…e ci indossiamo stropicciati di Luigi Paraboschi, nota di Claudia Zironi

Ishiyama Moroka, "Otto vedute della storia di Genji", MET Museum New York

…e ci indossiamo stropicciati di Luigi Paraboschi, Terra d’ulivi Ed., 2018, nota di Claudia Zironi.

    

     

Leggendo la prima volta questo libro, al terzo o quarto sobbalzo di cuore, l’ho pensato, presa da grande entusiasmo, “immenso” e ho esplicitato questa qualità in facebook, venendo subito ridimensionata dall’autore stesso, probabilmente un po’ interdetto e imbarazzato dall’iperbole.
Vorrei ora spiegare questo entusiasmo ripercorrendone i passaggi.

Paraboschi in ottant’anni di vita ha dato ampio agio al proprio pensiero di maturare in letture e riflessioni e alla propria penna di esercitare uno stile sicuro e personale. Al contempo, mentre vinceva numerosi premi letterari, pubblicava solo un primo libro, Geometrie precarie, nel 2009, e questo “…e ci indossiamo stropicciati” di cui vi parlo, da poco uscito con Terra d’ulivi edizioni, è il secondo. Data l’età anagrafica dell’autore, possiamo pensare questi due libri come ideali contenitori di studi, esperienze e riflessioni di una media di quarant’anni di vita ciascuno.
Dunque Paraboschi sa come scrivere e di cosa scrivere. Ha un’idea certa di cosa sia la poesia.
La sua composizione, meticolosa, sicura, senza sbavature, non cerca effetti speciali in sensazionalismi o in neosperimentalismi, viene diretta e fiera dal novecento di Montale e ha fatto tesoro di Ossi di Seppia e di Satura. Non andremo a esplorare come “maestri” Sereni, Quasimodo, un certo Pavese e finanche un certo Pasolini, ma piuttosto come compagni maggiori di percorso. A “La verità vi prego sull’amore“ di Auden è riservata una risposta in versi da pari a pari, disincantata e ironica, con un esergo di Szymborska e una chiusa che ricorda un verso della giovane autrice Silvia Secco come se il dialogo, più che con Auden fosse con quest’ultima. Nessuna reverenza dunque per chi ha fatto il novecento letterario, l’unica attenzione è per il lettore.

Vorrei ora proporvi un passaggio del romanzo “Il mio nome è rosso” di Orhan Pamuk a proposito della miniatura, e, a mio parere, riferibile anche alle opere di altri ambiti artistici:
“Se nel contesto del disegno c’è amore, il disegno dev’essere fatto con amore… Se c’è dolore, anche nel disegno deve scorrere dolore. Ma il dolore non deve scaturire dai personaggi del disegno o dalle loro lacrime, ma dalla sua armonia interna che in un primo momento non si vede ma si sente. Io non ho disegnato un personaggio a bocca aperta come fanno centinaia di maestri da secoli per illustrare la meraviglia, ma ho meravigliato tutto il disegno.”
Paraboschi – vi dò questa notizia non esplicitata nella biografia riportata nel libro – è anche pittore, e forse per questo la sua poesia cerca la metafora in vivide immagini che accompagnano il lettore al ricordo dei suoi amati Morandi e Cèzanne. E facendolo ottiene l’effetto, sopra descritto da Pamuk, di rendere il contesto poetico, incorniciando la narrazione, amaro, o triste, o sarcastico, o dolce, o meravigliante.

Addentrandoci in un’analisi più dettagliata del lavoro dell’autore, possiamo notare, innanzi tutto, come egli ci conceda indizi per trovare il filo conduttore tra il primo “Geometrie precarie” e questo secondo libro “…e ci indossiamo stropicciati”.
Entrambi i titoli fanno riferimento all’orpello della carne e della vita che ancorano l’anima a un tempo terreno imperfetto e finito. All’interno di “…e ci indossiamo stropicciati” troviamo la poesia “Vivere tra parentesi” che fa da collegamento con la prima sezione di “Geometrie precarie” in cui sono le metafore matematiche a marcare gli stili e i moti dei viventi. E in “Oblivion è” viene ricordato che è il bandoneon di Piazzolla la colonna sonora di entrambe le letture.
Il libro è ricco non solo di dediche e di riferimenti al mondo privato e pubblico dell’autore ma anche a versi di poeti a lui cari, vicini o più giovani di lui, come a darci una dimostrazione di attualità e modernità intellettuale. Si diceva più sopra della citazione di un verso di Secco: l’autrice viene citata anche in una seconda poesia, “Il cacciatore di anime”, a lei probabilmente dedicata, dove troviamo riportati i versi di varie poetesse vicine a Paraboschi. Questa lirica ci fornisce una chiara indicazione, se già non fosse sufficiente a insospettirci il fatto che l’autore in altri testi scrive come donna di fatti da donna, della propensione alla ricerca dell’intimo umano, con un particolare interesse per l’universo femminile.

Ma, fatte tutte queste debite considerazioni di interesse sulla scrittura di Paraboschi, restano finalmente e soprattutto i sobbalzi del cuore, di cui dicevo in apertura di questa pagina di appunti, a giustificare la mia esclamazione “immenso”.
Quindi vi lascio con una selezione di testi da “…e ci indossiamo stropicciati”, a mia discolpa e per vostro apprezzamento.

     

da
Il ghiaccio della gronda (pag.7)

Dici “qui piove”, quasi per troncare un discorso
che t’infastidisce. Ne prendo nota con rassegnazione,
non è diverso il mio giorno anche se fuori brilla il sole.
Sempre chiusi rimaniamo dentro quegli spazi
che sono privatamente nostri e che non vogliamo aprire,
come un armadio in cui si accumula la biancheria
lavata ma non stirata e solo all’occorrenza
si prende a caso ciò che serve e poi s’indossa
quello che richiede l’occasione ma
la nostra scorta di chiusure è così grande
che non basta la buona volontà per fare di noi
esseri nuovi e alla fine ci indossiamo stropicciati.

*

Il vento che ci spinge ai margini (pag.10)

Il vento che ci spinge tutti ai margini
impedisce d’arrestare le distanze
e dentro il giorno resta la voglia
di parole tonde senza angoli:

“fiore, bue, cane, girasole, gatto”.

È la gratuità a fare meno arido
un incontro tra due cespugli
rotolanti dentro quel vento

la capacità di pronunciare
solo parole brevi crea una storia
e incide la pietra che grava
sopra ogni speranza.

*

da
La non appartenenza (pag.14)

Trapassa anche te il malessere
della non appartenenza come se
viaggiassi dietro vetri oscuri?

Al risveglio ti succede
d’indossare abiti non tuoi, poveri
indumenti che coprono le debolezze
e fanno vergognare dei pensieri?

Oppure ti sembra che la vita
talvolta sia un fiato tronco,
e cerchi il respiro del giorno
dentro gli occhi di chi incontri?

ora che il fumo dei vulcani s’è allontanato
resta questo ansimare persistente che qualcuno
-per mia ironia- ritiene tosse cardiopatica.

*

Giardino in attesa (pag.33)

Per il becco avido e pettegolo
degli storni lascio sopra i rami
i frutti arancio dalla polpa tenera
e dalle foglie quasi amaranto
che appianano sulla terra senza svolazzi.

Il fico ha palmi rinsecchiti
che si screpolano sotto la ramazza
e la vite attende le cesoie per risorgere
come la fiducia cieca dei fedeli.

Ogni cosa si decompone, le gocce
del novembre stilettano sopra una stagione
che ripesca il suo passato nella memoria
dei rami calcinati delle piante scortecciate
e tutto si condisce con la pazienza
nell’attesa della neve, quando e se verrà.

Domani nascerà Lorenzo.

*

da
Un sogno rimesso in piedi (pag.35)

Se non capisci il fascino che possiede
un giardino abbandonato e non avverti
né la stanchezza che c’è nei cancelli
arrugginiti e chini davanti alle sterpaglie
che impediscono il passo, né il respiro
di un catenaccio sferragliante
che sembra miagolare, non saprai gustare
la bellezza di quelle rose imbastardite
che rifioriscono malgrado ogni incuria.

Non gusterai la pace di essere distanti
da ogni cosa e sarai vivo senza che il rumore
ti conduca in giro quando il brusio che s’ assopisce
dentro te prenderà la consistenza del silenzio.

*

Oblivion è (pag.41)

È un fiume lento senza correnti
che scivola pacato come una carezza
dopo l’amore e senti leggera
un’ala che è soffio di polvere, sabbia
che fluisce dentro il vetro del tempo.

È vena da cui esce un sangue di caramella
per una ferita dal taglio dolce
e lo vorresti quasi bere per assaporare
il gusto che ha l’abbandono.

È l’altra dimensione di un pensiero
diventato fluido nelle dita
per poi sciogliersi dentro la penna
e diventare parola che non sapevi
e che ignoreresti forse per sempre.

È come morire, finalmente respirare
dentro un’altra bocca che possa darci
quel fiato da sempre mancante,
stare lunghi e distesi dentro la piroga
che ci porta via da tutto e così porre fine
all’agonia dolce e desiderata
che è stata tutta questa assenza.

