Fermata del tempo di Stelvio Di Spigno. Note di lettura di Luigi Paraboschi

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Fermata del tempo di Stelvio Di Spigno, ed. Marcos y Marcos 2015. Note di lettura di Luigi Paraboschi.

     

        

all’apparir del vero, tu, misera cadesti“, questi versi  Leopardiani mi sono tornati alla memoria durante la lettura della raccolta di Di Spigno, perché è proprio  la constatazione del “vero“ che c’è nel vivere e il conseguente contrasto con il sogno racchiuso nell’intimo  che  fa cadere ogni illusione nell’autore, e intesse  (anche se in modo spesso un po’ troppo prolisso e greve)  tutto il suo discorrere poetico.
Un discorso che, anch’io come Umberto Fiori che ha scritto la prefazione, sento di poter accostare più a quello di Camillo Sbarbaro che a quello di altri poeti crepuscolari del tardo ‘900, perché alla poesia di Sbarbaro  si è indotti a riandare leggendo Di Spigno, per il tono accorato del ricordo e della memoria,  anche se forse sarebbe più corretto dire della “rimembranza“, visti gli echi un poco ottocenteschi di alcuni lavori.
La prima cosa che balza all’occhio del lettore è  il senso di appartenenza, il sentirsi parte ancora viva e pulsante di una certa “napoletanità“ che fornisce l’imprintig ad un gran  numero di poesie della raccolta,  e questa caratteristica quasi somatica rappresenta lo stigma fondante di questo autore, nato  a Napoli, diventato adulto portandosi appresso tutti i legami tradizionali della propria terra, incapace di recidere completamente, anche dopo il trasferimento attorno a Gaeta per motivi di lavoro, le proprie radici, e  i ricordi di persone care appartenenti o appartenute alla famiglia, oppure alle amicizie giovanili.
“Tout se tien” per Di Spigno, ogni persona incontrata o conosciuta in un tempo anche se lontano ha avuto la sua collocazione nella nicchia dei ricordi, e a questo tabernacolo della memoria egli attinge in continuazione per cercare quel vigore che invece “l’apparir del Vero“ indurrebbe solamente allo sconforto,  facendolo  soccombere sotto i colpi del vivere quotidiano.
Di Spigno è un adulto che ha paura della vita, e che vive male la propria condizione , come appare chiaramente fin dall’apertura del suo lavoro, in una serie di  poesie brevissime che egli intitola “sottrazione “,  e delle quali ne riporto alcune.

n. 5

Ma le mani vanno via come
mia madre
che ho cercato di amare,
che sa quant’è duro avere sempre
bisogno di altri e respirare
la stessa aria di chi è indifferente.

Ci sono ”gli altri” dei quali in qualche modo abbiamo tutti bisogno, c’è il mondo che è indifferente,  e c’è la madre che conosce la realtà obbligata di condividere la stessa aria di chi  vive nell’indifferenza, ma la risposta che egli ci fornisce è la fuga, il desiderio impossibile di rifugiarsi in un passato irraggiungibile alla ricerca di quell’ amore iperprotettivo  che da sempre è riservato ai bambini.

n. 7

Prego di tornare
al sonno senza pace dei bambini
quando anch’io ho conosciuto
il paradiso di ogni solitudine
e sogno di essere ancora amato
come quando
nessuno mi faceva del male.

Un adulto,  scrivevo poco prima, che sogna di rifugiarsi nel mondo dell’infanzia ove nessuno gli poteva fare del male, in una Napoli che egli deve aver vissuto quasi avvolto dentro la rete di protezione degli affetti famigliari dei nonni e delle zie, la Napoli  dei poveri dei bastioni di Porta Capuana, con i suoi negozietti di barbiere e di mercerie, la  Napoli di Piazza Mercato, con la gente che sedeva sull’uscio di casa a conversare con i vicini e le comari, ma se proprio vogliamo dirla tutta e con onestà, questa è una Napoli della quale si è smarrita la traccia, che non si trova più se non in ricordi ormai lontani nel tempo o nelle canzoni anni ’60 di Aurelio Fierro, e cercare rifugio nel suo ricordo vuol dire perdere di vista quale sia la realtà della Napoli odierna ormai preda della malavita.
Purtuttavia questa immagine della città è rimasta nitida nella memoria del nostro autore in modo forse troppo intriso di nostalgia e di rimpianto, quasi essa rappresentasse  l’unico porto di approdo e di salvezza

