Erba e aria di Fabio Franzin, recensione di Giampietro Fattorello

Intagliatore di giada al lavoro al trapano tubolare, Lazuan, ventesimo secolo, Met Museum

Erba e aria di Fabio Franzin, Vydia Edizioni D’arte, 2017, recensione di Giampietro Fattorello: il cammino dell’angelo, una preghiera coi piedi.

   

    

   Si respira un indifferibile bisogno di aria fresca, un’aria che tonifica i polmoni e purifica il respiro nelle poesie che Fabio Franzin ha riunito in Erba e aria. Vi si percepisce la necessità non più procrastinabile di uscire dagli asfittici modi di vivere, da un onnipervasivo senso di soffocamento che tutti ci avvolge. Leggendo questi testi, scritti nella lingua dialettale parlata tra i fiumi Livenza e Monticano nella sinistra Piave trevigiana, si percepisce l’indomabile impulso dell’io, che abita in questi luoghi, di lasciarsi alle spalle un ritmo di vita iperfrenetico e prendere una delle superstiti stradine sterrate (stradhèe) che di quegli stessi luoghi, prima dell’avvento del mondo industriale e tecnologico tra gli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, erano presenze costanti e rassicuranti come le case coloniche, i campi coltivati, la chiesa del paese, l’idioma, le credenze, i pregiudizi e la saggezza di una civiltà inequivocabilmente contadina.

   È dunque una passeggiata in un paesaggio rurale, sì, ma al tempo stesso industrializzato e a suo modo urbanizzato quella a cui l’autore invita il lettore. Come afferma in Caminàr, drio ’na strada persa (Camminare, lungo una strada persa), il suo vuole essere, ed è, il camminare di chi prega coi piedi («caminàr / l’é pregar co’ i pie», «camminare è pregare con i piedi»[1]), un servizio sacerdotale reso a uno spazio di vita, amato e rispettato, di cui si rinvengono i «sacri segni da lèdher in pressa prima / che ’l scuro li ’sconde, o li scancèe» (i «sacri segni da leggere in fretta prima / che il buio li celi, o li cancelli»[2]). Sono i segni di una lingua e di una cultura sorpassate per sempre dalla modernità, un alfabeto ormai dimenticato come i solchi curvilinei scavati nel fango dalle ruote di un trattore, sono figure arcaiche fra uomo e natura, terra e verità[3]. Sono segni cari (acque e erbe, argini e fiumi e salici che vi si specchiano, rive e golene, fiori e farfalle) che così il poeta, supplice, invoca: «Ste qua inmanco valtre, mome / bèe, creature sante dei mé oci. / Ste qua a sgaivàr el griso, ’iutar / el cuòr a far pase co’l mondo» («Rimanete qui almeno voi, doni / belli, creature sacre del mio sguardo. / Rimanete a bilanciare il grigiore, aiutare / il cuore a far pace col mondo»[4]).

   Sono soltanto alcuni segni o lacerti – molti altri se ne possono proporre – di un atteggiamento pio e, dunque, religioso, proprio di chi vede il sacro e il santo in natura, malgrado le spinte contrarie e negative di quel mondo moderno che ha fatto irruzione nella ormai ex cultura contadina e l’ha spodestata e dileguata. Il libro è infatti trapunto di frequenti richiami al sacro naturale, che è tutt’uno con l’anima della natura. Una dimensione esistenziale a cui ci si sente legati nonostante lo strappo e la lacerazione. Quello strappo e quella lacerazione che formano e sono una sola cosa con la realtà del nostro presente, «un mondo marzh che bojie / pa’ un mal mal gaìvo, un sbrègo / mai serà su tea storia» («un mondo marcio che esplode / per un male mal aggiustato, / uno squarcio / mai suturato nella storia»[5]), come si legge in De còssa parléneo (Di cosa parliamo), poesia raccolta nella plaquette franziniana del 2016 Corpo dea realtà (Corpo della realtà).

   Non è dunque una poesia ignara del proprio tempo quella che Franzin propone al lettore o che guardi indietro o evada, nostalgica, verso il passato, se il mondo di ieri con tutto la sua simbolica di valori fondanti e costitutivi è ancora nella psiche del poeta, cosa che Fabio Pusterla nella sua Introduzione a Erba e aria rileva puntualmente. Riferendosi alla parte conclusiva di ’Sta strissa scura de ’sfalto (Questa striscia scura d’asfalto), collocata in apertura della sezione stradhèe (stradine, sentieri), Pusterla afferma che essa «esclude categoricamente qualsiasi forma di nostalgia fuori tempo massimo»[6]. E difatti, rivolto al tempo del proprio vissuto giovanile e familiare, l’io poetico afferma recisamente: «Mondo mio, caro, de zhièse e tenporài, / de vose e orazhión, mondo cèo de sói / e paròe, de sesti poaréti, sì, ma sinceri… / Nissùna nostalgia passe insieme a l’aria, / là, fra l’erba alta sora l’àrzene: chel ieri / l’é ’ncora qua, co’ mì, fra i òci e ’l cuor» («Mondo mio, caro, di siepi e temporali, / di voci e preghiere, mondo esiguo di voli / e parole, di gesti umili, ma sinceri… / Nessuna nostalgia scorra insieme all’aria, / là, fra l’erba alta sopra l’argine: quel passato / è ancora qui, con me, fra lo sguardo e il cuore»[7]).

