Freedom to obey, editoriale di Emanuela Rambaldi

demetrio-poli-lo-sguardo-delle-immagini-st-01-2016

Freedom to obey, editoriale di Emanuela Rambaldi.

 

 

Eccoci qui.
Nel pieno dei nostri 15 minuti di notorietà, moltiplicati all’infinito,
drogati dell’esibizione.

Sono
solo se tu mi guardi.
Nel numero dei tuoi occhi
è la mia essenza.

Eccoci qui. Sul palcoscenico instabile delle nostre vite. Mettiamo in scena la quotidianità.
E dato che la banalità non interessa a nessuno, inventiamo il paradosso di esperienze uniche, irripetibili perché tutti si possano riconoscere
o fingere di riconoscersi
o sperare un giorno di riconoscersi.

Desidero
più di ogni altra cosa
desidero
la mia immagine
riflessa
nel tuo desiderio

Eccoci qui.
Accomodati nei nostri confortevoli giacigli permeati di aromi artificiali.
In linea con la nostra magnifica comunità, a condividere i nostri straordinari pensieri.
Ci diciamo.
E’ una strategia di distrazione di massa.
E ha ottenuto il massimo del successo, un risultato oltre ogni aspettativa.
Ci diciamo.
Ci hanno venduto l’idea della libertà. E ora che l’abbiamo acquistata e abbiamo scoperto che si trattava della libertà di comprare (ma non di scegliere), non è previsto il reso merce.

Valgo
perché consumo.
Perché so farlo.
Perché posso farlo.

Ci diciamo.
Si sono approfittati del nostro bisogno di svago, e della nostra irresistibile spinta verso il vuoto.
Ci hanno fatto credere che bastasse riempire il vuoto con gli oggetti, che la materia avrebbe vinto.
Ci hanno insegnato i bisogni, e come raggiungerli. E abbiamo trovato il nostro valore commerciale, perfettamente realizzato nel consumo.
Ma se il capitale vince sulle nostre menti – vince per sempre.

Sono
quello che compro (l’identità attraverso i consumi)
Sono
quello che sembro (l’identità attraverso le apparenze)

Ci prende un leggero assopimento
mentre parliamo
e allunghiamo pigramente il braccio verso il bicchiere.
Ci sfugge un sorriso.
Abbracciamo la nostra luminosa illusione di non essere perduti.
Che se siamo qui
se ne parliamo
ne scriviamo
ne leggiamo
se qui si fa poesia
allora noi
siamo resistenza.

Questo lussuoso miraggio
è tutto ciò che abbiamo.
Accontentiamoci.

 

 

Freedom to obey  è il titolo di una canzone dei Green Day, da 21st Century Breakdown, 2009

 

 

Demetrio Polimeno, Lo sguardo delle immagini, st 01 2016
Demetrio Polimeno, Lo sguardo delle immagini, st 01 2016

3 thoughts on “Freedom to obey, editoriale di Emanuela Rambaldi”

  1. Mi piace l’editoriale di Emanuela Rambaldi; mi piace dall’incipit: “Eccoci qui. / Nel pieno dei nostri 15 minuti di notorietà, moltiplicati all’infinito / drogati dell’esibizione.”
    alla chiusa: “Questo lussuoso miraggio / è tutto ciò che abbiamo. / Accontentiamoci.”.
    E mi rende conto che potrei sembrare contraddittorio: avrei potuto mettere il “mi piace” senza apparire, ma non l’ho fatto per una semplicissima ragione: non ne sono capace.
    Ad ogni modo, approfitto della mia mancanza (c’è sempre un aspetto positivo) per dire che mi ha colpito l’autenticità, la schiettezza dell’autrice: ma si – ammettiamolo – siamo tutti un po’ narcisi. Che male c’è, poi? L’importante è esserne davvero consapevoli: già questo è un passo avanti, quel passo che ci fa abbracciare la nostra illusione (non ingannevole, però: mi permetto di qualificarla) “di non essere perduti” e che “se siamo qui / se ne parliamo / ne scriviamo / ne leggiamo / se qui si fa poesia / allora noi / siamo resistenza.”.

    Sandro Angelucci

  2. Mi sembra interessante riportare qui un breve passo del libro di Roberto Calasso, “L’innominabile attuale”: ” Ricordo un varietà televisivo a cui partecipava una ignota ragazza della profonda provincia italiana. Era tonda, graziosa, vacua. Secondo il format della trasmissione, la presentatrice doveva porre alcune domande a tre ragazze. Venne il turno della ragazza tonda. ” Che cosa vorresti essere?” disse la presentatrice. “la pubblicità” rispose la ragazza. La presentatrice non battè ciglio. “E perchè?” chiese ancora. ” Perché la vedono tutti” rispose la ragazza. Seguì uno scroscio di applausi rituali dalla’oscurità del pubblico. Aveva parlato lo Zeitgeist”. ( R. Calasso, L’innominabile attuale, Adelphi, Milano 2017. p. 61).

  3. Conciso e suggestivo l’editoriale di Emanuela Rambaudi. Un’apologia ispirata (disperata?) della funzione della poesia nella società dello spettacolo, siglata dallo splendido verso “Nel numero dei tuoi occhi / è la mia essenza”. Assolutamente pertinente mi sembra il rinvio a Calasso di Paolo Gera. Vorrei solo suggerire un racconto, quasi dimenticato, di Alasdair Gray (The Modern Book of the British Short Stories, vol. II, ed. by Philip Hensher) “Five Letters from an Eastern Empire”. Una illuminante metafora del rapporto fra la poesia e il potere.

Gentile lettore, all'autore di questo articolo farà molto piacere se vorrai lasciare un commento.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: