Ero altrove di Luca Ariano, lettura di Luigi Paraboschi

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Ero altrove di Luca Ariano, Edizioni Dot.com Press, 2015, note di lettura di Luigi Paraboschi.

   

   

Una citazione  di Gabriel Ferrater che appare all’interno di questa raccolta di poesie recita:

«Ben poca cosa è un poeta se non è in grado
di comporre senza angosce,
passo dopo passo, in qualsiasi momento
e con sicura efficacia stilistica qualsiasi motivo
che sia riuscito a concepire con chiarezza.»

Credo sia importante tenerla presente se si vuol dare un giudizio critico al lavoro di questo giovane poeta, perchè egli riesce a trattare l’intera materia del suo libro con uno sguardo distaccato e quasi sempre privo di quella emotività, o di quel sentimentalismo un poco logoro che spesso contraddistinguono l’opera di tanti che scrivono versi.

Un poeta che non ci parla di sé, o se lo fa è in modo molto indiretto, ma racconta di tanti personaggi, alla maniera di Edgar Lee Masters, con la sola differenza che i suoi attori non sono degli “scomparsi” al mondo, e l’epitaffio che egli appone ad ogni figura non è un’ incisione sopra una lapide funeraria, è bensì  una serie di fotogrammi  che, se fatti scorrere velocemente, sono in grado di fornirci immagini in movimento e quindi ci fanno apparire le persone come fossero vive  sotto i nostri occhi.

Poesia “civile” si potrebbe chiamare questa, se il termine non facesse subito pensare a  vecchi discorsi da anni ’60 sull’impegno politico, o a testi nei quali la lotta di classe la fa da padrone, ma non vedo in quale altro modo potrei definire questa raccolta che alla prima lettura mi ha rimandato  la visione del quadro di Pelizza da Volpedo, “il Quarto Stato “, solo che in questo quadro letterario di Ariano i proletari non sono operai, braccianti, o minatori, ma sono il sottoprodotto culturale di un Paese, il nostro, formato essenzialmente da precari della scuola, cassaintegrati, persone alla ricerca di una occupazione.

Il libro sembra essere il racconto di un viaggio dal Nord al Sud lungo il nostro paese, durante il quale i personaggi principali che si incontrano  sono :

Emilio, un professore di lettere alla ricera di un posto di lavoro

Teresa con un figlio, che appare col nome di Fiulin

e poi altri , e ne cito solo alcuni,  come Amalia, Enrico, Giovannino, Guido, Gino, Andrea.

Attraverso di essi il poeta è capace di costruire una visione della nostra società incastonandola dentro alcune crude  icone di un paesaggio urbano deformato dallo sviluppo selvaggio  di una economia che tutto ha modificato di ciò che preesisteva  dopo la ricostruzione post bellica, come si legge in questi versi di pagina 33

La sciúra Cesira con la bottega
creata dal padre di suo padre:
panini con cotechino e trippa,
sempre in fila studenti e operai.
Coi primi acciacchi ha mollato,
ora lì c’è un negozio di intimo
e la fioeùla ha aperto una franchigia.

Nell’ultimo verso non posso non rilevare subito l’abilità scrittoria dell’autore capace di mescolare il linguaggio del quotidiano ( la fioeùla ) con la “franchigia”, versione italianizzata effettuata dalla Cesira al termine  inglese “franchising“.

Il paesaggio è visto come in un film neorealista in bianco e nero, bastino al lettore questi passaggi che trascrivo:

a pag. 7

Non più cascine, solo agriturismi…
Buffalo Grill e Road House:
periferie come Togliattigrad
e puttane alle stazioni di servizio.

a pag. 8

Si raschia il barile tra sacchi di politene,
discariche di capibastone e la chiameranno
Petrol Valley… Business… Economy.
Non rimarrà nemmeno una goccia
per lavarsi dita luride

a pag. 17

La spiaggia romana con pineta
– vista discarica, è una colata di palazzi
con antiche strade tra ville abusive;

a pag. 17

lì c’erano paludi, ora lumi d’inceneritori
e outlet fino ai boschi e accanto
pascolano pecore prima dell’inverno.

pag. 23

Era l’antico mattatoio – orgoglio
di generazioni di beccai, ora cimitero
di amianto… taniche

L’ Emilio è forse il personaggio chiave del libro, è quello che ha “le nevrosi da romanzo“ (pag. 10) e che fino dalla presentazione ci  rimanda ad un personaggio di Targhetta nel suo libro di poesie “Perchè veniamo così bene nelle fotografie“, anch’esso sempre alla conquista di una occupazione precaria nel mondo della scuola

L’Emilio lascerà la metropoli mentre spuntano
ciliegie e dal balcone non sente mai
rondini o il profumo di miele delle sere;
forse lo manderanno in una scuola di campagna
alle prime nebbie d’autunno.

