Le altre lingue, editoriale di Sergio Rotino

Henry Farrer, Città e tramonto

Le altre lingue, editoriale di Sergio Rotino.

     

     

La lingua italiana è la forma di comunicazione che unisce sotto un unico ombrello chiunque viva, o voglia comunicare con chi vive, sul territorio geopolitico identificato comunemente come Italia. Una definizione da libro scolastico, questa: precisa, inoppugnabile. Quanto però essa tace è che, a fare la lingua italiana, concorrono gli abitanti di tutta la penisola. E vi concorrono non attraverso le rispettive tradizioni culinarie, ma con i rispettivi dialetti, quelli che vengono indicati come sublingue ovvero non aventi la nobiltà della lingua patria. Senza rendersi conto che popoli e patria siano concetti che si tengono insieme attraverso il tessuto orografico delle lingue parlate dentro i territori e della miriade di varianti lessicali di cui sono composte.

Se l’italiano è dunque la patria, i dialetti sono la matria, i dialetti sono i tanti figli partoriti da una unica madre. Le lingue dialettali possono allora essere sì lontane fra loro per suoni e significati, ma vicinissime per quanto tramandano di più interno, di più profondo, di più intimo, di più legato alla terra. Sono loro che dettano la trasmissibilità, la stessa divulgazione delle esperienze.

Il dialetto resta elemento folcloristico solo in chi non lo vuole ascoltare, in chi teme l’altro da sé, la possibilità di essere contaminato. Un concetto, quello della contaminazione, più antico di quanto ci si immagina rimanendo ancorati alla superficie della stretta contemporaneità. Basta pensare a come, da sempre, artisti e artigiani si sono mossi lungo lo stivale (e non solo) portando altrove la loro opera. Si comprendeva perciò il bergamasco di Arlecchino anche in Sicilia? Si veniva trasportati da una canzone napoletana anche a Venezia? Probabilissimo se non certo. Non era tanto la lingua a creare diffidenza, quanto le abitudini. La lingua, le lingue, i dialetti sono sempre stati la base per uno scambio, per una interpretazione, per un dialogo inter-nazionale, sovra-locale.

La poesia sembra aver dimenticato questa preziosa natura delle lingue, preferendo l’angolo dell’italiano, anche giustamente – sia chiaro. Peccato che così facendo, quanto non rientra nello schema sia visto ed etichettato come minoritario, laterale, non possa quasi mai assurgere a importanza nazionale. Eppure i dialetti continuano a resistere e a esistere sotto forma di poesia, a mutare anche, e non solo a restare cristallizzati in una tradizione linguistica priva di evoluzione. Ogni lingua finché ha parlanti è una lingua viva, che perciò tende a mutare e a rinnovarsi, pur restando fedele al proprio territorio. Questo è dell’italiano come dei dialetti italiani.

Voglio ribadire come sia l’architrave composto dalle lingue locali a creare la possibilità per genti diverse di interfacciarsi usando una lingua sovranazionale, ma restando perfettamente riconoscibili. Proponendo una identità localistica eppure universale. Detto altrimenti, non vi è parola che non possa entrare in relazione con altre parole; non vi è identità che, ponendosi su un piano di ascolto e di rispetto, non possa colloquiare con altre identità.

A questo tende anche una piccola antologia uscita nel 2017. Nessuna intenzione di fare il punto della situazione fra le pagine di Parole sante 3, bensì il desiderio di raccontare la vitalità e la necessità dei dialetti per formare un dialogo comune. Anche per questo, lungo le pagine dell’antologia non si crea nessuna geografia dei Cento Comuni, ma si accostano dialetti provenienti da varie parti d’Italia. Ancora, non sono solo poeti che si esprimono principalmente nella loro lingua madre ad apparire in Parole sante (alcuni di essi trovano ospitalità in questo numero di Versante Ripido). Ci sono anche autori che mai avevano provato ad approcciare il parlato dei loro avi su carta, componendo testi poetici.

Ecco, nuovamente, questa è la ricchezza dei dialetti: la relazione fra lingue, fatta alla pari. Un bagno da cui si esce uniti, pur mantenendo intatte le proprie differenze. Proprio quello che questo numero di Versante Ripido prova a far percepire ai suoi lettori.

         

Henry Farrer, "Scena invernale alla luce della luna", 1869 - in apertura "Città e tramonto", Metropolitan Museum New York
Henry Farrer, “Scena invernale alla luce della luna”, 1869 – in apertura “Città e tramonto”, Metropolitan Museum New York

 

 

 

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