   Nessuna nostalgia, piuttosto memoria e amore per ciò che erba e aria evocano e significano, la cara erba «cavéi dea tèra» («crine della terra»[8]), l’erba verde sorella («sorèa verda»[9]), e l’altrettanto cara aria, a cui è dedicata una sezione intitolata proprio (ariacara). Nell’erba, anche sfiorita in un campo abbandonato, anche erbaccia rinsecchita nell’afa di luglio, il poeta riesce a scorgere ancora un po’ di grazia nel mondo e una qualche verità (è il tema di Erba in semenzha, alta, là te un prà[10]). Allo stesso modo, il fruscio di un filo di arietta fresca quasi pare una voce che richiami un sentimento o la scia di un volo solitario e misterioso; ne affiorano brividi sulla pelle, non si sa se per grazia, paura o una divina carezza[11].

   Sono epifanie o accensioni di vivida luce lungo un cammino, che è anche una preghiera, in una strada persa o tra l’erba che l’io silente del poeta compie nell’aria sgranando il rosario del tempo, come l’autore afferma nella già nominata Caminàr, drio ’na strada persa. Un angelo lo attende e con lui tutti i mortali. Quell’angelo stringe fra le belle labbra rosse una croce dorata; nessuno è mai riuscito a sfiorarne le ali candide, ma bisogna camminare per non perdersi nell’ozio o non inciampare nei nostri stessi passi. La distanza fra noi e il sacro è un sentiero in salita, stretto tra pozzanghere e menzogne; lo percorriamo sotto la pioggia fino al luogo dove l’angelo ha deposto le ali per incollarsi alle spalle la croce[12].

   È questa una verità profonda che la grazia nitida e cristallina della lingua di Erba e aria trasmette e imprime. Una verità che sottolinea ancora una volta la difficoltà del cammino in un orizzonte in cui anche gli angeli sono in difficoltà e con loro l’onnipotenza divina. L’angelo che rinuncia alle proprie ali e assume su di sé la croce per quanto dorata è un angelo che «scende di livello» e si umanizza. Eppure, quell’angelo è ancora necessario, per riprendere un testo di Wallace Stevens, Angel surrounded by paysans (Angelo circondato da paesani), l’angelo necessario che afferma: «I am the necessary angel of earth, / Since, in my sight, you see the earth again» («sono l’angelo necessario della terra, / perché vedendo me potete rivedere la terra»). Non più portatore di un messaggio trascendente, questo angelo, ennesima variante della figura del poeta, da Baudelaire fino a noi non fa più segno a un sacro proveniente «dall’alto», ma è ancora al nostro fianco, perché possiamo pregare coi piedi, scorgere tra i fili d’erba e i voli nell’aria le tracce di una sacralità tutta terrena e diventarne depositari e custodi, alla costante ricerca di un rigenerato senso – un salutare respiro – per il nostro cammino.

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[1]          Caminàr, drio ’na strada persa (Camminare, lungo una strada persa), vv. 7-8, pp. 40 e 41.
[2]          Vardàr ’sto cuzhàrse glorioso (Ammirare questo glorioso acquattarsi), vv. 11-12, pp. 34 e 35.
[3]          Si veda Àlbari, tel caìvo, visti (Alberi, nella nebbia, intravisti), vv. 12-18, pp. 36 e 37.
[4]          Aque, erbe; curve e strissi (Acque, erbe, curve e graffi), vv. 17-20, pp. 70 e 71.
[5]          De còssa parléneo (Di cosa parliamo),vv.3-5,in Corpo dea realtà (Corpo della realtà),Edizioni Culturaglobale,Cormons (Gorizia) 2016,pagine non numerate,ma pp.6 e 7.
[6]          Fabio Pusterla, «Amor e memoria, pianura e poesia», Introduzione a Fabio Franzin, Erba e aria, Vydia Edizioni D’arte, Montecassiano (Macerata) 2017, p. 10.
[7]          ’Sta strissa scura de ’sfalto (Questa striscia scura d’asfalto), vv. 29-34, pp. 22, 23, 24 e 25.
[8]          Erba, nera co’é sera, strissi (Erba, nera al tramonto, fregi), v. 3, pp. 52 e 53.
[9]          Èco che son ’ncora qua da tì (Ecco che sono ancora qui da te), v. 18, p. 156.
[10]         Erba in semenzha, alta, là te un prà (Erba sfiorita, alta, là in un campo), pp. 56-57.
[11]         Si veda Oh, ’sto fil de ariéta (Oh, questo filo di arietta), pp. 100-101.
[12]         Si veda Caminàr, drio ’na strada persa (Camminare, lungo una strada persa), pp. 40-43.

       

FRANZIN_ERBA_E_ARIA
in apertura Intagliatore di giada al lavoro al trapano tubolare, Lazuan, ventesimo secolo, Met Museum

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