Lui che dirà
a pag. 26 che

quella chiamata
l’ha aspettata per giorni “

e a pag. 21

L’Emilio pochi minuti la mattina
a piedi per andare a scuola,
dall’altra parte del paese
dove si vedono catene innevate.

Il posto ottenuto  lo fa sentire qualcuno, come una specie di rivalsa sulle frustrazioni del suo vissuto quotidiano nell’ ambito della famiglia, ma per riallacciarsi alla sue “ nevrosi da romanzo “ già accennate , conclude con un “ doman non v’è certezza “ fatalistico e rinascimentale.

Dietro la cattedra
– per una volta – l’Emilio
si sente importante:
decide voti… promozioni…
tanto non l’ascoltano mai, come a casa.
Tornato nella stanza dell’appartamento
di una vita, prepara la lezione rileggendo
che del doman non v’è certezza.

l’amarezza del vivere cresce in lui, e a pag, 41 leggiamo

come l’autunno dell’Emilio
tra meno ore a scuola…
inflazione… scioperi… cassintegrati
e una casa mai sua

il crescendo ha un andamento da melodramma verdiano, nel quale vengono a galla le mortificazioni di una vita senza peso, e con poco futuro, le delusioni socio politiche, la sensazione di essere uno strumento nelle mani di un potere senza volto

Seguiamolo a pag. 71

Poverètt professór Emilio,
t’han ciapà per i fondelli:
ogni volta dici che non voti più,
ma poi…
in fondo, sei sempre tu a perdere.
Come tuo padre che non vota da anni,
quando vede la Renault di Aldo Moro
scuote la testa.
Ti hanno venduto titoli inutili,
pagati con notti di lavoro…
Cammini per il viale di tigli
verso il cimitero… per portare un fiore
a tuo nonno:
ripensi ai suoi racconti di guerra…
miserie… macerie, eppure lo invidi
sfiorando pratoline senza badarci.

E la sua illusione di democrazia, quella conquistata dal nonno “ a pugno chiuso “ contro i  “fasci“ lascia spazio ad un vuoto interiore molto umano, simile a quello che talvolta ci accompagna tutti,  che vorrebbe trovare sbocco in un rapporto fatto di carne e sangue,  con una donna,  Maria, che  pare di vederla, con i capelli che lasciano evidenziare “ la ricrescita “ come è detto a pag. 79

In un giorno di alberi…
presepi… professor Emilio
voti alle primarie:
la sera sbraiti sul partito.
Al  telegiornale la statua
di Lenin sbriciolata:
rivedi tuo nonno a pugno chiuso
parlare di rivoluzione… capitale
ma la domenica a messa
dai pret… con la nonna.
Avrebbe sentito «puzza di Fascio»…
sarebbe sceso a combattere?
Questa notte pensi a Maria…
collega che a stento saluta:
mani rigate da rughe,
macchie sulla pelle… la ricrescita…
eppure cosa daresti per un bacio?
Abbracciarla quando cala la nebbia
e amanti si stringono per le strade.

Dell’altro personaggio, Teresa, che non saprei se definire “ragazza-madre“  o sposa infelice, ho colto alcuni aspetti di fragilità e una poeticità fatta di incertezze, quasi di donna che si sente ai margini della vita, un personaggio che forse sarebbe piaciuto a Elsa Morante, tanto lei e Fiulin sono  vicini a quelli da lei  raffigurati nel romanzo “ la Storia “.

Lascio di lei due o tre annotazioni caratteriali

pag. 21

Teresa trepidante in seno per un colloquio,
curriculum e cartelletta in mano
tra marciapiedi brinati e il fumido della sera
nell’odore di cucina sulle scale.

pag. 28

Teresa si sente come foglie secche
cadute nell’acqua e scarpe
che lasciano passi impantanati
in quei giorni di buio presto

pag. 35

Teresa e un sospiro come nelle sere
senza luna con il mare agitato
e Fiulin nell’abbraccio d’un vecchio

I personaggi del libro sono molti e tutti incisi come acqueforti.