Stralcio qualche pezzo tra  i vari sul tema “ Napoli “

Ricordo Amelia e Velia, ma anche Anna e Ciro,
dietro il bastione di Porta Capuana,
hanno vissuto sempre lì: uno seduto in un negozio,
l’altra a parlare con comari e amicizie del borgo.

e ancora in questa: Fotografie dell’epoca assoluta

Vittorio insieme a Bianca, Anna, Giovanni
in eterno sposato a Concetta e Giuseppina
col suo corsetto a vita di vespa nel ritratto,
non pensavo che infine tutti voi
sareste finiti lì sul secretaire
dentro cornici di ferro istoriate,
con accanto ceri, lumini, santini e preghiere,
ma niente può impedire che domani
sarà un giorno di aprile del ’40,
e tutti noi tornati ventenni e atomizzati
ci incontreremo ai Tribunali o a Piazza Borsa,
con i vostri paltò e le vostre ghette e spille,
dove un sidecar ancora misura il senso
dell’onore, del decoro, del bruciore della vita,
con l’amore che è una pergola di rose
nell’antico tesoro di una piazza napoletana,
in mezzo al fumo che sa di ritorno e baci,
di riconoscenza per esserci stati,
o più semplicemente di umiltà prenatale
rocciosa e inebetita, un salto tra i pineti
che accoglieranno tutti i nostri corpi
nel giro di valzer di un fascio di decenni,
dalla luce di casa a quella della sera,
dal silenzio del sonno a quello della fine,
dalle lacrime scioccanti alla risurrezione.

e aggiungo  questo pezzo, ma si potrebbe continuare

Questo mare dei poveri ricorda casa mia.
Ci vive la mitezza di uomini passati.
Ma un giorno anche qui si parlava di cibo, si stava
per faccende, la cucina odorava il salone:
ci aspettavamo per mangiare insieme, sparecchiare,
riposare dopo pranzo mano nella mano,
amandoci negli occhi come solo Dio sa fare.
Mi chiedo che ci faccio chiuso a chiave tra le date,
spogliato di ogni resistenza, piangendo sopra il sale
per quel tempo solare, tremolante
nel silenzio infinito della catena d’oro
che portava mio nonno e che ora porto io

La famiglia assieme ai parenti, le zie, la madre, costituiscono come un presepe nella memoria di Di Spigno, un presepe che le vicissitudini, le sofferenze, i lutti non sono riusciti a far invecchiare nel suo animo ma hanno fatto crescere dentro di esso una sorta di rifugio nel quale egli cerca scampo perché, come egli scrive a pag. 90.

Perché i morti diventano noi, danno la vita a uomini presunti,
commuovono tutti e spariscono come fumo.

Tout se tien, dicevo prima, e così è per Di Spigno, ma questo tutto ciò ha contribuito a generare fratture insanabili, come si evince da questa poesia che riporto per intero, e dal titolo assai eloquente :

Senza vergogna

Dove abitavamo un tempo, accasati
e incantati, io, i miei nonni, mia madre,
mio zio – è passato molto tempo e il luogo
non è cambiato. Specchietti per le allodole,
noi, cristiani di inizio millennio con fantasia
ridotta al grado zero del desiderio, non
ne abbiamo mai inseguiti – e ne andiamo fieri.
Il tempo è l’uva maturata nella campagna
che dà sul viale. Il tempo è quando mia madre
mi aspetta il venerdì. Quando mia nonna
rimpiange la sua infanzia di orfana. Quando
mio zio porta fiori freschi in casa.
Eppure, quando torno dove sono nato,
vedo treni come casseforti in movimento
che mi compiangono come un rinnegato.
«Uno che non si è mai mosso», dicono, «come si fa
a dire che ha vissuto»? Giusto. Come si fa.
Si fa che sono uno che non viaggia. Che i motori
li ho sempre tenuti sotto chiave. Troppa paura
di perdermi, troppa fisicità nell’aria
che non conosco, troppe donne, troppo impulso
a buttarmi via, troppa paura di dispiacere
chi mi ama, troppo rossore nel capire
che in fondo il meglio del pasto
arriva sempre all’ultima portata.
Avrei vissuto su una palafitta, ma non sono
un etrusco. Avrei voluto una casa in montagna,
ma amo le cene campane. Vorrei vivere poco,
ma dopo mi resterebbe, seppure in paradiso,
troppa curiosità. Sono tutto e il suo contrario,
l’arte di tenermi insieme è più difficoltosa
dei primi gorgheggi quando studi canto.
Ma intanto passano i treni e gli anni.
Io ricordo tutto e niente. L’altra domenica,
però, quando ho visto i nuovi quindicenni
che hanno preso il mio posto nel coro
della chiesa, sono uscito dal sagrato, ho finto
un malessere, mi sono appartato e, lo dico
senza vergogna, ho pianto le peggiori lacrime
dai tempi del primo vagito.

