccademico e di “svecchiamento”. Questa è la sua – chiamiamola così – “aspettativa militante”. Io, comunque, non credo sia un passo avanti o un progresso. È, sì, uno strumento espressivo in più. Che nelle forme storiche precedenti per molto tempo è stato messo in sordina; e che ora alcuni poeti (e vari aspiranti poeti) trovano più adatto alle loro (chiare? confuse?) esigenze. Si vedrà col tempo che risultati darà.

Per ora suscita innamoramenti e diffidenze. Il mio atteggiamento è di curiosità e di attesa. I rischi ci sono. E li vedi anche tu, se scrivi: «Altrimenti diventa una semplice gara di poesie». Infatti, la gara, di per sé, non mi pare un pericolo o un sicuro danno per la ricerca poetica. Se però finisse per prevalere una sorta di esplicita e aggressiva selezione della specie poetica all’insegna del contrasto vecchio/nuovo l’elemento conflittuale (naturale in una certa misura) deformerà questo tipo di ricerca. Già adesso mi pare che siano avvantaggiati i poeti o aspiranti poeti meno impacciati in pubblico nella gestione del proprio corpo. O che hanno doti attoriali e d’intrattenitori di fronte a un pubblico eterogeneo (e – diciamolo – spesso alquanto distratto e di bocca buona). Tanto che in una ipotetica gara “extra-storica” un Marinetti guerrafondaio la spunterebbe alla grande su un Leopardi ingobbito e cosmicamente pessimista.

Se va concesso uno spazio di ascolto e di discussione (critico però) al fenomeno del poetry slam (ovviamente poetico per gli “slamisti” , parapoetico al massimo secondo i loro critici), non credo però giusto cedere sull’importanza da dare alla lettura e alla scrittura. Sì, «il lavoro di traduzione [dalla parola al suono, per non parlare del lavoro di comprensione dei significati della parola stessa] comporta una certa fatica». Ed è sempre più vero che molte persone leggono poco o niente. Quindi, se il poetry slam arrivasse a confermare una resa alla odierna cultura di massa visiva e spettacolarizzata (e soprattutto ai rapporti sociali sempre più divaricati e diseguali di cui è sintomo!), finirebbe per contribuire pur esso a un adeguamento anche delle residue e sempre precarie fasce resistenti costruitesi nella cultura del libro a un imbarbarimento. Che – questa la mia opinione – andrebbe a beneficio esclusivo di scelte politiche elitarie. Per me, perciò, dalla scrittura e dalla lettura si può anche uscire, ma mai definitivamente; e cioè fin quasi ad abbandonarle o sprezzarle del tutto. Meglio: da tutto si dovrebbe uscire, evitando di fossilizzarsi, ma per sapere poi rientrarci meglio. Le scritture o le arti che diventassero o sono già diventate autoreferenziali si possono ben contrastare con scritture e arti che non lo sono diventate. Quindi non concordo sulla tua invocazione a «liberare la poesia dalla scrittura» (potrei accettare semmai una precisazione: da certi tipi di scrittura).

Un altro dubbio mi sorge, quando attribuisci alla «poesia detta a voce» il raggiungimento (possibile? certo?) dell’«antico canto» o vedi nel poetry slam «un ritorno alle origini» (già possibile o possibile in prospettiva). Qui sovrapponi al fenomeno tue aspettative profonde. Io penso, invece, che alla storia non si sfugga tanto facilmente, che una eventuale poesia-canto che spuntasse oggi avrebbe vaghe analogie con l’«antico canto»;   e che, insomma, «un ritorno alle origini» sia impossibile. Ma di questo parleremo più a fondo in altra occasione.

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[1] Un’intervista a Lello Voce http://www.lellovoce.it/spip.php?article563

                  

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