La fabbrica dell’infelicità, editoriale di Emanuela Rambaldi

Ivo Mosele, Il morso

La fabbrica dell’infelicità, editoriale di Emanuela Rambaldi.

   

   

E’ molto semplice.
La felicità è  l’obiettivo che ognuno di noi deve pretendere di veder realizzato.
Per raggiungerlo, ci vengono date istruzioni. Cosa desiderare. Come competere per ottenerlo.
In cammino, può capitare di smarrire l’orientamento, o forse di dimenticare lo scopo del viaggio, o forse può capitare di temere di non raggiungere mai la meta.
Per aiutarci, affinché lo sforzo sia assente, e soprattutto non soffermiamo troppo a domandare e a domandarci, ci aiutano a perdere definitivamente il senso di noi stessi, psicologi, opinionisti, pubblicitari, stilisti, calciatori, imprenditori, amanti del lusso e dell’ostentazione, che con i loro corpi scolpiti e abbronzati, accompagnati da donne bellissime su yacht da sogno, con sorriso ammiccante, si rivolgono ai nostri sguardi bramosi e ci invitano – a divertirci.
Perchè la felicità è lì, a portata di tutti. Non costa fatica. E’ facile da raggiungere.
Tutti sanno che è un bluff. Tutti ci credono. Sono le regole del gioco.
Da una parte si afferma che la felicità è un diritto universale, dall’altra si creano le condizioni per la sua definitiva impossibilità.
Ogni giorno la distanza tra i nostri piccoli mondi quotidiani e l’abbagliante universo dei nostri maestri di vita aumenta a dismisura.
Così l’infelicità diventa un affare.
Ci vengono proposti modelli irraggiungibili (o falsi modelli), poi ci vengono offerti (falsi) mezzi per raggiungerli. Che sono – fondamentalmente – merci.
Tutta l’economia si basa su questo: la tensione al raggiungimento di un benessere necessario, anzi obbligatorio (la felicità) che verrà perennemente frustrato e perciò necessita di essere continuamente alimentato.
E quando l’insoddisfazione per la mancata conquista si fa patologica, il mercato offre migliaia di legalissimi rimedi chimici atti ad evitare i nostri attacchi di panico, ad abbassare il nostro livello d’ansia e ad alzare quello del torpore mentale. Perché più siamo distratti e il nostro cervello soffocato da falsi bisogni, più siamo manipolabili, quindi economicamente allettanti. Senza contare che un popolo anestetizzato è l’ideale di ogni classe dirigente e di ogni oligarchia economica e politica.
Mai come prima nella storia, il modello sociale attuale è fondato sulla più assoluta libertà di scelta.
Mai come prima nella storia questa rappresenta la più assoluta delle menzogne.
La moltiplicazione delle offerte non ha nulla a che fare con la reale libertà di scelta.
Scegliamo solo ciò che altri vogliono che scegliamo. Nell’enorme supermercato che è diventata la nostra vita ci avventuriamo nelle corsie letteralmente guidati verso ciò che qualcun altro ha deciso che sia per noi indispensabile.

Che fare?

Coltivare il pensiero libero, come un orto, da curare giorno dopo giorno.
Praticare una cultura non omologata, smarcarsi dalle mode di qualsiasi tipo e di qualsiasi genere (e, cosa ben più ardua, saperle riconoscere).
Leggere, scrivere. Ascoltare, fare musica. Viaggiare. Percorrere sempre le strade meno battute.
E soprattutto. Smettere di avere paura dell’infelicità.
Non saremo mai all’altezza dei modelli. Saperlo, è già essere liberi. Il fallimento non è una sconfitta, se l’obiettivo era di qualcun altro.
E se l’inadeguatezza, l’impossibilità di aderire ai modelli, causa la nostra infelicità. Allora sbarazziamoci dei modelli.
Facciamo della nostra naturale infelicità un punto di forza. Facciamone la nostra cura.
I migliori, dell’infelicità, ne hanno fatto un’arte.

      

Giacomo Leopardi.
Canto notturno di un pastore errante dell’Asia

    

Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,
Silenziosa luna?
Sorgi la sera, e vai,
Contemplando i deserti; indi ti posi.
Ancor non sei tu paga
Di riandare i sempiterni calli?
Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga
Di mirar queste valli?
Somiglia alla tua vita
La vita del pastore.
Sorge in sul primo albore
Move la greggia oltre pel campo, e vede
Greggi, fontane ed erbe;
Poi stanco si riposa in su la sera:
Altro mai non ispera.
Dimmi, o luna: a che vale
Al pastor la sua vita,
La vostra vita a voi? dimmi: ove tende
Questo vagar mio breve,
Il tuo corso immortale?

Vecchierel bianco, infermo,
Mezzo vestito e scalzo,
Con gravissimo fascio in su le spalle,
Per montagna e per valle,
Per sassi acuti, ed alta rena, e fratte,
Al vento, alla tempesta, e quando avvampa
L’ora, e quando poi gela,
Corre via, corre, anela,
Varca torrenti e stagni,
Cade, risorge, e più e più s’affretta,
Senza posa o ristoro,
Lacero, sanguinoso; infin ch’arriva
Colà dove la via
E dove il tanto affaticar fu volto:
Abisso orrido, immenso,
Ov’ei precipitando, il tutto obblia.
Vergine luna, tale
E’ la vita mortale.

Nasce l’uomo a fatica,
Ed è rischio di morte il nascimento.
Prova pena e tormento
Per prima cosa; e in sul principio stesso
La madre e il genitore
Il prende a consolar dell’esser nato.
Poi che crescendo viene,
L’uno e l’altro il sostiene, e via pur sempre
Con atti e con parole
Studiasi fargli core,
E consolarlo dell’umano stato:
Altro ufficio più grato
Non si fa da parenti alla lor prole.
Ma perchè dare al sole,
Perché reggere in vita
Chi poi di quella consolar convenga?
Se la vita è sventura,
Perché da noi si dura?
Intatta luna, tale
E’ lo stato mortale.
Ma tu mortal non sei,
E forse del mio dir poco ti cale.

Pur tu, solinga, eterna peregrina,
Che sì pensosa sei, tu forse intendi,
Questo viver terreno,
Il patir nostro, il sospirar, che sia;
Che sia questo morir, questo supremo
Scolorar del sembiante,
E perir dalla terra, e venir meno
Ad ogni usata, amante compagnia.
E tu certo comprendi
Il perchè delle cose, e vedi il frutto
Del mattin, della sera,
Del tacito, infinito andar del tempo.
Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore
Rida la primavera,
A chi giovi l’ardore, e che procacci
Il verno co’ suoi ghiacci.
Mille cose sai tu, mille discopri,
Che son celate al semplice pastore.
Spesso quand’io ti miro
Star così muta in sul deserto piano,
Che, in suo giro lontano, al ciel confina;
Ovver con la mia greggia
Seguirmi viaggiando a mano a mano;
E quando miro in cielo arder le stelle;
Dico fra me pensando:
A che tante facelle?
Che fa l’aria infinita, e quel profondo
Infinito Seren? che vuol dir questa
Solitudine immensa? ed io che sono?
Così meco ragiono: e della stanza
Smisurata e superba,
E dell’innumerabile famiglia;
Poi di tanto adoprar, di tanti moti
D’ogni celeste, ogni terrena cosa,
Girando senza posa,
Per tornar sempre là donde son mosse;
Uso alcuno, alcun frutto
Indovinar non so. Ma tu per certo,
Giovinetta immortal, conosci il tutto.
Questo io conosco e sento,
Che degli eterni giri,
Che dell’esser mio frale,
Qualche bene o contento
Avrà fors’altri; a me la vita è male.

O greggia mia che posi, oh te beata,
Che la miseria tua, credo, non sai!
Quanta invidia ti porto!
Non sol perchè d’affanno
Quasi libera vai;
Ch’ogni stento, ogni danno,
Ogni estremo timor subito scordi;
Ma più perchè giammai tedio non provi.
Quando tu siedi all’ombra, sovra l’erbe,
Tu se’ queta e contenta;
E gran parte dell’anno
Senza noia consumi in quello stato.
Ed io pur seggo sovra l’erbe, all’ombra,
E un fastidio m’ingombra
La mente, ed uno spron quasi mi punge
Sì che, sedendo, più che mai son lunge
Da trovar pace o loco.
E pur nulla non bramo,
E non ho fino a qui cagion di pianto.
Quel che tu goda o quanto,
Non so già dir; ma fortunata sei.
Ed io godo ancor poco,
O greggia mia, nè di ciò sol mi lagno.
Se tu parlar sapessi, io chiederei:
Dimmi: perchè giacendo
A bell’agio, ozioso,
S’appaga ogni animale;
Me, s’io giaccio in riposo, il tedio assale?

Forse s’avess’io l’ale
Da volar su le nubi,
E noverar le stelle ad una ad una,
O come il tuono errar di giogo in giogo,
Più felice sarei, dolce mia greggia,
Più felice sarei, candida luna.
O forse erra dal vero,
Mirando all’altrui sorte, il mio pensiero:
Forse in qual forma, in quale
Stato che sia, dentro covile o cuna,
E’ funesto a chi nasce il dì natale.

*

            

Ivo Mosele, Il morso
Ivo Mosele, Il morso

One thought on “La fabbrica dell’infelicità, editoriale di Emanuela Rambaldi”

  1. un’analisi perfetta ed apprezzabile per l’assoluta assenza dei tanti ” bla- bla ” che si trovano in giro, specie in rete. il pezzo migliore del testo è il finale, le conclusioni che l’autrice trae, perchè sono la sintesi di cosa fare per essere veramente felici.
    brava Manuela

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