Facce, racconto di Cinzia Dezi

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Facce

racconto di Cinzia Dezi

                

L’uomo rincasava dopo una giornata di lavoro. Era stanco, ma in faccia gli restava un sorriso inscalfibile, come quando ci viene in mente una cosa buffa, di quelle che ci alleggeriscono il cuore per il tempo necessario a fare una manciata di passi.
Il cielo cominciava a mostrare i colori del tramonto, ogni giorno un po’ in anticipo. Lui si era fermato davanti al cancelletto e cercato le chiavi in tasca. Prima a destra. Niente. Poi a sinistra. Ancora niente. Alla fine si era ricordato di averle lasciate sul frigorifero. Aveva guardato l’orologio. La moglie doveva già essere rientrata dal lavoro. Aveva provato a suonare al campanello di casa. Nessuna risposta. Forse si era trattenuta in ufficio. Aveva tirato fuori il cellulare, ma non c’era nessun messaggio, nessuna chiamata.
Cominciava ad avvertire un prurito vicino all’orecchio sinistro.
Siccome era di indole pessimista e ipocondriaco, subito aveva immaginato una infezione. Pensò che oramai era tardi per andare dal medico, aveva però il tempo per entrare in una farmacia nell’attesa che sua moglie rientrasse. Almeno lì poteva cercare un palliativo.
In linea d’aria, la farmacia distava poche centinaia di metri dal cancello di casa, ci aveva messo pochissimo a raggiungerla. Una volta arrivato, si era messo in coda. Una coda lunga come un pitone, una cosa che avrebbe potuto ingoiarlo intero con la sua immobilità. Si era comunque messo lì, paziente, col suo sorriso inscalfibile, dietro l’ultimo della fila, che, per caso, si era voltato per guardare delle confezioni in sconto su un tavolinetto. L’uomo era visibilmente in sovrappeso. Indossava dei mocassini sformati per via dei piedi grossi, aveva le spalle curve forse per la stanchezza o per la noia di star lì. Sulla faccia gli stava disegnato lo stesso sorriso inscalfibile che aveva lui. Un brivido l’aveva scosso. Aveva guardato davanti a sé per trovare una sicurezza, qualcosa che lo tranquillizzasse, ma di tutti quelli che erano in coda poteva vedere solo la nuca: capelli ricci, rossi, lisci, mossi, biondi e castani. Neanche fosse da una parrucchiera a sfogliare un catalogo di pettinature. Con lo sguardo si era spinto fino al viso della farmacista: una bionda con un caschetto platino e un rossetto rosso su un sorriso imbambolato, che non era una questione di cortesia. Non trovando appigli per scacciare l’inquietudine, aveva scandagliato la farmacia alla ricerca di uno specchio, ma non ne aveva trovati. Allora, tenendo stretto in mano il numero per non perdere il suo posto in fila, era corso fuori, a guardare la sua immagine riflessa nella vetrina. Non era riuscito a capire se tutto fosse come sempre. Per sincerarsene, aveva iniziato a toccarsi il viso.
Un panico immotivato si era velocemente impossessato di lui, così forte da non permettergli quasi di respirare. Aveva gettato via il numero ed era corso a casa, sperando che sua moglie fosse tornata. Lei sapeva tranquillizzarlo come nessun altro. Lei, era l’unica persona capace di capire e risolvere ogni suo tormento.
Aveva suonato il campanello tre volte di seguito, con stizza. La moglie aveva risposto: «Chi è?».
«Sono io, ho dimenticato le chiavi sul frigo. Mi apri?» aveva detto sbrigativo.
«Certo, ma che modi.»
Il cancello di ferro si era aperto e anche la porta a vetri che precedeva le scale. Si era precipitato sul pianerottolo per chiamare l’ascensore. Aveva aspettato impaziente, tamburellando freneticamente il pavimento con la suola delle scarpe, prima quella destra, poi quella sinistra e poi di nuovo quella destra, come in uno strano balletto.
Era arrivato al quinto pianto. La moglie gli aveva lasciato la porta socchiusa. Era corso in camera da letto e l’aveva trovata seduta davanti alla specchiera dove di solito si struccava. La vide trafficare pazientemente ai lati del viso con un minuscolo cacciavite. Stava svitando i primi bulloncini color carne e il sorriso inscalfibile iniziava a venirle via da un viso che di sereno non aveva nulla.
Lui le era arrivato alle spalle, la stessa maschera, lo stesso sorriso inscalfibile dell’uomo in fila, della farmacista biondo platino, del resto dell’umanità.
Si era svegliato di soprassalto in un lago di sudore. «Un incubo» aveva mormorato, «ho avuto un incubo.» Ma qualcosa non gli tornava. L’illuminazione arrivò di lì a pochissimo.
Con un gesto secco aveva scostato il lenzuolo ed era sceso dal letto, dirigendosi verso il bagno. Era un automatismo di ogni notte quello di alzarsi per fare pipì, ma stavolta l’urgenza contemplava un’altra necessità: doveva vedere. Aveva cercato a tentoni l’interruttore, trovandolo quasi subito. La luce l’aveva colpito dall’alto, abbagliandolo e costringendolo a strizzare gli occhi. Questo non gli aveva impedito di guardare verso lo specchio per una frazione di secondo. Quello che aveva intravisto era un viso di plastica, liscio, senza rughe. Lo abbelliva un sorriso inscalfibile, identico a tutti gli altri sorrisi inscalfibili.
A lui più che altro parve un ghigno.

           

Demetrio Polimeno, Linee d'ombra, Storie brevi, st 14 2015
Demetrio Polimeno, Linee d’ombra, Storie brevi, senza titolo 14-2015

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