Esseri Umani di Alessandro Fo, recensione di Anna Elisa De Gregorio

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Esseri Umani di Alessandro Fo, edizioni L’arcolaio, 2018, recensione di Anna Elisa De Gregorio. L’accorato appello di un poeta: torniamo ad essere umani.

    

     

La domenica pomeriggio, quando in città non osa volare nemmeno un piccione nel calore dei trentaquattro gradi di luglio, è il momento migliore per leggere poesia. Silenzio e solitudine.
E quale libro più adatto se non una plaquette con poche poesie che parlano con poche parole del poco, del piccolo, del minimo, di vite d’ombra, che per peccato di distrazione nessuno vede e meno ancora ricorda? I vecchi, i malati, persone marginali e emarginate, vite sparenti (come direbbe Dario Ceccherini). Un verso della poesia Opere edomissioni infatti recita: “Non ne ha parlato il parroco alla Messa, /come se niente…”.

A fare da guardiani, ai lati dei dieci componimenti, che raccontano del “quasi” nulla, troviamo due colonne di pietra, due poesie, l’ultima di queste piuttosto una disperata invettiva (“Voi, che in alto mare o a cento metri da riva…”), che al contrario parlano del “quasi” tutto, di ciò che è insopportabilmente pesante, del troppo, cioè del disumano, del nucleo nero dell’umano: dalla tragedia di Dachau agli scafisti assassini di oggi, dai traditori ai banali malfattori d’ogni giorno e d’ogni tipo. I titoli: Fuori Monaco Esseri Umani. Pura poesia civile, che ci obbliga a guardare l’abisso di male che sappiamo diventare.

A questo proposito, per aprire il libro, è stata accuratamente scelta di Francesco Balsamo (poeta e pittore delicato), una misteriosa e inquietante opera grafica con due ombre grigie prese di spalle in cammino verso il nulla. Fantasmi di chi ha subito forse proprio quel male, proprio quell’abisso e che restano come ectoplasmi nell’aria pretendendo memoria di sé. Il titolo: Le enormità che segnarono il luogo.

Ognuno dei componimenti centrali è un ritratto d’anima, poche pennellate di grande finezza per entrare nel cuore del protagonista e della sua pena. Nel cuore della poesia.
Come questo verso, avvolto di tenera pietas, quasi il compendio di ogni vecchiaia: Non restano che minime mansioni. Parole usate in una casa di riposo da una signora che sta di guardia tutto il giorno agli uccelli. Per proteggerli: “…Che vuole… Osservo/ quel che fanno gli uccelli, / dal primo filo con cui formano il nido…”.

Mi soffermo solo su un’altra poesia, prima di chiudere, che sfiora non si sa che cosa, una nostalgia di futuro fatto di smemoratezza, un sogno di leggerezza, il solito “quasi” nulla, con garbo estremo: Lettera da Firenze: “…e – sai che c’è? –  non sarebbe perfetto/ che tu e i miei Lapi ed io/ fossimo presi per incantamento? Ma per davvero. Un castello di Atlante, / e vivere soltanto di poesia. // La sera, andando a letto, / solo due gocce di versi. E dormire”.

L’introduzione di Dario Ceccherini colta, puntuale, a sua volta poetica tanto è partecipata, ci invita alla lettura di questo prezioso libro, che sembra pregare raccontando e si domanda, con lo stesso dolore di Primo Levi, “…se questo è un uomo…”.

ESSERI UMANI 1
in apertura Hashiguchi Goyō, “La montagna Ibuki innevata”, 1920, MET Museum New York

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