Evoluzione delle mummie e coro dei plutocrati di Paolo Gera

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Evoluzione delle mummie e coro dei plutocrati di Paolo Gera.

     

     

Il “Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie” venne composto da Giacomo Leopardi tra il 16 e il 23 agosto 1824. Questo testo compare fin dalla prima edizione delle Operette morali (1827). Attore principale dell’operetta è Federico Ruysch (1638-1731), scienziato e medico olandese che ideò una tecnica particolare di conservazione dei cadaveri: non più la secchezza degli esemplari dell’Antico Egitto, ma un’impressione di naturalezza e di vita trattenuta. Come tutti sanno le mummie raccolte nello studio di Ruysch improvvisamente e tutte insieme, si mettono misteriosamente a parlare e a causa di una particolare congiunzione astrale e poi hanno anche il tempo per dialogare con il loro creatore, su che cosa abbiano provato nel momento della loro morte.

Ho provato ad attualizzare questa operetta morale, a dare come scenario alle mie nuove mummie una stazione spaziale, in prossimità dunque del cosmo infinito. Ho deciso di eliminare il dialogo, ma di mantenere il carattere di prosimetro dell’operetta leopardiana, attraverso un’introduzione di carattere fantascientifico/apocalittico e poche parole messe sulle labbra del nuovo Federico Ruysch ovvero il comandante della stazione. Successivamente prende il via un nuovo surreale coro di morti o meglio di anziani ricchissimi che non vogliono arrendersi al trapasso definitivo. Ho rispettato in questa parte il metro originale dei versi leopardiani, con trentadue versi alternati di endecasillabi e settenari, mentre dal punto di vista dell’impostazione lessicale ho voluto creare un ibrido tra i vocaboli scelti dal poeta e quelli adeguati all’evoluzione dei tempi. Questa che segue è la mia nuova operetta morale. PG

       

CORO DEI PLUTOCRATI

Sulla superficie terrestre, ovunque, ognuno si ritrae dal proprio telefonino. Dicono siano 8 miliardi i telefonini presenti sul pianeta. Tutti se ne discostano, con uno scatto, una scossa. Come fossero oggetti pericolosi o peggio serpenti pieni di veleno. Ma un istante dopo essere stati ripudiati i telefonini iniziano a risuonare, insieme, 8 miliardi, nel pieno rispetto delle proprie impostazioni: squilli, sequenze sonore, musiche.
Ma se nessuno ha formato il numero…
La sinfonia universale per telefonia mobile non può arrivare sino alla stazione spaziale orbitante intorno alla Terra. Troppo lontana, nonostante il gran baccano prodotto.  Ma come se quel suono arcano le avesse risvegliate, le dieci persone più ricche e più vecchie del mondo, si rialzano nello stesso istante dal loro bagno cosmico. Hanno pagato milioni di dollari. Tutto quel denaro messo insieme salverebbe…ma chi o cosa salverebbe? Anche i topi, anche gli scarafaggi non sanno più dove scappare. Da lassù lo si vede bene. La Terra è un frutto marcio, una crosta rosa dai vermi. Non a caso i plutocrati hanno scelto lo spazio.  Da ogni vasca criorigenerante i corpi prosciugati, rinsecchiti, gonfi, sfatti saltano su come molle. Parlano tutti insieme con gli occhi sbarrati e la pelle che si sbriciola. L’astronauta pilota smadonna, così vicino a Dio, perché qualcosa a quanto pare è andato storto. Ci prova e ci riprova, ma i comandi delle vasche non rispondono più.

Pilota:- E che diavoleria è mai questa? Solo perché dormono su materassi d’oro pensano di potersi risvegliare prima del tempo stabilito? Qualcuno mi ha riferito possa succedere quando Saturno e Plutone si allineano.  E quale strana lingua parlano? Se osano avvicinarsi schiaccio il pulsante dell’espulsione automatica. Ricchi o non ricchi, non arriveranno a cavarmi sangue per tenersi in forma…

Noi, soli al mondo che riconvertiamo
l’immenso capitale
a scopo innaturale
di evitare la fine,
più che sicuri, forti
del nostro plusvalor. Luce del giorno
per sempre noi vedremo
e tutti gli altri morti.
La ricchezza con l’avanzar degli anni
s’accumula e sfavilla,
come un pezzente il nostro corpo cade.
Cede il filantropo
parte del capitale
per finanziar ricerche staminali.
Ora i laboratori,
la fondata speranza di superar
limitar di vecchiaia,
assicurano ai pochi.
Questo e nessun altro scopo il progetto
sostenne: noi saremo?
La morte si convince
con lauto vitalizio.
Ma infin, cosa saremo?
Filigrana di vita,
un battito al minuto e un fiato fioco,
una blanda parvenza,
il corpo prosciugato e il membro gonfio,
segno del non estinto capitale,
eredi di noi stessi.
Più che sicuri, forti
del nostro plusvalore.
Noi vivi ancora e tutti gli altri morti.

         

Katsushika Hokusai, "Padiglione Sazai al tempio dei cinquecento Arhats", 1830/32 - in apertura "Poema di Akazome Emon, dalla serie Cento poemi spiegati dalla balia", MET Museum New York
Katsushika Hokusai, “Padiglione Sazai al tempio dei cinquecento Arhats”, 1830/32 – in apertura “Poema di Akazome Emon, dalla serie Cento poemi spiegati dalla balia”, MET Museum New York

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