C’è Enrico, altro professore disilluso che dice:

pag. 23

Anche di notte l’Enrico lavüra,
come i cinesi o i giargianès
negli anni Sessanta: l’imprenditùr
lo chiamano ma per arrivare a fine mese
insegna lingue morte senza profitto.

E qui non posso ignorare quel termine “giargianès” termine ormai in disuso ma  con il quale , nel dialetto quotidiano attorno agli anni ’60 nelle zone Padane (nelle quali penso l’autore si sia formato) si alludeva agli immigrati meridionali trasferitisi al Nord

pag. 25

L’Enrico pochi ghèll in saccoccia,
anche oggi lavora fino a notte fonda
e in testa frasi da professore di paese:
«Sarete la classe dirigente di domani!»

pag. 62

Patàte, scigúla e tumàtic.
Anche l’Enrico li pianterebbe
per arrivare a fine mese:
vede file per un pezzo di pane…
zuppa calda… vestiti,
come martinìtt 6 nel dopoguerra
visti in film, letti in romanzi
prima di addormentarsi stanco.

Altri personaggi affluiscono nella lettura,

 c’è Giovannino a  pag. 1o

Giovannino – Nino per gli amici,
ha cominciato cantando sdolcinato
in pizzerie di quartiere… matrimoni dei boss:
eletto al parlamento in un collegio blindato,

c’è  Guido a pag. 11

Guido – lo stesso nome del nonno partigiano,
suo padre vent’anni di galera per banda armata,
l’hanno intercettato con volantini a cinque punte

e un mitra da comunista combattente.

C’è Gino a pag. 13

Il Gino – fatta la guerra in Albania,
la tessera da repubblichino «Propri no!»:
l’hanno portato in Germania
e al ritorno non era più lui.
È morto di polmonite due giorni prima
della cresima del figlio.

E si potrebbe continuare nell’elenco ancora a lungo perchè tutti i personaggi non sono marionette o figure retoriche, ma  ritratti dei tanti italiani che hanno lottato  sia per ri- fondare il nostro Paese, che degli altri che oggi rivendicano il loro diritto a parteciparvi come cittadini a tutto tondo, e a questo proposito, Luca Ariano fa suo un passo di Norberto Bobbio riportato nel cuore del suo libro di poesie,  che dice

“E quando il procedimento dogmatico è assunto
dal potere politico come mezzo di governo,
la resistenza contro il dogmatismo
e la difesa dello spirito critico diventano
per l’uomo di cultura un dovere,
oltre che morale, politico,
che rientra perfettamente nel concetto
di una politica della cultura.”

L’autore è riuscito a “ comporre senza angosce “ come dicevano in apertura di questa lettura “ qualsiasi motivo che sia riuscito a concepire con chiarezza “,  e, resosi conto che, come scrive Bobbio : “ la difesa dello spirito diventa per l’uomo di cultura un dovere oltre che morale politico “, ha saputo con una ottantina di poesie a fare un ritratto in versi della nostra società, delle sue frustrazioni e delle delusioni conseguenti a “ un potere politico come mezzo di governo “, che lo inseriscono di diritto tra le voci più nuove ed importanti della poesia contemporanea.

E a suffragio di questa mia affermazione mi permetto di citare due tocchi in versi che, indipendentemente dai contenuti politici e civili dei quali ho già abbondantemente parlato,   mi sembra segnalino la bravura lirica e pittorica di Ariano.

A pag. 29 ho trovato questo distico

Il tramonto è una crema al salmone
da spalmare su un cielo d’inverno;

e se non vi bastasse la bellezza di quella crema al salmone annotatevi anche questa “julienne di luna”  a pag. pag. 37 che la dice lunga sull’estro pittorico  (o culinario) del nostro autore

La luna è una julienne in un’aria soffritta,
di un cortile da cinema parrocchiale,
tra oleandri, bouganville e seggiole
da mal di schiena.

ariano

Gentile lettore, all'autore di questo articolo farà molto piacere se vorrai lasciare un commento.

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