(ascoltando Piazzolla)

*

La verità, vi prego, sull’amore (pag.47)

“non c’è nulla di più animale
della coscienza pulita

sul terzo pianeta del Sole”
                W. Szymborska

E adesso, vi prego, facciamo silenzio.

Lasciamo a casa ceri, crocifissi e corone,
senza scomodare il fuoco eterno.
Che ognuno senta nella carne
com’è lancinante dover decidere
chi deve restare e quando andare.

Ma facciamolo da soli
nelle nostre stanze
senza farci intervistare
da domande come:
“cosa prova di fronte a questa decisione ?”.

Pensiamo al nostro cane.

Chi vuole scelga il gatto
e poi decida se sia facile parlare
attorno alla speranza che va via.

Ma lo faccia sottovoce,

Dio ci ascolta anche quando
lo pensiamo con la “d” minuscola.

*

da
Un pomeriggio un po’ così (pag.54)

Se ti riguardi il quadro “la grande jatte” mi vedrai:
sono quella in primo piano, senza parasole, invece io
sedevo in riva al mare con la testa sulle ginocchia
e sfilacciavo granuli di sabbia simulando il tempo.

Speravo solamente in un sorriso e in molto silenzio,

*

Vivere tra parentesi (pag.58)

Certo, si può anche tentare di vivere
dentro due parentesi tonde, lasciare
il mondo fuori e leggere nella notte
i racconti di Sherazade,

con un poco di buona volontà
si potrebbero anche aggiungere
due parentesi quadre supplementari
e allora la narrazione sarebbe più protetta
dagli influssi delle correnti
dal rimorso per le sofferenze
nei nostri comportamenti,
-regali a chi, forse, non lo meritava-.

Volendo, con fantasia, potremmo
anche ricorrere a due ulteriori
parentesi graffe così lo scudo protettivo
ci sembrerebbe eterno,

ma l’algebra insegna
che prima o poi tutte le parentesi
devono essere sciolte per ottenere
la risposta all’equazione,

e ben sappiamo che non ci basterà
andare a cercare la soluzione
all’ultima pagina del libro degli esercizi
per scoprire se quella adottata
era stata la risposta esatta.

*

Il cacciatore di anime (pag.60)

Ho cassetti pieni di pezzetti d’anima
che svolazzavano nell’aria
di qualche pagina di versi,

talvolta li riapro e trovo:
                        “…tu, un’urgenza prima del bisogno”
pure:
                        “…ci si arrende nell’attesa dell’ingovernabile”
e anche:
                        “…nessuno si affiancava nei miei silenzi”
e poi:
                        “…la nostalgia che soffro è dell’adesso”
e questa cosi’ vera
                        “…scriviamo del dolore nelle pieghe
                        di poche poesie venute male”
volano in alto e
chiedono d’essere catturate
perché non sanno vivere
senza essere prese
e portate via dentro il cuore

Le afferro con un’occhiata
nello spazio di un battito di strofe,
senza fatica, sono lì, leggere
e talvolta qualcuna
offre il corpo con la riservatezza di chi
si spoglia per la prima volta
e teme il giudizio di chi l’osserva.

Guardo, quasi le accarezzo
ma ce n’è una che mi sfugge sempre,
e la vorrei accanto per parlare,
è l’anima che avrei voluto solo sfiorare
                        perché canta sempre
                        in solitaria
                                      Conta quel che chiudi
                                      nel pugno.
                                      Il cuore per esempio conta.
                                                  Mia madre sostiene
                                                  del pugno
                                                           che sia l’unità di misura
                                                           del riso.

a S.

*

paraboschi cover
in apertura Ishiyama Moroka, “Otto vedute della storia di Genji”, MET Museum New York

2 thoughts on “…e ci indossiamo stropicciati di Luigi Paraboschi, nota di Claudia Zironi”

  1. C’è nella poesia di Paraboschi una gentilezza e una franchezza disarmante. Come in una carezza che ti trasmette una scossa elettrica ad alto voltaggio. Come nello sguardo di chi ti interroga e non ti sfida.

    1. ringrazio Giuseppe Martella per il suo giudizio sui miei versi.
      Sono felice di quanto ha scritto su di me anche l’amica Claudia alla quale rammento qualcosa che lei ignora : nella mia breve carriera i libri pubblicati sono tre, ed il primo è del 2007 dal titolo ” il peso delle foglie ” ma credo che solo pochi intimi di quella lontana stagione ne abbiamo un copia, essendo stato pubblicato in forma privata e senza alcuna forma pubblicitaria. Grazie ancora a tutti e tutte

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