E’ inevitabile che questi dolori così cocenti generino sconforto, provochino chiusure al mondo e inducano a cercare rifugio nei ricordi, o addirittura nella speranza che la morte ponga rimedio a tutto, ed infatti l’esergo della parte che si intitola “ I testimoni “ recita un passo di Leopardi, che dice “Invidio i morti,  e solamente con loro mi cambierei”.
Una fuga in avanti , questa, una fuga decisamente di stile tardo  romantico, per estraniarsi dal presente, come appare in questi versi di pag. 250.

Sarebbe magnifico evaporare,
essere fiore, strada, frontiera,
ascoltare quello che dicono i risorti
con la loro voce di gloria, col permesso
del paradiso in persona, sarebbe intramontabile,
la gioia di lasciare il corpo, assestare la mente,
annientarla nella luce oltremontana, dire credo
che qualcosa cambierà e sarà per sempre,
e non avverrà la vittoria-fuliggine del niente,
per i secoli a venire essere vulcano e stoviglia,
semaforo e allodola, canzone e ramarro, utile come tutte
le creature di tutti i mondi, tutti i momenti. Amen.

e anche in questa in cui ricorda il pranzo dalle zie, ove il ricordo è intriso di una profonda  tristezza commista al senso religioso di vita ultreterena che maschera immagini forgiate sicuramente sulla scorta di certe lezioni  apprese in gioventù al catechismo parrocchiale :

quando il sabato mi sveglio
contento perché so che da voi devo venire,
poi mi concentro, il sonno lascia la mente,
ricordo che non c’è più la casa,
che voi siete in paradiso e nei ricordi,
e mi viene da piangere e vorrei
salire le scale e vedere cosa provo,
adattarmi a stare senza voi, ma non riesco,
allora tento di capire il perché del tempo,
e perché due angeli come voi
hanno lasciato sola la mia vita
a disfarsi, a dirimere la quantità
di giorni che separa la vecchiaia di tutto
dal mio presente di oggi, la nicchia
sterile dove vivo e dove ricordando
quanto è stato bello avervi accanto,
faccio di me un breve dirottamento
fino al vostro caseggiato,
e torno al mio peccato di un essere solitario
che si chiede quanto ancora ha da patire.

La fede dell’autore è quasi un ”bene rifugio“, un angolo di consolazione nel quale egli cerca risposte in modo alquanto semplice, senza interrogativi drammaticamente esistenziali, e la si potrebbe definire evangelicamente quella dei bambini, come si può leggere in questa dal titolo

Trenodia per Amelia e Velia

Il mio rifugio sono le vostre mani. Sono cresciuto
dentro il vostro cuore, come tra muscoli immortali
di voi, che immortali non eravate. E ora che siete
sotto la torre della terra e dei ricordi, io non vi chiedo
di tornare, come pure sarebbe normale. Ma che luce
guardate, com’è il vostro pane lassù, a che ora
vi svegliate la mattina e se pensate a noi, ogni tanto,
perché non siete più del mondo e chissà se vi è
permesso ricordarci, come noi facciamo sempre,
con la veste scura anni ’50, le collane e le perle
delle feste e i vestiti del lavoro, conservati
nell’armadio a casa vostra. Vi cerchiamo, preghiamo
per farci degni di voi nelle baite celesti,
come quando monta il mare la mattina e avvicina
le ondate al frangiflutti e la strada sembra asfittica e
noi in auto impariamo che il mondo è uno e basta.
Per i vivi e per i morti, voi ci rassicurate
che il senso di tutto non può essere la fine,
che un giorno ci vedremo sotto un albero che canta,
quando toccherà a noi varcare la porta più agognata,
dove ora voi stendete, come tende o ricami,
il colore più puro del cielo, il volere santo di Dio.

Ma l’impronta di un certo cattolicesimo assimilato da ragazzo il nostro autore la porta con sé  gli appesantisce la soma, nel senso che genera in lui devastanti sensi di colpa che non possono che  originare angosce profonde, come si legge in questa:

Contabilità infinita (Annum per annum)

Gli anni mi si siedono davanti.
Sui sandali, vestiti da padroni.
Parlano.
Ci hai portato a palazzo, ti abbiamo vaccinato,
come un pezzo d’avorio infarinato
di segale ferrigna e minestra di dolori,
e noi a farti da balia, perché non ti perdessi,
mentre tutto era contato, era meno di niente, e tu
squadernato di smanie, senza frutto, senza onore,
una scopa col manico di sale.
Hai vissuto in stratosfera, hai muggito
credendo a ogni fuoco castrato in desiderio,
e il tuo tempo, smisurato, fu una fede
messa al dito per dispetto, l’hai pestato
nelle corse di notte, con le donne degli altri,
con le droghe e le toghe di cui si veste chi è doloso.
Ora vengono i treni pieni d’altri messi male:
l’odore di vergogna, il sudore del paesaggio,
cemento dentro e fuori, l’inferno incatenato
momento per momento. Dappertutto,
un diamante sfiorito nel suo osso.
Ecco cosa ripetono i miei anni.
Non posso rinfacciare. Non ringrazio, non ho vita
da opporre alla fatica. Solo che non duri
il silenzio di quanto mi ha scaldato. Che il teatro
non mi resti sulle spalle senza attori.
Che non debba mangiarla fino in fondo
l’ortica che ho piantato sui miei passi.
E che Dio, in eterno, mi perdoni.

Potrebbe sembrare che la mia lettura di questa raccolta sia un po’ impietosa nei confronti dell’autore, ma non è così, perché se posso trovare qualche appunto sul piano della scrittura, a mio parere troppo dettagliata,  priva di metafore,  troppo autoreferenziale ( so che l’autore detesta questa definizione e  lo scrive anche in una sua poesia) intrisa di un romanticismo alla Jacopo Ortis, tuttavia resta sempre la testimonianza di un’anima sofferente che utilizza la poesia per dire al lettore tutta la sua carica di amore non ripagato,  di insoddisfazione affettiva di uomo e di insegnante , e quindi nell’insieme merita quel  rispetto che si deve sempre riconoscere   alla poesia quando essa sa essere sincera.
Proprio per questa ragione voglio concludere la mia lettura regalando a chi mi ha seguito fino ad ora questa poesia che riporto per intero, sulla quale non sarebbe concessa  alcuna ironia, perché alla sua giustificazione basti che ognuno di noi  rivada con la memoria ad un incontro con una persona della quale è stato innamorato e che  ha rifiutato questo amore servendosi di  scuse che assomigliavano ad un arrampicarsi sugli specchi onde non offendere l’altra parte, come così magistralmente Di Spigno scrive in :

Il distacco

a T. C.

Hai coperto bene la paura con l’assenso,
il bruciore di un osso con una cavità entrante
e mancante nella mente, mentre spiegavi
e rispiegavi che non era il tempo, quello, buono
per l’innamoramento e intorno c’era già fruscio
di ricci e castagne e foglie di platino adamantine,
su tutta la strada ragionammo su come salvare
un amore che voleva cominciare, in mezzo
alla plastica e al niente io vedevo il tuo vestito,
il suo colore di rifiuto, le mezze scuse, le mani
che battono sul volante, e tu mi chiedevi
di uscire, di non farti del male, ma da una
vastissima distanza, una danzante valle distesa
ormai tra due silenzi, tra una fine decisa, tutta
di metallo, sentivo il freddo delle tue parole
dall’anima fino alle gengive, e questo solo
è il mio ricordo: non hai portato via niente.

E questa, me lo si lasci dire , è una bellissima poesia.

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